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martedì 9 Marzo 2021
Tecnè Eternal life: 23 anni senza Jeff Buckley

Eternal life: 23 anni senza Jeff Buckley

Jeff Buckley, cantautore dalla voce unica, uno dei personaggi di culto degli anni novanta, scomparso tragicamente il 29 maggio 1997. Un destino beffardo legato in qualche modo al destino del suo sangue, come un predestinato, come suo padre.

Jeff Buckley al Greenwich Village

Fu un esplosione tranquilla. Una gentile seduzione. Nessuna barriera tra l’artista ed il suo pubblico e neanche differenze tra i suoi momenti di palco e quelli passati in mezzo agli avventori dello Sin-E.

Jeff lo potevi trovare alla cassa, o dietro al bancone del bar a fare un cappuccino per i clienti e cinque minuti dopo a settare gli effetti della sua Fender prima di imbracciarla, e cantare.

In qualche modo, in quel luogo, stavano nascendo canzoni, e una voce. Jeff Buckley già dal 1992 si esibiva tutte i lunedì sera nel piccolo club del Greenwich Village a New York; si era sparsa velocemente la voce in città di questo ragazzo proveniente dall’Orange County che incantava il sempre più numeroso pubblico dello Sin-E con le sue canzoni.

Ehi, andiamo, stasera ti porto a downtown, c’è un club dove un ragazzo canta meravigliosamente gli Smiths, Dylan, Edith Piaf, Van Morrison e Nina Simone!

Ma si sa, New York ne ha viste tante di storie come questa: Springsteen al Bottom Line, i Ramones al CBGB, Dylan al Folk City, Hendrix allo Scene.

Jeff Buckley – Eternal Life (Live at Gleneagles)

 

Jeff Buckley e la sua Fender

Eppure, chi lo scoprì in quelle sere indimenticabili capi’ immediatamente cosa aveva davanti a sé. Steve Berkovitz della Columbia Sony rimase a bocca aperta davanti a cotanta grazia ed impiegò pochissimo a fargli firmare un contratto discografico.

Ma prima volle registrare su nastro alcune sue esibizioni e con il tasto Record premuto, Jeff inanellò una sequenza di canzoni incredibili, dimostrando una sensibilità e una capacità interpretativa non comune.

Pur sapendo di essere registrato, continuò a dialogare col suo pubblico come nulla fosse. E a cantare. Molti di questi dialoghi e canzoni, compresi alcuni tra i brani che finiranno sul suo primo (ed unico) album, Grace, li trovate qui.

Siamo tra luglio ed agosto del 1993, Jeff ogni lunedì citava Dylan, Cohen, Nusrah Fateh Ali Kahn, Plant e Page, Nina, Billie ed Ella, Jim Morrison e Jimi Hendrix.
Fender Telecaster, microfono e amplificatore, in piedi, appoggiato al muro.

È tutta qui la sua essenza, nei Cafè Days di New York. Sul precipizio di un destino beffardo ed ingiusto, con tutta la sua abilità e desiderio di emergere, alla costante ricerca di una direzione da prendere.

Jeff in his own words, ogni lunedì sera, sempre diverso dal precedente, un lungo viaggio in musica dell’artista meno noto del Village ma perfettamente assorbito dalla cultura, dall’arte, dallo stile bohemien, beat ed intellettuale di quel luogo magico che aveva a lungo cercato, e trovato.

Basta chiudere gli occhi e mettere su questo doppio cd per entrare in pieno nell’animo tormentato ma gentile di un ragazzo di 24 anni che veniva dalla Costa Ovest degli Stati Uniti con sulle spalle un cognome importante, degnamente portato.

Tutto questo in un bar, tra cappuccini, bellezza, risate, musica e sesso. E vi giuro, ancor oggi si piange a sentire queste note, pensando a ciò che è stato e sarebbe potuto essere.

Jeff Buckley, Hallelujah (da Live in Chicago)

 

 

 



Gianpaolo Castaldo
Gianpaolo Castaldo
Critico musicale, DJ radiofonico dal 1977, è stato tra i fondatori di Radio Rock. Presidente di Radio Elettrica

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