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domenica 23 Gennaio 2022
AchabI Blue Stuff e il patto col diavolo

I Blue Stuff e il patto col diavolo

Sono sulla strada verso Arpino per raggiungere la casa in campagna di Mario Insenga che è il fondatore, batterista e voce storica del gruppo blues italiano Blue Stuff. “Apriamo insieme ‘o cascione” ci siamo detti al telefono ridendo, per scegliere qualche fotografia della sua carriera musicale da affiancare all’intervista per il giornale.

Costeggio con l’auto i fianchi rocciosi delle basse montagne frusinate, bruciate dai fuochi dolosi di agosto. Superata la stazione ferroviaria, il navigatore mi fa fermare a un trivio sterrato, pare non ci siano case lì intorno. “Sono a un incrocio, dove vado?”, gli dico al cellulare, “sei a un centinaio di metri da casa mia, vedo la tua macchina. Torna un po’ indietro…”.

Mario è un gigante buono, in faccia porta trame rugose che si mischiano alla lunga barba a due punte, i capelli legati in un codino arricciato. Attraversiamo il giardino per poi entrare a casa mentre la radio trasmette David Bromberg e io non smetto di guardare le pareti zeppe di quadri e foto, copertine di album e gli oggetti blues sui mobili di legno insieme a tanti appunti sparsi scritti a penna.

I Blu Stuff e il patto col diavolo

Mi affaccio alla finestra, fumo una sigaretta e in lontananza le campane della chiesetta suonano e anche i cani abbaiano; “per un bluesman non devono mancare la terra, il treno e le campane”, dice il musicista intanto che dal piccolo baule tira fuori foto vecchie e nuove, catalogate per anno, per luoghi e manifestazioni dai concerti durante le occupazioni studentesche ai club italiani fino a quelli di Chicago.

Dialogare con lui è stato un vero e proprio viaggio nelle più antiche sonorità blues, nella cultura e nelle tradizioni del popolo afroamericano tra storia, protesta sociale e visionarietà. “Il blues è ‘a notte”, dice, “è verità”. E lui l’ha suonata, cantata attraverso la conoscenza, l’ironia e l’uso della visceralità della lingua napoletana riuscendo a riconsegnare al blues l’aspetto popolare che lo ha reso tra i musicisti italiani più attivi e riconosciuti dagli anni Ottanta a oggi.

I Blue Stuff e il patto col diavolo

Mario Insenga e il lungo viaggio dei Blue Stuff

Hai fondato i Blue Stuff agli inizi degli anni ’80, periodo in cui cominciava a spopolare la musica Dance o generi più “duri” come l’Heavy metal. Come è stata accolta dal pubblico la vostra sperimentazione musicale?

Forse parlare di sperimentazione è un po’ eccessivo poiché già negli anni Settanta la musica era più che tinta di blues e di rock. Ma il blues è sempre stata la mia passione fin dagli anni Sessanta quando ho avuto la mia prima batteria, il primo gruppetto musicale al Vomero. Come dici tu i gusti stavano cambiando ma con le nostre prime incisioni ancora si protraeva, si avvertiva l’onda lunga di un pubblico amante del blues.

Insieme ad artisti come Mario Musella, Edoardo Bennato, Pino Daniele, James Senese e i Napoli Centrale sei stato tra i primi ad aver portato in Italia le sonorità del ritmo Blues soprattutto attraverso l’uso della lingua napoletana. Come è nata e in che modo hai portato avanti questa ricerca sul linguaggio?

Tutti i nomi che hai fatto hanno raggiunto uno status che è certamente strepitoso. Purtroppo io ho maturato troppo tardi la logica di cantare i miei brani in napoletano o in italiano. Il primo LP coi Blue Stuff era in inglese, legato allo slang nero afroamericano tipico del blues. Solo dagli inizi degli anni Ottanta iniziarono le prime sperimentazioni con il dialetto napoletano.

