Con Alberto Asor Rosa se n’è andato, chissà in quale remoto palindromo, una figura fra le più eminenti della critica letteraria e del marxismo della corrente ‘operaista’.
Asor Rosa e gli operaisti
Dipartito Aris Accornero, defunto Umberto Coldagelli, proprio nel maggio di quest’anno, del sodalizio storico romano è rimasto solo Mario Tronti.
L’ultima volta che parlottai con Aris egli mi ragguagliò, dopo tanto tempo che non li vedevo, di quanto fossero legati e di come amassero polemizzare accanitamente in frequenti sedute domestiche. Gruppetto di amici in un interno, legati da una storia comune e da un patto affettivo, politico e intellettuale mai tradito.
Di bell’aspetto, fronte ampia, bianchi capelli fluenti e baffi ben curati Asor era decisamente un uomo elegante. La sua parlata era fluida, raziocinante e argomentativa. Come la scrittura. Pure godendo, come grande specialista, di una posizione eminente nel mondo accademico ed editoriale, l’ingaggio con la politica è stata la costante della sua vita, scandita dalla presenza in numerose riviste politiche di tendenza. Specie quelle d’ispirazione operaista.
Lo ritroviamo nei Quaderni Rossi di Raniero Panzieri e con funzione direttiva in Contropiano e alla fine di quello straordinario periodo di fertilità sociale e politica, che furono i sessante-settanta, alla direzione di Laboratorio Politico, con Mario Tronti, Massimo Cacciari, Aris Accornero, Rita di Leo. Il gotha dell’operaismo, anche se Laboratorio Politico si muoveva in uno spazio decisamente post-operaista, più interessato a un confronto interdisciplinare capace di guardare oltre la cultura storica del movimento operaio.
Nella redazione c’erano infatti anche Remo Bodei, Angelo Bolaffi, Donolo, Marramao, Rodotà, Umberto Romagnoli (anch’egli scomparso qualche giorno orsono), Rusconi ed Ezio Tarantelli, che proprio in quel mentre fu trucidato dalle Brigate Rosse. Punti di vista diversi e poliedrici.
Colgo qui l’occasione per una riflessione sull’operaismo.
Una tendenza eretica, talora con aspetti anche esoterici, sul confine del partito-chiesa e dei movimenti spontanei culminati nel ’69 operaio: grande sussulto dell’epoca del fordismo maturo. Tendenza con una forte matrice intellettuale ben distinta dalla scuole istituzionalizzate nello storicismo gramsciano e nel diamat marx-leninista. Basata innanzitutto su una esegesi marxiana scevra da ogni contaminazione addizionale.
Si direbbe un marxismo rivisitato con occhi da riforma protestante: una rilettura blblica diretta, essenziale, del marxismo, astrattizzato al rapporto duale lavoro-capitale. Due piani avversi in conflitto agenti come motore della storia e della politica. Al netto di ogni sovrastruttura e intermediazione politica, istituzionale, culturale-ideologica. Una visione insieme iper-deterministica e avveniristica, volta a inquadrare il conflitto nei suoi punti avanzati e ipermoderni, sulle orme che avevano portato Marx a vedere nell’Inghilterra il punto più alto di concretizzazione del capitalismo nella sua purezza di rapporto sociale tecnicamente determinato.
In questa visione la classe operaia era riguardata al di fuori di ogni romanticismo storico ed umanistico. Non popolo ma funzione rivoluzionaria, soggetto materiale, non ideologico, di distruzione creatrice. ‘Razza pagana’ la definiva Tronti, mentre Scrittori e popolo di Asor era, sulle tracce di Lenin, una critica ante-litteram dell’origine piccolo-borghese del populismo.
Naturalmente questo ceppo teorico aveva diverse declinazioni nelle varie realtà: a Torino l’operaismo era più sociologico (si pensi a Vittorio Rieser) tenendo conto di una realtà dominata dalla meccanica ad alta intensità di lavoro. A Venezia (si rileggano i saggi di Cacciari, Tafuri, Dal Co su Contropiano) l’operaismo era più incline all’analisi del rapporto fra scienza e capitale, riflesso di una industria dominata dal Petrolchimico di Marghera, cioè da una schiacciante superiorità del capitale costante.
