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giovedì 2 Settembre 2021
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Giovanni Lindo Ferretti, il Novecento e l’aborigeno di Guzzanti

Ci sono generazioni ancora arrabbiate per il gol di Turone, per il PD che non è più il PCI e per il tradimento di Giovanni Lindo Ferretti. Ma siamo tutti i reduci di qualcosa.

Dal secolo breve all’onta di Giovanni Lindo Ferretti

Il Novecento è una ferita aperta per molti, troppi. La terra, la guerra, una questione privata potemmo dire. Il secolo breve di Eric Hobsbawm in realtà si è dilatato all’interno di alcune generazioni, che occupano lo spazio fisico di questo 21° secolo portandosi dietro una serie di contraddizioni, pensieri, idee del secolo precedente.

Persone irrisolte, interrotte. Forse perché l’uomo non ricorda, ricostruisce. Una lezione da non accettare integralmente, certo però da meditare.

L’essere contemporanei a cavallo tra due secoli non ha favorito una serena transizione: si va avanti guardando dietro.

D’altronde è difficile mettere ordine nella storia in cui siamo immersi, anche perché il Novecento, da un certo momento in poi, appare all’immaginario collettivo un coacervo di eventi drammatici ma mancanti di punti focali forti, in grado di fungere non solo da selettori delle possibili rilevanze, ma anche d’irradiare un senso per le nostre intelligenze.

Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale questa assenza si fa drammatica: la storia ci appare come un indistinto fluire di date e personaggi, di guerre e di fenomeni che non riescono a diventare oggetti storici definiti.

Siamo postumi a tutto ciò ma senza la distanza necessaria, eppure inondati da media e testimonianze dirette o quasi, rispetto ai secoli precedenti,  che hanno lasciato un cordone ombelicale con questa storia.

I reduci del Novecento

In questa collocazione storica ed emotiva si trova il fenomeno del reducismo novecentesco.  Siamo tutti reduci di qualcosa.

Parafrasando il classico di Jannacci, sono reduci quelli che gli ultimi partigiani ancora vivi, quelli che il ’68, quelli che il ’77 contro tutti poi son divenuti classe dirigente. Quelli che non ce l’hanno fatta, gli sconfitti, che ancora riproducono nel loro microcosmo quell’universo di valori e disvalori, di amicizie di inimicizie assolute. Di scissioni in scissione. Quelli che gli anni ’80, che impazzano nel perenne revival, del mondo che è finito con Jena Plissken e il Grande Mazinga.

Persone impantanate in una serie di vicende, domande e convinzioni del tutto slegate ormai dalla vita reale che le circonda. Sono quelli che nel 2021 parlano ancora del gol di Turone, del PD che non è più il PCI e del tradimento di Giovanni Lindo Ferretti.

Ecco, sulla figura dell’ex cantante dei CCCP si sono scritti fiumi d’inchiostro negli ambienti più impensabili, dagli ex di Lotta Continua alle colonne dell’Avvenire.  É il primo caso di doppel ganger pubblico: il frontman del gruppo punk filosovietico e la storia della sua conversione, il ritorno a casa, come da lui definito, è divenuta questione di dibattito pubblico piuttosto che di riflessione personale.

Ma è quello che succede quando si entra nella dimensione pubblica di un personaggio.

Non fare di me un idolo mi brucerò

Scriveva Gianni Maroccolo il 27 settembre 2015 su Facebook dopo che era stata pubblicata un’intervista di Ferretti dai toni proto-leghisti salviniani:

Ti scriverò o forse verrò a farti visita…
perchè non ti seguo più, non riesco a capirti, a capire.
nè questo nè altro può mettere in discussione l’affetto che mi lega a te e l’orgoglio per quanto costruito e condiviso insieme a partire da Epica Etica Etnica Pathos fino a Ultime notizie di cronaca… ma ora provo un forte disagio… “muove qualcosa dentro” che, ripeto, stento a comprendere e causa in me un forte malessere.

Non si può dire che Lindo Ferretti non ci avesse avvisato, più che esplicitamente già al tempo di Ko de mondo con la canzone chiave A tratti. Ma i prodromi c’erano già stati tutti nel pantheon del nostro immaginario ferrettiano costruito spesso sul travisamento delle parole.

