Alla singolarità del gesto è legata l’immortalità dell’immagine. Sarà per questo che Edson Arantes do Nascimento, per brevità Pelé, dopo aver attraversato, dribblato e saltato in velocità sui campi regolamentari, ha continuato la sua corsa nei campi medi dei film di John Huston.
Pelè e il cinema
Dal calcio al cinema, dal naturale all’esibizione, dall’occhio nudo alla lente della macchina da presa. Perché lontano dall’essere solo guinness dei primati – tre Mondiali vinti (’58, ’62, ’70), 1.281 reti in 1.363 partite – , Pelè è stato congiunzione tra Harlem Globetrotters, futbol e spettacolo.
E se il progetto dei New York Cosmos fallisce, è solo perché c’era un solo Pelé per ogni partita. Sopravvissuto al tempo in cui lo sport si dissolveva, quasi al pari del teatro, nella cronaca radiofonica o nell’imprecisione del bianco e nero, ciò che ha favorito il proseguimento della sua narrazione è come ha deciso di gestire l’immagine, dividendosi tra pubblicità, serie tv e film.
Smentendo Louis Lumiere, Pelé non solo ha confermato che il cinema fosse un’invenzione con un futuro, ma grazie a questo ha contribuito a costruire il suo. Un esempio per tutti, Fuga per la vittoria di John Huston (1981).
L’azione decisiva sul cross che segna il pareggio tra la squadra dei calciatori Alleati e i tedeschi, uno dei pochi rallenty giustificabili nella storia, ex aequo con Giù la testa di Sergio Leone. Passaggio di John Colby/ Michael Caine e c’è Pelé pronto a ricevere in area. “Vai, Fernandez, è tua.”
Gli basta alzare lo sguardo, calcolare la traiettoria e disporre la reazione. Non è un caso che dopo la Sicilia e l’isola di Man, nella memoria resti solo l’immagine di Pelé: il suo corpo diventa una triscele in rovesciata, dove gambe e braccia si equilibrano e preparano alla vittoria finale, alla libertà. Esattamente come prescrive la simbologia, “Quocunque Jeceris Stabit”, su qualsiasi campo si sia gettato, l’emblema di Pelé è sempre rimasto in piedi.
Una scena unica con un gesto irripetibile che nessuno si stancherà di rivedere, tanto che Huston dispone il replay da un’altra soggettiva, una moviola senza indagini, ma solo d’amore e stupore. Un’eccezionalità a cui lo stesso regista non era arrivato preparato.
Prima di iniziare a girare, aveva rassicurato Pelé: “Abbiamo chilometri e chilometri di pellicola, potrai fare tutti i tentativi che vuoi”. La replica del brasiliano non si lasciò attendere: “Tranquillo, a me ne bastano solo un paio di metri, mi serve il pallone giusto e al primo tentativo la metto esattamente dove vuoi che vada.” E la promessa fu mantenuta: unica ripresa, gol e tutto il cast e la troupe che corrono ad abbracciare Pelé.
E se ormai dalla Seleção è passato al grande cinema mondiale, non disprezza né documentari né commedie sportive, come Os Trapalhões e o Rei do Futebol (1986) di Carlos Manga, oppure Hotshot (1986) di Rick King, in cui interpreta se stesso, guida per un giovane calciatore destinato alla gloria.
Al pari di un ritratto di Andy Warhol, Pelé ha ben chiaro che dopo la fine della carriera sportiva, per rendere indelebile il mito oltre le imprese occorre che la figura diventi immagine sacra.
Anche per questo, il biopic sui primi anni della sua carriera, fino alla vittoria del Brasile del mondiale in Svezia nel 1958, è un recupero o un salvataggio di ciò il tempo rischia di usurare: Pelé: Birth of a Legend (2016) dei fratelli Jeff e Michael Zimbalist è una capsula destinata al futuro, in cui è contenuta la narrazione di Edson prima di Pelé.
C’è la povertà, l’umiliazione del Maracanazo, la rivalità e l’arroganza di José Altafini. Come in un’operazione di restauro da superotto, la leggenda e il ricordo vengono messi in salvo, magari con una fotografia più gradevole, e tanti colori pastello.
E così come ha curato l’uscita definitiva dagli spogliatoi, allo stesso modo, da re, ha preparato l’eredità, sciolto le riserve e si è disposto al silenzio. Con il documentario Pelé: il re del calcio (2021, disponibile su Netflix) di David Tryhorn e Ben Nicholas, ormai ammalato e sofferente, affronta i delicati punti della vita privata, il disappunto per la sua estraneità alla vita pubblica, soprattutto per una mancata presa di posizione contro la dittatura brasiliana.
Abbandona l’immagine, chiudendo il film, suonando le percussioni, sigillando gli occhi a un giudizio futuro che sa di poter contare sul teorema geometrico “Quando la palla rotola in campo saltano tutte le convinzioni” e si cede all’indulgenza transitoria della bellezza.
Piegato dal cancro, Pelé ha ceduto all’ultimo dribbling, ma senza lasciare nulla al caso: ha atteso inconsapevolmente che si celebrasse l’anniversario per la prima proiezione dei Lumière, il 28 dicembre, prima di uscire anche lui dalle officine, insieme agli operai. Gli altri camminando, mentre Pelé scartando di lato, sorpassando e meravigliando.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
VAI AL LINK – Kulturjam Shop
Leggi anche
- Il governo Draghi con la parrucca e i suoi federali
- Per i dem è sempre il tempo de “la cosa”
- La manager di Twitter che dorme in ufficio? Schiavismo libertario
- Il controllo del mondo nei nuovi settori tecnologici ed economici
- Le 3 sparizioni: il miracolo del governo e delle opposizioni
- L’ipocrisia su Iran e Qatar: trova le differenze
- La brillante idea di Christine Lagarde, creare miseria con la scusa dell’inflazione
- Cartoline da Salò: il nuovo libro di Alexandro Sabetti