E non per caso l’operaismo più puro fu professato da Asor e Tronti, che essendo entrambi romani non potevano avere alcuna dimestichezza con la classe operaia concreta, essendo a Roma rappresentata solo dagli edili. E non è per caso che il superamento dell’operaismo abbia portato i suoi custodi a una investigazione sul mondo, prima centrata sull’autonomia del politico poi via via sviluppatasi in uno scandagliamento sempre più approfondito del campo della filosofia politica.
Sempre conservando tuttavia l’imprinting delle origini: pensatori della sinistra sul confine, se non sull’orlo del baratro. Maestri eretici.
Alberto, maestro e amico
Malgrado il lignaggio e l’incedere aristocratico del grande intellettuale (Asor arrivò persino a dimettersi da parlamentare, anche perchè infastidito dai faux frais del paludamento istituzionale, mentre non esitò a prendere la direzione militante di Rinascita nello sconquasso fra il Pci e il Pds), egli era di carattere empatico e indulgente, se non bonario.
Del tutto diverso da Rodotà. Amava la compagnia e schivava ogni alterigia e sicumera. Avendo avuto la fortuna di partecipare all’impresa di Laboratorio politico potei frequentarlo per un periodo abbastanza lungo guadagnandone la confidenza. Le riunioni di redazioni erano assai frequenti e ogni numero veniva curato in chiave rigorosamente monografica.
Spesso le riunioni erano aperte da Asor con accurati chiarimenti analitici sempre aperti alla critica e al dibattito. Ascoltarlo era più che un piacere, era come sedere davanti agli Dei, ai saggi, ai maestri.
Ricordo che partecipavo a quelle sedute (sulla rivista scrissi anche un tot di articoli, e sempre trovai sorprendente che non me li bocciassero) come a una gita avventurosa e adrenalinica. Talvolta Giuseppe Duso, esimio studioso del contrattualismo, mi passava a prendere sul bordo della tangenziale di Bologna, venendo da Padova.
Essendo cacciatore e gran pescatore di cheppie era munito di un pullmino attrezzato a camper nel quale passai anche diverse notti in attesa delle riunioni mattutine al largo di Ottaviano, dove stava la sede dell’Einaudi.
Poi ci frequentammo nuovamente nei primi dei ’90 essendo tutti confluiti nel Consiglio nazionale del Pds. Aris e Mario Tronti sedevano sempre vicini l’uno all’altro, sebbene entrambi avessero militato nelle fila del No, trovandosi assieme a Ingrao e Tortorella, quanto di più lontano dalle loro inclinazioni teoriche.
In quel famoso Consiglio dove Veltroni e D’Alema giunsero allo scontro per la segreteria essi si schierarono per D’Alema, essendo distanti anni luce dal democraticismo veltroniano. Assieme ai miglioristi. E del resto in quel convegno su Operaismo e centralità operaia che si tenne a Padova nel Novembre del ’77, raduno a consuntivo della corrente operaista, a chiuderlo fu chiamato proprio Giorgio Napolitano.
Uno degli ultimi incontri è stato a una festa de l’Unità quando venne a presentare il suo l’Alba di un nuovo mondo e per l’occasione mi epigrafò il volume con una affettuosissima dedica. Che però è diventato introvabile nel marasma della mia biblioteca. Credo mi abbia sempre avuto in benvolere, come Tronti del resto.
Per quanto mi riguarda il mio deferente rispetto non è mai venuto meno, malgrado qualche episodio che mi ha lasciato perplesso. Come la battaglia ambientalista e tardo-romantica combattuta in Val d’Orcia, oppure, considerando Tronti certa accondiscendenza verso il Pd renziano. Fatti per me inspiegabili.
Siamo rimasti in pochi e sempre più sperduti. Una intiera epoca è finita. Addio Alberto. E’ stato un privilegio conoscerti e fruire del tuo pensiero.
* Grazie a Fausto Anderlini

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