Eravamo perciò in ritardo di dieci anni – lo dico con un po’ di rammarico – ma ci divertivamo perché in quel periodo facevamo più di 150 concerti all’anno e si aveva modo di rodare la formazione che era composta da 5 o 6 amici con un obiettivo comune: la passione per la musica. Il complesso era un’entità, era composto sempre dagli stessi amici e non da prestatori d’opera. E questo doppio legame di vita e musica era la forza del gruppo.

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Ma comunque tu sei considerato tra i padri delle sonorità blues qui in Italia…

E mi fa piacere che tu me lo dica. Il blues è stata da sempre la mia passione a filo doppio e tutt’ora lo seguo, vado ai concerti…

E l’ultimo concerto blues che hai visto, oramai forse prima della pandemia?

La maggior parte degli appassionati di blues è esterofila. A me invece piace anche andare al club sotto casa. Qui da me ad Arpino di recente ho ascoltato un trio di rockabilly, di un amico chitarrista. Però mi muovo, mi sposto. Qualche anno fa sono andato a Bologna per ascoltare il gruppo inglese Kitty Daisy and Lewis. Insomma giro i chilometri con piacere.

Sei stato tra i protagonisti degli anni del grande fermento musicale napoletano ma hai girato il mondo suonando con tanti bluesman internazionali. In che modo ha influito questa contaminazione culturale sul tuo rapporto con il territorio?

Da qualche tempo dalla città mi sono spostato alla campagna e questo mi ha portato a una nuova dimensione. L’ultimo nostro album “-7” è stato registrato in uno studio sotto casa mia che non ha nulla a che vedere con gli studi di registrazione di oggi.

Si registra nell’anticamera e nella stanza da pranzo sono sistemati la batteria, gli amplificatori etc. Questa è una novità, un vantaggio perché sei completamente immerso nella natura ed è proprio questo il blues perché nasce dalla terra e nella terra deve stare.

La perfezione tecnica degli studi di registrazione di oggi può non servire al blues che ha per me una componente fondamentale: la “sporcizia”. Pensiamo ai grandissimi come Charlie Patton per esempio. Lui ha quella sporcizia musicale, quelle imperfezioni insomma, che rendono irripetibile il suo modo di approcciare al blues.

Ma noi dobbiamo sempre raffinare, pulire tutto… ma il blues è verità ed è stato un vero vantaggio essere capitato in questo territorio, il passaggio dalla città alla campagna è stato per me il completamento.

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Che cos’è per te la “napoletanità” in un artista? Bisognerebbe sfuggirne o preservarla?

Io sono napoletano e in quanto tale faccio emergere alcune componenti positive come per me è l’ironia. E allora essere napoletano rappresenta un vanto. Chi non potrebbe esser fiero dell’ironia napoletana? E’ il risvolto ironico che stempera tutto. Di certo, non spingerei mai all’eccesso la napoletanità ma va accettato tutto quello che di buono ti dà e che col tempo hai maturato, sviluppato per poi applicarla nella quotidianità.

Tu parli di ironia… e apparentemente potrebbe andare in contrasto con il blues…

Tu pensa a “‘Na tazzulella ‘e cafè” di Pino Daniele che racconta di seri problemi sociali con l’ironia. O anche a noi dei Blues Stuff attraverso pezzi come “E’ asciuto pazzo ‘o padrone”, “Afragola” o “Una storia di emigrazione”… Non è una contraddizione ma solo un mezzo che ti suggerisce l’ambiente in cui ti sei formato.

In generale il blues, quello nero-americano, serviva a dar voce agli stati d’animo come quelli della sopraffazione, della difficoltà a vivere, della segregazione razziale ma raccontano anche di innamoramento, voglia di bere, di ballare, di far baldoria al club con gli amici. C’è un filone di blues chiamato “hokum blues” (di bocca buona, di bassa levatura, senza grosse pretese) che non è più di protesta ma cerca di alleviare i problemi della quotidianità.

Si diffuse soprattutto durante il periodo della Grande Depressione e si basava sul doppio senso, sul sesso e addirittura sui numeri del lotto, i musicisti afroamericani avevano una vera e propria cabala come la smorfia napoletana.

