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“Autocrazia” è l’etichetta con cui l’Occidente definisce i rivali geopolitici. Ma concentrazione del potere, controllo narrativo e dissenso reso irrilevante non sono esclusiva altrui. La differenza non è l’assenza di potere assoluto, ma la sua forma più sofisticata.
Autocrazia: parola magica per non guardarsi allo specchio
C’è una parola che negli ultimi anni è diventata un passepartout morale: autocrazia. La si pronuncia con la stessa sicurezza con cui si indica il colpevole in un processo mediatico già chiuso. Russia? Autocrazia. Cina? Autocrazia. Iran? Autocrazia. Il termine funziona come una sentenza preventiva, una categoria etica prima ancora che politica.
Eppure la parola ha una storia precisa. Dal greco autokrátēs: colui che governa da sé, che concentra in sé il potere senza vincoli. Nella teoria classica indica il dominio di un singolo senza contrappesi istituzionali. Fin qui, nulla da eccepire. Il problema nasce quando la semantica diventa strumento di potere: non più categoria analitica, ma etichetta operativa.
Negli ultimi anni la cronaca geopolitica è stata narrata come un conflitto tra “democrazie” e “autocrazie”. È stata una formula ricorrente nei documenti ufficiali dell’amministrazione Biden e nei vertici G7 e NATO. La guerra in Ucraina è stata spesso descritta come scontro sistemico tra modelli di civiltà. La rivalità con la Cina è stata incorniciata come competizione tra sistemi politici incompatibili. L’Iran è presentato quasi esclusivamente attraverso la lente repressiva del regime.
Tutto vero? In parte sì. In Russia l’opposizione è stata progressivamente marginalizzata; in Cina il Partito comunista mantiene il monopolio politico; in Iran il potere ultimo è nelle mani della Guida Suprema. Fonti internazionali, da Freedom House a Human Rights Watch, documentano restrizioni significative delle libertà civili in questi Paesi. Ma il punto non è negare i fatti ne accettarli senza approfondire i contesti. il punto è osservare la funzione narrativa.
L’etichetta “autocrazia” non descrive soltanto. Isola, moralizza, legittima. Se l’altro è autocrazia, allora noi siamo per definizione democrazia. Fine dell’analisi.
La democrazia che non ha bisogno di manganelli
Ora, un esercizio di osservazione senza filtri: cosa accade se applichiamo alcuni tratti dell’autocrazia alle nostre latitudini? Vediamo concentrazione del potere reale in élite ristrette? Si. Influenza strutturale dei grandi gruppi economici sulle decisioni politiche? Si. Sistemi mediatici fortemente omogenei nelle cornici interpretative? Assolutamente si.
Negli Stati Uniti, la sentenza Citizens United del 2010 ha ampliato in modo radicale il ruolo del denaro privato nella politica. In Europa, la gestione della crisi greca (2010-2015) ha visto decisioni chiave prese da organismi tecnici sovranazionali con margini ridotti di controllo democratico diretto. Durante la pandemia, molti governi hanno adottato misure emergenziali con limitazioni temporanee ma incisive delle libertà individuali, spesso giustificate dalla necessità.
Sono autocrazie? Formalmente no. Esistono elezioni, pluralismo, stampa ‘libera’. Ma il punto è un altro: il potere occidentale è diventato più sofisticato. Non ha bisogno di repressioni plateali per conservarsi. Ha imparato a rendere il dissenso innocuo.
Il dissenso esiste, certo. È tollerato. È persino celebrato come prova di maturità democratica. Ma quanto incide realmente? Quanto modifica le decisioni strategiche su guerra, finanza, politica industriale? Il dissenso è spesso confinato in nicchie mediatiche, trasformato in spettacolo o assorbito nel circuito dell’intrattenimento. Esiste, ma è stanco. Visibile, ma irrilevante.
È una forma di autocrazia secolarizzata: non elimina l’opposizione, la gestisce. Non censura in modo massiccio, ma costruisce gabbie narrative in cui il perimetro del pensabile è già delimitato. Le parole chiave – “sicurezza”, “responsabilità”, “valori occidentali” – funzionano come coordinate morali. Chi ne esce è automaticamente sospetto.
E quando il potere si sente davvero minacciato? La memoria storica dovrebbe aiutare. Nell’Italia della Guerra fredda, quando il sistema politico era realmente competitivo e il conflitto ideologico incideva sugli equilibri, esplodevano bombe nelle stazioni e nelle piazze. Giornalisti e magistrati venivano uccisi. La violenza non era un’astrazione.
Oggi non servono più le stragi. Il sistema è meno fragile. Ha integrato la critica. L’ha resa compatibile.
La parola “autocrazia”, allora, diventa un dispositivo consolatorio. Serve a tracciare una linea netta tra un “noi” virtuoso e un “loro” dispotico. Ma ogni potere, per definizione, tende a conservarsi. La differenza sta nei mezzi. Alcuni usano il carcere. Altri l’algoritmo. Alcuni il divieto esplicito. Altri l’irrilevanza programmata.
Dunque, siamo davvero immuni dalle dinamiche che denunciamo? O abbiamo solo imparato a praticarle con maggiore eleganza?

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