Ci stanno preparando alla guerra con la Russia, e nessuno ci ha ancora mostrato le prove

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Droni ambigui a Lipsia e in Romania, dichiarazioni sempre più allarmate da Rutte, von der Leyen e Peskov: la stessa struttura narrativa che precedette il Golfo del Tonchino e le armi chimiche di Saddam sta oggi costruendo il consenso per un possibile scontro Europa-Russia.

La propaganda non confonde le idee, le sostituisce: e la guerra arriva mentre discutiamo se esista

C’è una differenza sostanziale tra non sapere e essere sistematicamente indotti a non voler sapere. La prima è una condizione epistemica onesta, la seconda è il risultato calcolato di un apparato mediatico che ha smesso da tempo di informare per dedicarsi a orientare, e la distinzione conta doppiamente ora, mentre l’Europa viene condotta passo dopo passo verso un confronto diretto con la Russia senza che nessuno abbia mai davvero spiegato al pubblico dove si trovi la linea rossa, chi l’abbia tracciata, e sulla base di quali prove verificabili.

Come si costruisce il consenso alla guerra prima ancora che scoppi

La storia recente offre casi di manuale su come funzioni questo meccanismo. Nel 1964 l’incidente del Golfo del Tonchino, un presunto attacco nordvietnamita a navi statunitensi mai realmente avvenuto nella forma raccontata all’opinione pubblica americana, fornì la base legale per l’escalation militare in Vietnam, sancita da una risoluzione del Congresso approvata quasi all’unanimità sulla base di informazioni che l’amministrazione Johnson sapeva essere incomplete, se non false.

Nel 2003 le armi di distruzione di massa attribuite a Saddam Hussein, poi mai trovate, furono presentate al Consiglio di Sicurezza dell’ONU con diagrammi, foto satellitari e la credibilità istituzionale del segretario di Stato americano Colin Powell, in quello che lo stesso Powell avrebbe definito anni dopo “una macchia” sulla propria carriera.

In entrambi i casi il meccanismo era identico: costruire prima l’emergenza percepita, poi raccogliere il consenso, infine giustificare a posteriori la guerra già decisa. La verità, quando emerse, non servì più a nessuno, perché i morti erano già morti e le guerre già combattute.

Il copione si ripete oggi, con i droni al posto delle provette

Chi osserva con attenzione la sequenza di eventi delle ultime settimane riconosce lo stesso schema in tempo reale, questa volta applicato al fronte europeo. Il 4 agosto un drone quadrimotore con esplosivo al plastico è stato trovato sulla pista dell’aeroporto di Lipsia, hub logistico chiave per la NATO, dopo aver colpito senza esplodere un cargo ucraino: il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt lo ha definito “un nuovo livello di pericolo” senza mai nominare esplicitamente la Russia come responsabile.

Il 20 agosto la Romania ha intercettato un sospetto drone navale russo nel Mar Nero, e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha subito parlato di “una campagna di minacce in escalation”. Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha definito il comportamento di Mosca “spericolato e pericoloso per tutti noi”, mentre l’ambasciatore americano presso l’Alleanza, Matthew Whitaker, ha promesso che la NATO “difenderà ogni centimetro” del proprio territorio.

Nel frattempo la CNN riporta valutazioni dell’intelligence statunitense secondo cui Putin potrebbe testare la tenuta della NATO con un attacco limitato contro Paesi baltici o Polonia, mentre Foreign Policy ipotizza persino una possibile incursione russa nell’arcipelago norvegese delle Svalbard, scenario costruito su speculazioni di analisti più che su prove concrete di un piano operativo.

Sul versante opposto, il 25 agosto il primo ministro britannico Andy Burnham ha consegnato a Kiev progetti tecnici di missili da crociera, paragonando pubblicamente la resistenza ucraina a quella britannica contro il nazismo durante la Seconda guerra mondiale, un’analogia storica di enorme peso retorico che il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha bollato come un contributo sistematico ad “alimentare il fuoco” e a “sabotare metodicamente ogni progresso nel processo di pace”. Ciascuna delle due parti accusa l’altra di escalation deliberata, ciascuna produce dichiarazioni ufficiali che si autoalimentano a vicenda in un crescendo retorico che precede, storicamente, l’evento militare vero e proprio più spesso di quanto lo segua.

Quello che dovrebbe allarmare non è tanto la singola notizia, quanto la struttura complessiva della narrazione: incidenti isolati, spesso di responsabilità non accertata con certezza (lo stesso ministro tedesco ha evitato di attribuire formalmente il drone di Lipsia a Mosca, e le autorità russe negano sistematicamente ogni coinvolgimento in ciascun episodio), vengono immediatamente inseriti in una cornice interpretativa già pronta, quella di un’aggressione russa contro l’Europa in atto o imminente, senza che il pubblico riceva mai gli strumenti per valutare autonomamente il grado di certezza delle attribuzioni. Non sappiamo con esattezza chi abbia inviato quel drone a Lipsia.

Non sappiamo con certezza se il drone navale intercettato in Romania fosse effettivamente russo o cosa intendesse fare. Non sappiamo se le valutazioni di intelligence su un possibile test militare russo contro la NATO riflettano informazioni concrete o esercizi di scenario building utili a giustificare stanziamenti militari già decisi altrove.

Ciò che sappiamo con certezza è che ottanta miliardi di dollari di aiuti militari all’Ucraina sono già stati impegnati per il 2026, con cifre analoghe promesse per il 2027, e che ogni nuovo incidente, per quanto ambiguo nella sua origine, viene sistematicamente utilizzato per giustificare l’escalation successiva.

Il diritto di sapere in che mondo viviamo, prima ancora del diritto alla giustizia, non si esercita accumulando passivamente titoli allarmistici prodotti da fonti che hanno tutte, ciascuna a modo proprio, un interesse diretto nell’esito della narrazione. Si esercita pretendendo che ogni attribuzione di responsabilità sia accompagnata dalle prove che la sostengono, non dalla semplice autorevolezza istituzionale di chi la pronuncia.

Perché la storia ha già dimostrato, con il Golfo del Tonchino e con le provette di Colin Powell all’ONU, che l’autorevolezza istituzionale non è mai stata una garanzia di verità, è stata semmai lo strumento più efficace per renderla superflua fino a guerra già cominciata.

Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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