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Hai suonato per diverse associazioni umanitarie tra le quali Emergency, Green Peace, Legambiente…

Mi è capitato di suonare per Emergency in diverse manifestazioni. Loro sanno che se c’è bisogno di un’adesione io sono sempre pronto. Ma bisognerebbe che i contributi ben più significativi li dessero fonti con dei riconoscimenti a livello mondiale.

Non è che questo non avvenga ma oggi le grandi associazioni umanitarie sono ancora costrette a dire “dammi una mano” e non credo deponga a favore dei Governi che fanno più guerre che pace. La pace è patrimonio dei fottuti romantici che come noi credono che un mondo migliore potrebbe esistere.

Con Green Peace abbiamo partecipato all’assalto alla Regione Campania quando la monnezza era il problema principale a Napoli. Scrissi un brano apposta per quella circostanza. Suonammo sul pianale di un camion vicino al Palazzo della Regione a Via Santa Lucia. Questi sono i ricordi più importanti della mia carriera musicale e un po’ mi manca.

Forse il modo di agire di queste associazioni, di sottolineare le campagne e le iniziative non prevede più la partecipazione di gruppi musicali che prima, in quelle occasioni, attiravano maggiormente l’attenzione.

I Blu Stuff e il patto col diavolo

Nel 1975 a Licola si svolse un grande festival, considerato tra i più importanti della storia italiana, organizzato dai partiti e dai movimenti di sinistra più vicini al movimento di protesta studentesca. Giorni in cui protagonisti erano la musica e il dibattito su temi sociali come il femminismo, la libertà sessuale, la droga. Secondo te, oggi può ancora la musica essere protesta e partecipe attivamente alla vita sociale e politica? E in che modo?

Fu un festival straordinario con la partecipazione di molti gruppi progressive come gli Osanna , Il Rovescio della Medaglia. Oggi la musica potrebbe farsi voce del malcontento ma a parte alcuni personaggi del Rap, non credo che ci sia più qualcuno che scriva di temi sociali laddove all’epoca era più una consuetudine.

Partire dalla quotidianità per raccontare quello che non andava e come invece poteva andare. Avevamo l’illusione che la musica potesse cambiare il mondo ma alla fine è stato il mondo che ha cambiato la musica; sono i talent show a stabilire quello che deve piacere ai ragazzi e di certo non può nascere da lì il nuovo sogno di protesta.

Quelli sono gli artisti di domani perché dopodomani già non se li ricorda più nessuno! Sono meteore che non permettono al pubblico di appassionarsi a qualche cosa. Tutto il progressive, il blues degli anni ‘70 invece ancora lo ascoltiamo.

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Sei impegnato anche nella scuola, tieni seminari presso associazioni culturali. Hai avuto esperienze didattiche anche con i bambini? E in generale, qual è il tuo metodo di insegnamento?

Mi è capitato di suonare e raccontare il blues anche a bambini delle elementari e delle scuole medie inferiori. Ma non è un insegnamento vero e proprio. Racconto dei rudimenti di batteria nel blues, la storia del blues, degli stili in funzione della aree geografiche e dei periodi storici.

Lo abbiamo fatto molte volte presso istituti tecnici, superiori, università, festival blues in occasione degli incontri pomeridiani nei teatri per esempio. Una tecnica di insegnamento non ce l’ho anche perché sono autodidatta, non ho mai approfondito tecnicamente la batteria o il canto.

Ho imparato, come dire… a mie spese. Io posso solo illustrare quello che so fare, quello che ho imparato, suggerire gli ascolti giusti. Ai ragazzi dico sempre: vuoi suonare blues? Suona quello che sei prima ancora di suonare quello che senti. Il blues è verità. Poi si corregge, si indirizza verso il sentiero giusto però nel frattempo deve emergere quello che sei tu.

Forse sta proprio in questo essere maestri?

