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La parabola di Sorrentino racconta un cinema che ha scelto l’estetica del potere al posto della realtà sociale. Palazzi, élite e astrazioni sostituiscono l’umanità concreta: la forma trionfa, ma il senso civile evapora.
La parabola di Paolo
(Una riflessione dopo un’intervista al regista Paolo Sorrentino, in occasione dell’uscita delle sale del suo ultimo film, “La grazia“, in cui ha espresso apprezzamento verso Mario Draghi.)
Non pretendo una coscienza sociale così spiccata. Non dico di riesumare l’arte militante di Elio Petri. Mi accontenterei di una comprensione civile, anche minima, della vita altrui, delle contraddizioni sociali contemporanee, dei risvolti sinistri che abitano concetti oggetto di veri e propri stupri dialettici quali libertà, democrazia, occidente. Altrimenti il cinema non è che citazionismo estetizzante, fine a sé stesso, senza alcuna prospettiva sulla realtà.
Ecco perché, alla fine, si prediligono le ambientazioni nei palazzi monumentali, quelli con i cortili a forma di chiostro, o le tenute estive dei rampolli con discesa a mare, o, ancora, la maestosità delle librerie di un popolo composto da intellettuali, giornalisti, professori e scrittori. E da grandi imprenditori ovviamente, quelli che costruiscono i sogni con impeto, con eroismo.
L’ammirazione di Paolo Sorrentino per Mario Draghi è ben accompagnata. La quasi totalità della cultura nazionale si accoda disperatamente alle personalità del potere. Non quel finto potere nazional/televisivo che dà origine ai governi pro tempore del nostro protettorato. No, si parla del vero potere, quello senza volto dei manovratori di banca, quello dei capitani di finanza, quello che ogni tanto rimette le cose a posto con qualche governo del Presidente. Quello del fanatismo europeista, per esempio.
Sorrentino, e con lui tutto il cinema italiano, non può parlare di nulla se non di astrazioni trasognanti dettate dalla falsa coscienza, perché le frequentazioni di questi gran signori della cultura sono adeguatamente setacciate. Nessuno di loro si mischia in quartieri variopinti. Al massimo sarà ponderato un sussurro paternalistico per il garzone del macellaio, per il rider che porta la pizza, per il barbiere di fiducia che porta l’arte in città da un paesino dell’entroterra lucano o da luoghi col fascino dell’esotico.
Nessuno di loro potrebbe ricreare le atmosfere del neorealismo, della commedia all’italiana, perché quell’umanità non è frequentata, non è neanche concepita. Se i grandi autori della perfezione stilistica, distrattamente, sono costretti a citarla lo faranno con mano grezza e caricaturale, enfatizzando appositamente i tratti cafoneschi, il gergo dialettofono o la rabbia criminale.
Motivo per cui la poetica di Sorrentino finisce per consumarsi e concludersi pateticamente, dopo le grandi aspettative, tra le feste decadenti delle terrazze romane e lì resta recintata. In una bellezza che non consola la malinconia. Il conformismo politico tratteggia l’appiattimento intellettuale e si sovrappone a quello culturale. Così si generano mostri.

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