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Nell’ultimo film di Matteo Garrone, Io Capitano, che affronta la tratta dei migranti attraverso il Mediterraneo, si mescola la cruda realtà alla fiaba puntando sulla commozione, ma quella meramente consolatoria, deresponsabilizzante.
Io Capitano
Ero andata al cinema ben disposta a vedere un film che avrebbe dato un contributo al momento critico che sta vivendo l’Europa: un diffuso razzismo che usa l’arma del cinismo a difesa del proprio giardino; la decadenza dell’impero occidentale che spera di allungare la sua esistenza negando l’aiuto a mare ai migranti, respingendoli e condannandoli ad annegare nei loro sogni, attraverso improbabili quanto inefficaci accordi economici (mera propaganda populista) con i governi nordafricani affinché blocchino le partenze, questo senza porre alcun limite alle violazioni dei diritti delle persone (vedi Memorandum Italia-Libia o la ricerca di applicazione di un modello Ruanda).
Il mediatore culturale Mamadou Kouassi, l’ispiratore della storia raccontata nel film, era ospite nel tg Post del 2 ottobre scorso assieme al regista e al cast per pubblicizzare il film. Vi riporto una sua lapidaria affermazione iniziale: è un film edulcorato.
Vero, e aggiungerei: uno sguardo voltato solo verso la luna nera, l’Africa, e alle violenze lì perpetrate a danno di chi vuol conoscere il mondo, avere opportunità, come nel caso di Seydou e Moussa che sognano di diventare delle star del rap; ma nulla mostra degli abusi che avvengono dalla parte della luna bianca.
Di sicuro era complicato mettere in scena una realtà così complessa, che viviamo per di più nella quotidianità attraverso i respingimenti e i morti che ne conseguono, la nostra mal celata arroganza di bianchi dominanti, ogni senso di colpa annegato nella coppa avvelenata del “prima gli italiani”. Si comprende che il regista ha avuto timore di essere tacciato di “buonismo”, parola sprezzante usata per nascondere le paure e giustificare il conseguente mancato riconoscimento dei diritti umani.
Garrone, difatti, toglie i piedi dal fuoco e mescola la cruda realtà alla fiaba puntando sulla commozione, quella superficiale, meramente consolatoria, deresponsabilizzante per lo spettatore italiano, e realizzando un’opera che tuttalpiù può essere ascritta al filone dei film d’avventura.
E dire che proprio la sottovalutazione dell’argomento gli era costata la negazione del finanziamento di Eurimages, il fondo del Consiglio d’Europa per sostenere il cinema europeo di qualità. Insomma, il problema di questo film sta proprio nella doppia chiave favolistico-realistica, dove però la prima soffoca e sminuisce l’altra. In fondo, ciò che poi conta non è la mescolanza dei registri ma il prodotto finale, in questo caso, per nulla convincente.
Ma nello studio di Tg Post, il regista afferma bellamente che il suo è un film trasversale, popolare, la cui visione potrebbe essere proposta nelle scuole. Certo non mi opporrei. Ma per discutere con i ragazzi e le ragazze di ciò che avviene nella realtà storica, sociale e politica, avrei bisogno di altri tipi di film per far comprendere anche le responsabilità che hanno molti Paesi, compreso il nostro, riguardo a quelle atrocità.
Mi chiedo come sia possibile amputare la realtà e inoltre tollerare, senza batter ciglio, che la conduttrice del programma, Manuela Moreno, commenti: “Questo film dovrebbe essere visto proprio in Africa per far desistere le persone ad intraprendere il viaggio”, aggiungendo “Questi arrivano tutti griffati, elegantissimi, come per un viaggio da tour operator…”.
Garrone si fa invece una risatina e, in tono confidenziale, da chiacchiere da salotto, ammicca alla conduttrice: “Ti ricordi in Un uomo da marciapiede lui com’era vestito per partire dalla provincia e andare a New York?”
A Garrone è evidentemente sfuggito che quel film cult racconta sia il passato tormentato di un giovane texano, i disagi del luogo di provenienza, sia la New York cinica di quegli anni. Quello di John Schlesinger, il regista, è “Lo sguardo coraggioso e inesorabilmente desolato sul ventre squallido della vita urbana americana…” *
Allora penso a Seydou mentre guida la nave sovraffollata di migranti verso la Sicilia, mentre seda le rivolte, mentre incoraggia una partoriente e suo cugino ferito a una gamba… Lui non sa nuotare e sa che deve andare sempre dritto, anche se in mare aperto è difficile “il sempre dritto”. Ma in modo magico, da supereroe, ce la farà.
Al cinema, seppur disturbata dallo sguardo unidirezionale del regista, continuavo comunque fiduciosa a ripetere all’amica che mi era accanto (e a ripetere a me stessa) che di certo sarebbe presto giunto il momento in cui avremmo visto ciò che accade nel Mare Nostrum, nei nostri centri di accoglienza, nei terribili quartieri ghetto delle grandi città europee dove scompaiono migliaia di minorenni non accompagnati… Poi ho realizzato che quel momento non sarebbe arrivato mai. Anzi, nel finale, si sente il rumore di un elicottero, arrivano i nostri, i salvatori, quelli che chiederanno una somma di 4938 euro per un’accoglienza umana, comprensiva delle spese per rispedirti in un Paese terzo.
Un’occasione artistica mancata, un film da mainstream. E pensare che poteva essere un capolavoro, il viaggio nella pancia della balena, dove la pancia è il buio della perdita violenta dei diritti umani, è il buio dei corpi dei morti a mare, è il buio di chi, invece di dare voce, spegne la luce e zittisce.
Meglio che restiate a casa vostra.

* Citazione tratta dalle critiche positive sul sito web Rotten Tomatoes.
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