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domenica 5 Settembre 2021
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La moltitudine dei Clash: rivoltà bianca londinese 

Dal bellissimo documentario White Riot, al quarantennale dell’album Sandinista, tutto ci riporta all’iconocità ribelle dei Clash.

The Clash, la rivoltà bianca londinese

Qualche mese fa (dicembre 2020) è stato possibile vedere in streaming, gratuitamente e solo per 4 giorni, il documentario di Rubika ShahWhite Riot“, vincitore al London Film Festival 2020, a Krakow 2020 e alla Berlinale 2019 come miglior documentario.

Si narrano le vicende che portarono alla nascita del movimento Rock Against Racism in Gran Bretagna culminato con il mega concerto a Londra nel 1978 davanti a più di 100.000 persone.  E il 12 dicembre è caduto l’anniversario dei quarant’anni dall’uscita del triplo album Sandinista dei Clash, tra i maggiori esponenti e artefici del successo di quel movimento.

Che il regista di White Riot abbia fatto riferimento ad un brano dei Clash (il loro primo 45 giri!) non ci deve meravigliare perché il gruppo è un po’ il simbolo di quella sottocultura, il punk, che fu coinvolta in quegli anni nella mobilitazione contro il gruppo neofascista inglese National Front.

Nel contrastare la violenta campagna d’odio portata avanti dall’organizzazione di estrema destra, i ragazzi e le ragazze soprattutto provenienti dall’area di immigrazione caraibica, e giamaicana in particolare, con la cultura e la musica reggae come punto di riferimento, incontrarono il punk, quel movimento anarchico, provocatorio e fatto in gran parte da bianchi, che tanto aveva scandalizzato la società inglese ma che certo non si era proposto con fini politici. Insomma, quell’incontro tra due sottoculture non era per niente scontato, tantomeno su un terreno di mobilitazione politica, quale fu a tutti gli effetti Rock Against Racism.

 

Ma i Clash non sono stati soltanto un simbolo di quel movimento, o del punk in generale. Partiti da quel suono rudimentale, istintivo, grezzo eppur già contaminato da altri suoni e altre culture, Strummer, JonesSimonon e Headon hanno incarnato per almeno un decennio l’idea e l’icona del gruppo rock per eccellenza.

È stata la band che nessuno poteva ignorare, alla quale tutti in qualche modo si rapportavano, da ascoltatori e da musicisti, un ensemble che racchiudeva in sé l’intraprendenza artistica e la valenza sociale e politica. Non potevi non amare i Clash, non potevi non sorprenderti di fronte alla loro inesauribile vena artistica, al loro rapido percorso verso una maturità sonora inimmaginabile ai loro esordi.

Si può dire che il punk abbia portato a felice conclusione le sue istanze di ribellione proprio grazie ai Clash, anche se non va dimenticato il contributo di John Lydon e dei suoi PIL. Ma Strummer e co erano certamente un’altra cosa. Nessuno poteva immaginare che dopo un capolavoro come London Calling, sarebbero riusciti ancora a stupirci, meravigliarci, con un triplo lp come Sandinista.

La moltitudine dei Clash: rivolta bianca londinese 

Se London Calling aveva rappresentato la compiutezza dello sporco rock da strada, confluito in un suono ribelle e sfaccettato, che avrebbe rinnovato alla base l’estetica rock, Sandinista dipinge una multiforme partitura, un trionfo di colori in un mondo di suoni.

London Calling ambisce ad essere un manuale del rock, un’opera compatta, finita, a sugellare il trionfo del punk e allo stesso tempo la sua dissoluzione in un suono sì grezzo ma anche raffinato, elegante, fiero delle sue molteplici influenze, tutte ricondotte ad un’unicità che è quella dei Clash, il gruppo che rimette il rock al posto giusto, lo ri/vitalizza e lo modernizza, mostrandone le radici e il futuro.

Sandinista, invece, è qualcosa di indecifrabile, la moltitudine che assale il fortino delle certezze. Stracolmo di idee, di riferimenti, di suoni e di linee di basso, di melodie indimenticabili e di bizzarri esperimenti, Sandinista porta le ricche culture di origine africana al trionfo vero e proprio, all’esplosione creativa.

È come leggere un libro pieno di avventure e colpi di scena, senza mai un attimo di sosta, senza indulgere sulle raggiunte capacità artistiche ma mettendosi di nuovo in gioco, sperimentando per l’appunto. Riascoltarlo oggi viene quasi la rabbia perché non ci sia un gruppo, ora, in grado di fare almeno in parte quello che hanno fatto i Clash con Sandinista.

Il coraggio e la volontà di comunicare al mondo il mondo stesso, la ricchezza e la varietà delle musiche che hanno sempre la stessa provenienza, lo stesso retaggio culturale, sempre lo stesso infinito patrimonio, che è quello afroamericano e africano in particolare.

Sandinista ricorda a tutti e tutte che la nostra musica viene da lì, non se ne esce. E i Clash riescono nell’impresa di onorarla e allo stesso tempo arricchirla, di modificarne certe istanze e di rafforzarle, di esaltare il/i ritmo/ritmi, di riscaldare i corpi con i bassi e di accendere le menti con le parole, con i testi. Perché va oltremodo sottolineato anche l’alto valore poetico e di critica sociale e politica dei testi del gruppo, qui per la prima volta autore collettivo, anche se ovviamente Strummer ne aveva la prerogativa.

Se Washington Bullets è l’accusa all’imperialismo statunitense (con uno sguardo anche all’URSS e alla Cina), Something About England attraversa la storia inglese con l’occhio dei perdenti, Lose This Skin tocca le tematiche transgender in anticipo sui tempi e l’antimilitarista Call Up affianca la ribelle Rebel Waltz.

 

 

Ma tutto il lavoro trasuda impegno e passione, in un tempo che già mostrava le profonde crepe dell’utopia socialista compromessa dalle derive staliniane dell’URSS e dall’avvento dell’ideologia liberista con il trionfo della Thatcher.

In un quadro del genere i Clash seppero mostrarci la speranza di un altro mondo, una moltitudine colma di suoni e di gioia, strettamente ancorata alle nostre radici africane e afroamericane, come a volerne sugellare il trionfo.

Tutto sommato, per il valore di Sandinista, poco spazio è stato dato al quarantennale di un’opera fondamentale della popular music. La speranza, ora, è di riuscire a vedere, nelle nostre sale, White Riot, questo splendido documentario che affronta tematiche ancora attualissime e che suggerisce percorsi di lotta e di organizzazione da non sottovalutare, pur in contesti differenti sia a livello temporale che sociale e politico.

Certo, non avremo più al nostro fianco una musica così ricca e ribelle come quella che seppero donarci i Clash. Peccato.

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Alberto Popolla
Musicista, diplomato al Conservatorio di Frosinone in clarinetto jazz e laurea alla Sapienza di Roma in Lettere con indirizzo storico contemporaneo, scrive per Quaderni d’Altri Tempi, The New Noise e Prog Italia, oltre che sul suo blog impropop.blogspot.com. Insegna improvvisazione e storia del jazz in diverse scuole di musica.

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