Essere più vecchi di altri! Si è maturata quell’esperienza che ti ha permesso di invecchiare bene…

I Blu Stuff e il patto col diavolo

“Il blues è la musica del diavolo”, dicono in molti…

Il termine “blues” divenne di dominio pubblico solo negli anni ‘10 e soprattutto nel decennio successivo con la diffusione delle case discografiche ma è sempre esistito come corrente sotterranea che “non si doveva sentire”.

E’ la storia del popolo afroamericano lunga più di 300 anni. Era la musica degli schiavi con i loro canti di lavoro nelle prime piantagioni di tabacco e cotone in Virginia che poi da collettivi divennero solitari quando con la guerra di secessione si passò all’emancipazione della schiavitù. I neri furono sì emancipati ma in realtà vennero emarginati.

Quindi il blues è diventato prima espressione culturale del popolo afro-americano come anche il jazz per esempio e poi espressione musicale. E’ l’altra faccia della “musica del giorno”, quella accettata dalle popolazioni bianche; pensa agli spiritual, al gospel che cantano “le lodi di nostro Signore”. Il blues è “’a notte”, è protesta, ribellione: la giustizia la voglio su questa terra e non altrove…

C’è da sempre un aspetto visionario che riguarda il blues. Per esempio è famosa la leggenda legata al bluesman Robert Johnson che, diceva, avesse stretto un patto col Diavolo: la sua anima in cambio della perfezione a suonare la chitarra…

Robert Johnson se la cavava con l’armonica ma suonava malissimo la chitarra. Quando andava nei posti dove suonavano i suoi idoli Son House e Willie Brown nei momenti di pausa usava prendere la loro chitarra e salire sul palco per eseguire qualche brano.

Ma poiché era alle prime armi il pubblico fischiava e anzi all’epoca si rischiava quasi la pelle! Continuavano a dirgli di lasciar perdere la chitarra, che non era roba per lui. Ma Johnson si allontanò per un anno e ritornò da grande chitarrista. E come è possibile che sia diventato tra i più grandi chitarristi blues in così poco tempo? Ha fatto un patto col diavolo.

Questa leggenda è stata scritta nel dettaglio da Tommy Johnson (non imparentato con Robert ndr). Anche lui musicista di delta blues zona alla confluenza del Mississippi con il fiume Yazoo. Lui raccontava a suo fratello pastore protestante come aveva imparato a suonare la chitarra. Si era recato di notte proprio a un incrocio, aveva atteso la mezzanotte, aveva iniziato a strimpellare la chitarra e a quell’ora si era presentato “l’uomo nero” ovvero papa legba nella tradizione vudù tahitiana ma di derivazione africana.

Bene, gli ha tolto la chitarra, gliel’ha accordata come si deve, ha suonato un brano e gliel’ha ripassata e nell’attimo in cui Tommy ha ripreso la chitarra in mano ha siglato il patto: ha ceduto la sua anima al diavolo in cambio di saper suonare la chitarra e il blues. La leggenda vuole che oltre a loro tanti altri musicisti abbiano fatto il patto col diavolo.

I Blu Stuff e il patto col diavolo

In questa componente favolosa, esistevano anche forme rituali utilizzate dai musicisti blues?

Spesso erano visti come sciamani, erano amatissimi dalle donne, avevano un fascino particolare ed erano per questo guardati con diffidenza dagli altri uomini. Molti erano esperti di erbe, avevano un sacchetto magico legato al manico della chitarra con una polvere che dicevano provenisse da una zampa di coniglio.

Tu sai che “blues” deriva dall’espressione elisabettiana “to have the blue devils” ovvero “avere i diavoli blu” che stava a significare uno stato di insoddisfazione. I primi musicisti lo eseguivano per esorcizzare queste presenze demoniache che si sentivano addosso, se ne liberavano.

Per esempio si racconta che il chitarrista bluesman Robert Pete Williams non si fosse mai riascoltato dopo le registrazioni. Non si riascoltava mai perché diceva che oramai quel blues lo aveva cantato, liberato e per questo aveva esorcizzato quel preciso stato d’animo che ormai non gli apparteneva più.

 

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Giuliana Vitali
Scrittrice e redattrice responsabile della rivista letteraria Achab ->

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