Perfect days, il saluto cinematografico dell’uomo analogico

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Perfect days, l’ultima opera cinematografica di Wim Wenders, ci fa toccare il Komorebi, che nella cultura giapponese diventa un momento di contemplazione in cui il tempo si ferma e ci si lascia avvolgere dalla bellezza effimera di un istante eterno.

Perfect days, regia di Wim Wenders, con Kôji Yakusho…

Wenders ci fa sorvolare sopra una Tokyo divisa dalle rive del fiume Sumida che si dirama dal più grande fiume Arakawa fino alla baia. Una città che ingoia con la sua verticalità, dove domina la torre Skytree, alta 634 metri, un punto di riferimento per il cielo.

Il sessantenne Irama vede la torre ogni giorno, quando esce di casa per andare a lavoro: lava i bagni pubblici, che nel film sono delle vere e proprie opere architettoniche immerse in parchi alberati; li pulisce rendendo i pezzi splendenti, e lo fa in modo maniacale con uno specchietto, lì dove non è possibile vedere. Non sono luoghi scuri, sporchi, maleodoranti e pericolosi, sono come dei templi che rappresentano il lavoro, la cura.

È un uomo analogico che ricerca la luce con una macchina fotografica compatta Olimpus e cataloga centinaia di foto che conserva in scatole di latta nell’armadio. Irama ha eliminato tutto ciò che non è essenziale, forse anche quello che è strettamente indispensabile.

Si lava in un bagno pubblico, mangia fuori casa sempre le stesse semplici cose, non ha una sveglia ma si alza tutte le mattine al frusciare della scopa del netturbino. È un film minimalista che scruta l’esistenziale nel modo più profondo.

Arriva un momento della vita in cui capisci che liberarsi dal troppo, dal superfluo è l’unico modo per apprezzare meglio le cose. Queste parole di Wenders sono legate anche alla pandemia del covid, periodo nel quale è stato girato il film.

Lui aveva creduto che la condizione terribile vissuta in quegli anni avrebbe potuto innescare un processo di apprendimento collettivo per ognuno di noi. Ma tutto è tornato nell’oblio, tutto è tornato come prima. Irama resta l’unico invece a operare il cambiamento.

Queste parole di Wenders mi riportano in una delle prime scene in cui Irama esce di casa guardando fuori e sorride alla telecamera in modo quasi ebete: un angelo-uomo o un uomo-angelo con un gioioso nulla negli occhi, e proprio per questo attento a vivere il presente.

Entrambi sono una sola persona che si difende dal dolore, da un padre che in passato lo ha ferito per sempre. Irama argina quel dolore attraverso la ripetizione di gesti quotidiani sempre uguali, anche nel rumore amplificato che producono. Una ripetitività che stordisce. Pulisce i bagni pubblici, tiene in perfetto ordine la casa, innaffia le sue piantine, c’è il giorno del bucato in lavanderia, dell’acquisto di un libro.

Sembra entrato in un loop temporale che meravigliosamente lo fa sentire esistente, e accoglie i pochi incontri della giornata che assumono un valore di gioia malinconica perché lo riconoscono, lo vedono e lui vede tutto ciò che lo circonda. Ma c’è una separazione dal tutto, finanche dagli alberi che fotografa, perché l’osservazione prevede distanza.

La sua umanità è incardinata al silenzio. Wenders cancella la parola, è quasi un film muto, un film che ritorna alle origini, dove è la musica che illumina e racconta dal vivo le emozioni. Nell’auto della ditta, Irama ascolta delle audio cassette degli anni ’70: Patty Smith, Nina Simone, Rolling Stones, Velvet Underground, Sachiko Kanenobu, Asakawi Maki…

Wenders ha scelto lui stesso i brani per la colonna sonora. La musica svela i sentimenti di Irama, la sua nostalgia, il suo sentirsi staccato da tutto e da tutti, il suo essere.

Ma il punto dolente è l’amore, che Wenders cerca di rendere concreto, possibile, nelle ombre della realtà e quelle dei sogni: una continua ricerca nel contrasto tra luce e ombra, nel modo in cui volteggiano, producendo così immagini mentali, calde e silenziose, di un ambiente naturale che aiuta a dissipare dubbi e ansie.

È il Komorebi, che nella cultura giapponese diventa un momento di contemplazione in cui il tempo si ferma e ci si lascia avvolgere dalla bellezza effimera di un istante eterno.

Qualcuno lo ha definito un film zen, ma credo che con l’avanzare dell’età tutte le persone cerchino la massima intensità dal presente, e Irama trova bellezza, fa bellezza ovunque.

Nonostante le rigide abitudini, la contemplazione della natura, alla fine restano l’assenza di risposte, il nulla, che si rapprendono sul volto di Irama, interpretato da Koji Yakusho, in una contraddizione che passa dal riso al pianto, dal pianto al riso, caricando di umanità, ai limiti della follia, il momento finale.

Wenders ci lascia così, con gli occhi puntati sul primo piano di Irama, chiuso assieme a noi in uno schermo formato 4:3, col brano “Feeling Good” di Nina Simone a pensare che la vita ci sta sfuggendo di mano.

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Emilia Santoro
Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni). Dal 2023 fa parte della redazione di Achab, rivista letteraria.

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