Il nuovo film di Gianni Amelio, presentato in anteprima alla Mostra di Venezia, Il signore delle formiche, racconta la storia di Aldo Braibanti: l’omosessualità a processo nell’Italia degli anni Sessanta. Ma una parte importante del film parla di come L’Unità seguì la vicenda, distorcendone però alcuni passaggi.
Pci e omosessualità. “Il signore delle formiche”, di Gianni Amelio
Di Guido Liguori*
Il film di Gianni Amelio presentato alla Mostra di Venezia, Il signore delle formiche, rievoca un famoso fatto di cronaca. Era il tempo in cui il 68 antiautoritario e le sue benefiche conseguenze non avevano rivoluzionato ancora i costumi e la morale, il tempo in cui l’omosessualità era una colpa e una vergogna.
Rispetto a questa situazione anche il Pci aveva ritardi e perbenismi. Ma non era più quello degli anni 50. Era migliorato il Paese e i comunisti ancora di più. Tutto va storicizzato, gli aspetti negativi come quelli positivi. Dico questo perché buona parte del film parla di come L’Unità seguì il processo.
Amelio descrive una dialettica interna al giornale (che vuole senza dubbio rappresentare il PCI e il mondo comunista tutto), tra un cronista che potremmo dire nostro contemporaneo per quel che concerne lo sguardo sull’omosessualità e il direttore del quotidiano perbenista, retrogrado e pure filosovietico (pochi mesi prima dell’invasione di Praga!).
Alla fine – siamo già nel 1969 – il redattore nel film viene addirittura licenziato (episodio storicamente non vero). Ora, questa ricostruzione di Amelio appare più che forzata: è evidente il fine di criticare il Pci da un punto di vista che dopo qualche anno sarebbe stato tipico del Partito radicale, al quale il regista evidentemente è o era vicino, come appare anche da un fotogramma di Emma Bonino come è oggi che compare senza alcuna giustificazione (se non appunto di costruzione forzata di una genealogia della critica libertaria e anticomunista).
Molto significativo (forse rielaborazione di un qualche sofferto ricordo personale) mi pare anche il fatto che il catanzarese Amelio introduca nel film il personaggio di un giovane comunista della sua città che condensa gli aspetti più retrogradi dell’italiano (“gli invertiti o si curano o si devono suicidare”) e del comunista (“bisogna protestare per il Vietnam“, non per l’ingiusto processo a Braibanti) del tempo.
Un cammeo che mostra un Sud radicalmente non solo sprezzante degli omosessuali ma anche delle donne, considerate indegne di fare politica. Un po’ troppo…
In conclusione, sul piano del costume e della morale sessuale credo che il Pci sarebbe compiutamente cambiato, insieme all’Italia, solo nel corso degli anni 70. Ma il Pci del 68-69 come lo dipinge Amelio è falso, costruito per proseguire la critica a tutto campo di stampo pannelliano di un tempo. Come Bonino ancora oggi ci fa vedere un giorno sì e un giorno no in tv.
PS: nell’immagine dell’Unità del tempo (luglio 68 ) l’editoriale del direttore che critica duramente il processo Braibanti, definendolo aberrante.

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