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Il confronto tra Gaza e Iran rilanciato dalla solita compagnia di giro sui media, serve più a screditare i movimenti che a capire la realtà. Protestare contro Israele significava incidere sui nostri governi; sull’Iran no. Ridurre la politica a tifo morale rafforza l’ipocrisia occidentale e, paradossalmente, anche i regimi che si dice di combattere.
La politica ridotta a tifo: l’Iran come specchio dell’ipocrisia
C’è una polemica che, più che illuminare la realtà iraniana, rivela lo stato di salute del dibattito pubblico italiano. Un fronte rumoroso accusa la “sinistra” — qualunque cosa oggi significhi — di inerzia e silenzio di fronte alla repressione del regime degli Ayatollah.
L’argomento è semplice, quindi seducente: perché non vediamo le stesse piazze, la stessa mobilitazione, lo stesso fervore che hanno accompagnato le proteste contro l’offensiva israeliana a Gaza? Dove sono le manifestazioni oceaniche, le iniziative simboliche, la retorica militante?
La risposta, ovviamente, è meno banale della domanda. E soprattutto meno funzionale alla polemica.
La confusione deliberata tra politica e spettacolo
Il primo equivoco — non proprio innocente — consiste nel trattare i movimenti politici come eventi spontanei, intercambiabili, quasi prodotti da palinsesto. Le mobilitazioni contro Israele non sono piovute dal cielo: sono maturate nel tempo, dopo mesi e mesi di bombardamenti, immagini, denunce, rapporti delle Nazioni Unite, e soprattutto grazie a un dato strutturale spesso rimosso dal discorso pubblico. Israele è alleato strategico dell’Europa, Italia compresa. Contestarlo significava, e significa, rivolgersi direttamente ai propri governi, chiedere scelte politiche precise: stop alla vendita di armi, sanzioni, rottura di accordi economici e militari.
L’Iran occupa una posizione radicalmente diversa. È già sottoposto a un regime sanzionatorio durissimo, da decenni isolato sul piano economico e diplomatico, indicato come nemico sistemico dell’Occidente. Protestare contro Teheran, in Europa, non produce alcuna pressione reale sui nostri esecutivi: equivale semmai ad allinearsi a una linea già data, perfettamente compatibile con l’ordine geopolitico vigente. Ecco perché il confronto tra i due casi è, sul piano politico, fuorviante. Ma è utilissimo se l’obiettivo non è capire, bensì screditare.
In questo slittamento si annida un’idea tossica, ormai largamente interiorizzata: l’impegno politico come forma di tifo morale, possibilmente rapido, visibile e rassicurante. Una politica che non mira a incidere sui rapporti di forza, ma a esibire se stessa nello spazio pubblico, come una dichiarazione di stile. La piazza non come strumento, ma come specchio.
L’Iran e l’illusione dell’Occidente salvifico
Quando si invoca una mobilitazione “per l’Iran”, raramente si chiarisce in nome di cosa, e soprattutto di chi. La realtà iraniana viene spesso compressa in uno schema infantile: regime oscuro contro popolo desideroso di diventare una copia sbiadita dell’Occidente. Un racconto consolatorio, che dice molto più delle nostre aspirazioni che di quelle di una società complessa, stratificata, segnata da una storia millenaria e da conflitti interni che non si lasciano ridurre a categorie da talk show.
In questa prospettiva, la politica si dissolve nell’estetica. Ci si schiera non per comprendere processi reali o sostenere dinamiche concrete di trasformazione, ma per ribadire la superiorità dei propri valori, assunti come universali e naturalmente desiderabili. L’oppositore iraniano diventa così una proiezione narcisistica: combatte il regime, si dice, perché in fondo vuole “essere come noi”. Un’idea comoda, falsa e perfettamente funzionale tanto all’autocompiacimento occidentale quanto alla propaganda degli Ayatollah.
Non è un caso che proprio il richiamo costante all’ingerenza occidentale costituisca una delle principali armi retoriche del regime iraniano. Ogni protesta interna può essere delegittimata come manovra eterodiretta, ogni dissenso come anticamera della colonizzazione americana. In questo senso, l’ossessione europea per l’esportazione dei propri “valori” rischia di rafforzare ciò che pretende di combattere.
Il movimento per la Palestina, con tutti i suoi limiti, ha rappresentato qualcosa di diverso. Non un esercizio di pura testimonianza morale, ma un tentativo — goffo, emotivo, spesso contraddittorio — di intervenire sui fatti, di spezzare un consenso automatico, di disturbare una filiera di responsabilità ben localizzata. È questo, probabilmente, che risulta intollerabile. Non la radicalità delle parole, ma la possibilità che producano effetti.
Se si vuole parlare seriamente di Iran, occorre abbandonare il riflesso estetico e adottare uno sguardo politico nel senso pieno del termine: informato, prudente, consapevole delle interferenze esterne e delle conseguenze reali delle nostre prese di posizione. Il resto è rumore. E il rumore, come sempre, serve soprattutto a non cambiare nulla.

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