Noi abbiamo fatto solo l’inizio. Il resto l’ha fatto l’URSS. Scegliamo l’Est per ragioni etiche ed estetiche. Questo dichiaravano Ferretti & Zamboni nel 1984 in un’intervista con Pier Vittorio Tondelli.

Gli autoproclamati punk filo-sovietici, lo erano in termini puramente estetici più che politici. Ma già nel passaggio ai CSI non è più stato il tempo dell’essere fedeli alla linea, anche quando la linea non c’è.

Nel libro Gente dell’Appennino, del 2009, Ferretti descrive così gli anni dell’apparente boom mediatico con i CSI: Lontano dai pascoli era un periodaccio, la mia vita allo sfascio, il nuovo arrancava e il vecchio mi soffocava, io ero preda di tensioni e spasmi. Guai fisici, disagio psichico, turbe emotive – una merda – salivo sul palco bendato, avrei voluto sparire, non vedere più niente e nessuno.

CSI – A tratti

 

Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è

Giovanni Lindo Ferretti non ci deve nulla, appartiene a sé stesso. Più che indignarsi e sentirsi traditi, occorrerebbe riflettere su come la gente cambia idea.

Il tradimento verso sé stessi, se è presente, va indagato, perché è molto più grave del contravvenire a non si capisce quale obbligo di essere l’ideologo di riferimento di una o più generazioni, che forse hanno sbagliato ideologo di riferimento.

Le persone cambiano idea, arrivano a cambiare persino il loro stesso sistema di valori. Le persone disertano.

Vedere Giovanni Lindo Ferretti con la Meloni o giustificare un Salvini o un Berlusconi fa sorridere. Ascoltarlo parlare di aborto, di civiltà, di alienazione, fa invece riflettere, indipendentemente dall’essere o meno d’accordo.

“Fare il cantante dei CCCP è stata una casualità, non avevo mai pensato di fare qualcosa del genere: non avevo nessuna preparazione musicale e di questo ho fatto la mia forza.

“Reduce”, in questo senso, significa anche avere un posto in cui tornare, qualcosa che riguarda la storia concreta di una famiglia e di una comunità, di una civiltà – quella del vivere in montagna – che è alla fine e di cui, con tristezza, vedo il tramonto.

Tornare a casa per me, qui a Cerreto Alpi, la casa dove sono nato, ha coinciso con il rientrare in chiesa: tornare alla casa del padre, in senso duplice. Alla sera, quando io e mia madre diciamo il rosario, accendo il cero alla Madonna che è passato da mio nonno a me.”

Questo è Giovanni Lindo Ferretti. Vedere invece quelli che vorrebbero giudicare la costruzione della vita altrui partendo dalla propria esperienza da reduci di qualcosa, ignorando però quest’aspetto dell’animo umano, è più preoccupante.

Ciò che deve accadere accade

Giovanni Lindo Ferretti ha descritto durante il lockdown, parola per parola, la fenomenologia della pandemia sull’Appennino. Ma in realtà è come se avesse parlato di un intero emisfero sociale in cui siamo tutti coinvolti.

“Nei borghi, sui monti, dispiace dirlo tra tanto dolore intorno, è il paradiso terrestre ma è come se l’angelo stesse già posizionato sulla porta. La spada non l’ha ancora sguainata. Sono giornate di una dolcezza allibita, d’improvviso una tristezza con connotazioni cosmiche le avviluppa, prepotente l’inquietudine s’addensa e manca l’aria: qualcosa non torna, lo sentono gli animali, lo sento anch’io.”

É come una fine continuamente rimandata. Dovrebbe essere l’addio al nostro reducismo novecentesco in un certo senso. Ognuno di noi si appropria di quello che vede e lo fa suo, il problema è che poi si trasforma in alterità.

A ben vedere, forse, l’approdo finale più giusto è quello di Guzzanti con il famoso aborigeno: Ferretti ma io e te che cosa ci dobbiamo dire ancora?

Guzzanti e l’aborigeno

 

 

 

 


Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014).

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