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Sorrentino racconta un Presidente paralizzato tra fede, coscienza e potere. Tra grazia, eutanasia e memoria, Mariano De Santis incarna lo spettatore che guarda il mondo senza abitarlo. Un film sull’immobilità morale e sul peso di decidere.
La grazia come peso della coscienza e distacco dal mondo: Sorrentino tra potere, fede e responsabilità
Sorrentino racconta la crisi morale e spirituale di Mariano De Santis, anziano Presidente della Repubblica alla fine del suo mandato, cattolico devoto ma incapace di preghiera costante. Il film segue le sue scelte decisive e tormentate: concedere la grazia a due condannati per omicidio e firmare o meno una legge che consenta l’eutanasia. La procrastinazione, protratta per mesi, mostra un uomo diviso tra autorità pubblica, coscienza privata e fragilità spirituale.
Il nucleo emotivo del film è intimo e simbolico: De Santis è tormentato dalla domanda sulla moglie defunta, che gli ha nascosto la persona con cui lo tradiva — un segreto che rende ogni decisione più gravosa.
I figli: Dorotea – interpretata da Anna Ferzetti – e Riccardo lo salutano in videochiamata con tenerezza, incarnando il futuro che saluta e sottolineando il distacco del Presidente dal passato e dal presente. Francesco Martino, nel ruolo di Riccardo, restituisce un volto di struggimento intenso; la potenza espressiva evoca quasi Sorrentino stesso, trasmettendone allo spettatore la sua angoscia silenziosa.
Nei panni del protagonista, Toni Sevillo mette in campo una tecnica altissima, di evidente matrice teatrale, ma la comprime fino a renderla quasi invisibile. Mariano De Santis non domina mai la scena: la subisce. Lavora per minime variazioni, affidandosi a micro-espressioni, pause, esitazioni, a una postura sempre leggermente contratta, come se il corpo portasse il peso di una responsabilità che precede ogni gesto.
La voce è bassa, spesso stanca, priva di enfasi; lo sguardo tende a scivolare via, incapace di sostenere il mondo che gli si presenta davanti. A differenza di altri personaggi sorrentiniani interpretati da Servillo – Andreotti, Jep Gambardella, Berlusconi – qui non c’è cinismo né sarcasmo; emerge piuttosto un’amara autoironia che sottolinea una forma di inerzia morale trasformata in fisicità.
Nel settimo film con Sorrentino, il sodalizio raggiunge una maturità estrema: il regista costruisce un apparato visivo ricchissimo, al cui centro colloca un attore che lavora per sottrazione, rendendo De Santis un uomo piccolo dentro un potere enorme. La procrastinazione, tema centrale del film, non viene spiegata psicologicamente ma incarnata nel corpo dell’attore: ogni gesto sembra arrivare in ritardo, ogni decisione è preceduta da una fatica visibile.
Il mondo visto: Cavell, distacco e distanza
Alla luce delle teorie del filosofo e critico cinematografico statunitense Stanley Cavell, Mariano De Santis rappresenta lo spettatore moderno: osserva il mondo che governa ma ne resta separato, incapace di abitarlo pienamente. Il suo sguardo mostra profondo distacco dal mondo esterno, con responsabilità politiche e vite altrui che gli sfuggono, mentre il passato personale resta presente solo come immagine o ricordo da salutare. Ogni scena e decisione evidenziano ciò che non appartiene né al presente né al futuro.
Questa distanza è accentuata dalla messa in scena: gli interni, illuminati dai chiaro-scuri caravaggeschi, sottolineano la separazione interiore del protagonista. Anche le scene all’aperto trasmettono la pesantezza della non appartenenza, come nel caso del cane robot, che si ferma sulla strada, si volta verso lo spettatore e rimane dall’altra parte dello schermo: simbolo silenzioso del distacco del protagonista dal mondo esterno.
La grazia e lo stile post-trascendentale
Partendo invece dalle teorie sul cinema trascendentale del regista e sceneggiatore statunitense Paul Schrader, La grazia si discosta dallo stile trascendentale classico: non c’è austerità né silenzio ascetico. Sorrentino utilizza immagini ricche, movimenti di macchina elaborati e composizioni intense per trasmettere tensione morale. Eppure, anche in questo eccesso, la grazia, qui intesa come armonia interrelazionale, rimane inesplicabile e inaccessibile: né concedere la grazia (giuridica) né firmare la legge sull’eutanasia risolvono la crisi del Presidente. Se Schrader cerca la grazia attraverso il vuoto, Sorrentino la cerca attraverso il troppo, mostrando la stanchezza della coscienza e l’impossibilità della rivelazione.
Fede, responsabilità e procrastinazione
La fede cattolica di De Santis – la preghiera interrotta dal sonno e il rimando delle decisioni più gravi – accentua il suo distacco morale. Ogni decisione pubblica diventa un’esperienza privata di solitudine in un presente e futuro estranei, e De Santis percepisce che, se prima guidava i figli, ora è lui a dover essere guidato, mentre il passato resta incolmabile e pesantissimo tanto da indurlo a desiderare quella leggerezza finora da lui mai conosciuta.
Il tema dell’eutanasia si innesta coerentemente in questo quadro di immobilità morale attraverso una scena di forte impatto simbolico: un cavallo lasciato morire nella sofferenza per ordine di De Santis, che non ne consente l’abbattimento. L’assenza di compassione appare crudele, ma in effetti è prigioniera della paralisi. L’incapacità di scegliere diventa essa stessa una forma di responsabilità. Il tema riaffiora poi in pochi dialoghi frammentari e nel gesto di rabbia della figlia Dorotea, che rompe il silenzio paterno e costringe la questione a emergere. Ne deriva un invito esplicito almeno al confronto pubblico, in un’Italia che preferisce non vedere come l’eutanasia avvenga comunque, in forme illecite e/o violente, protette da un velo sacrale che sospende ogni decisione.
La sceneggiatura di Sorrentino, scritta dallo stesso regista, è agile, calibrata e raffinata: combina dialoghi essenziali con spazi di silenzio che accentuano il peso morale e la sospensione delle azioni. I momenti di tensione sono selezionati con precisione, permettendo di approfondire la complessità interiore del protagonista senza spiegarne ogni pensiero. Tuttavia, appare a volte citazionistica nel senso strutturale, costruita come se ogni battuta fosse una citazione, senza derivare materiale dall’esterno; questa modalità può dare una sensazione di costruzione artificiale, pur senza compromettere la coerenza interna. Ogni parola e ogni pausa diventano gesti di precisione quasi poetica, e la struttura narrativa riflette perfettamente la procrastinazione, il distacco dal mondo e la riflessione etica, creando un equilibrio tra introspezione e sviluppo tematico.
Il linguaggio, quindi, fa da contrappeso alla ricerca della leggerezza che accompagna il Presidente e gli spettatori durante tutto il film: ricerca che non ha mai esito, restando mero desiderio. Forse, solo con l’assenza di gravità potremmo goderne.
La grazia non celebra né condanna: è un film sulla fatica della decisione, sulla solitudine morale e sul distacco dal mondo. Mariano De Santis non può redimere né sé stesso né gli altri: responsabilità, memoria e coscienza appaiono come peso più che come sollievo. La messa in scena, i simboli visivi e il filo narrativo rendono La grazia un’opera post-trascendentale, in cui sacro, giustizia e grazia restano interrogativi senza risposte.

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