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Sud America, Ucraina, Fascismo

L’apparato occidentale continua a servirsi del fascismo ma con un immaginario di riferimento meno retorico, interconnesso al libero mercato, sovrapposto alla libertà tout court, e dunque difesa dagli epigoni di Bolsonaro, dal Battaglione Azov, da Amazon e Microsoft. E dalla guerra depuratrice.

Dal Sud America all’Ucraina, il nuovo Fascismo

Dal dopoguerra è sopravvissuto uno strisciante sentimento fascista. Nei paesi che accesero il secondo conflitto mondiale questo retroterra nostalgico fu circoscritto o utilizzato politicamente a seconda delle circostanze. E sempre a uso e consumo delle strategie Statunitensi.

Senza gli Stati Uniti, il fascismo internazionale sarebbe stato un ricordo conservato nei cassetti dei comodini di famiglia, con qualche nonno orgoglioso e sorridente in foto stropicciate dal bianco e nero. Così come il trisavolo fu garibaldino.

Al contrario è stato l’apparato occidentale a servirsi dei fascisti. A diffonderli da sconfitti. Ma con un immaginario di riferimento meno retorico. Il nesso con il libero mercato, evidente nelle trasposizioni più contemporanee del fenomeno – Cile, Brasile, Argentina, Perù, Est Europa – ha modernizzato, attualizzato il fascismo.

La sua prosopopea sociale, decantata da qualche reduce nostrano, si è dissolta nell’acido della realtà storica. Senza negare la sua diffusione di massa, il fascismo ha sempre svolto il lavoro sporco dei liberali. Un braccio armato.

La coscienza di questo intreccio era ben presente nell’elaborazione dei partiti politici protagonisti nella Resistenza e nel dibattito che compose la Costituente. Fu il motivo per cui nessuno si sognò di riproporre lo Statuto Albertino, se non Benedetto Croce,  ed è ben presente in Sud America, luogo nel quale non è mai stato nascosto.

Il patto tra giunte militari e colonizzazione dei mercati ha rappresentato l’indirizzo politico di quelle dittature. Il nemico da abbattere il socialismo (solo in Argentina si concentrò anche sui peronisti) e la pianificazione pubblica.

Il fascismo quindi è oggi vivo, vivissimo, grazie alle direzioni strategiche degli Stati Uniti e viene utilizzato indifferentemente sia dalla destra che dalla sinistra americana. In Sud America è predominante la prima. Il cortile di casa, nella logica protezionista liberale, assume un ruolo strategico. Ma attenzione. A sinistra lo si usa per ammansire l’Europa. Con i battaglioni uncinati a difendere gli avamposti della libertà.

Entrambe le fazioni protagoniste della lacerazione nord-americana, sempre sull’orlo di una guerra civile, ne esaltano la mentalità. La libertà individualista, sia quella del proprietario recintato nell’orgoglioso possesso delle proprie terre sia quella dell’agente di mercato cosmopolita, foraggia la predisposizione d’animo fascista. La civilizza. Lo fa attraverso il mito del merito che delimita lo spazio di una nuova separazione sociale. Di un’ammodernata antropologia dell’esclusione. Molto più brutale di quella in voga nel passato.

L’ideologia manageriale del rimboccarsi le maniche, del pensare al presente, della resilienza ammaestrata e ridanciana pena il licenziamento, delle reti di conoscenza che arricchiscono il capitale sociale, della psicologizzazione delle questioni sociali, della gratificazione immediata individuale, unifica in un’unica grammatica conservatorismo e progressismo.

La povertà è sempre una colpa personale. I ceti subalterni, i popoli non allineati all’evoluzionismo di mercato possono e debbono essere educati, civilizzati, anche con la repressione, anche con la guerra. Il libero commercio è un diritto umano.
Così le due parti trovano una discorsività comune. Limitare la piena cittadinanza, definire la civiltà. Battibeccano ma compongono la classe parlante.

Quella in grado di stabilire i vincoli del buon governo, che può far passare il totalitarismo per democrazia. E che nel nome della modernità ha contribuito a sfaldare, giorno dopo giorno, il movimento dei lavoratori; convincendo della necessità di un’esistenza coraggiosa, non limitata dalle appartenenze di classe anche i lavoratori.

Ma fu proprio grazie al movimento dei lavoratori, alla politicizzazione conflittuale della società che il nesso tra liberalismo e fascismo fu spezzato.

Oggi quel periodo viene denominato i “trent’anni gloriosi”, proprio per rimarcare la sua irripetibilità. Posato in una teca viene utilizzato per far ingiallire il socialismo. Ricordarlo come passatismo novecentesco. Artificio narrativo in grado di presentare pericolose equiparazioni. Il secolo dei totalitarismi. Tutti uguali. Tutti nemici della libertà. Oggi difesa dagli epigoni di Bolsonaro, dal Battaglione Azov, da Amazon e Microsoft. E dalla guerra depuratrice.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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