Supercoppa europea, Real Madrid-Eintracht Frankfurt 2-0
Si assegna la Supercoppa europea allo stadio Olimpico di Helsinki, prima competizione UEFA della stagione 22-23 ( per i pochi che non lo sapessero tra la squadra vincitrice della Champions League e quella di Europa League). Ah, un dubbio: prima assegnazione della stagione 22-23 o l’ultima della stagione 21-22? Correnti di pensiero, chi obbietta che chiamandosi “Finale” non può che avvenire alla fine di un viatico, di un percorso, tutti i torti non li ha.
Ma è pur vero che si gioca all’alba della stagione successiva a quella della vittoria delle due competizioni. Chi avrà ragione? Questioni di lana caprina, che in maniera diretta interesserà solo l’omino incaricato di punzonare l’annata sulla superficie argentea della Supercoppa europea: chissà se almeno lui avrà le idee chiare.
Il Real da una parte, l’Eintracht di Francoforte dall’altra. Già in questa sommaria presentazione le differenze appaiono lampanti. Per la prima, basta l’altisonante e araldico appellativo, si può omettere la città di appartenenza.
Della seconda, spicca il nome che sembra quello di un’azienda che produce ferramenta e l’urgenza di indicarne la toponomastica. Non per altro, giusto per capire dove trovarla sull’atlante. Non parliamo di blasone, non c’è partita: il palmares del Real è composto da 14 Coppe dei Campioni, 2 Coppe UEFA, 5 Supercoppe Europee, 3 Coppe Intercontinentali, 4 Coppe del Mondo per club. Quello dei tedeschi vanta l’unico successo in Europa League della scorsa stagione. Contro una squadra che è “Real” in tutti i sensi, che speranze puoi avere?
Certo, i distinguo ci sarebbero pure, se si volesse provare a dare qualche chance ai tedeschi. I teutonici sono notoriamente gente dalla ostinata pervicacia, di applicata determinazione. Non si danno mai per vinti e arrivano spesso al termine delle competizioni.
Ma a ben guardare, sono doti di cui si può ammantare la nazionale tedesca, non valgono per una qualsiasi squadra di club di Germania. In queste, data la presenza di atleti dalle disparate proveniente geografiche, si rischia che quelle caratteristiche, pur sussistendo finiscano per annacquarsi.
Gli allenatori? Le merengues condotte da Ancelotti, un condottiero di lungo corso, di gran lunga più avvezzo alle vittore che alle disfatte. Capace di inoculare motivazioni e tranquillità in pari dosaggio, di far convivere in perfetta armonia capitani scafati e matricole di primo pelo. I rossoneri di Francoforte sono condotti dal pur bravo Oliver Glasner che è stato capace di vincere l’unico titolo della sua ancor breve carriera, con un manipolo di volenterosi ragazzi.
Il Real ha giustamente cambiato poco dopo lo scorso anno, perché squadra vincente eccetera. Oltretutto trovare un modo di migliorarla era francamente difficile. Saranno frasi fatte, ma al di là dei grandi interpreti che nella sua storia il Real ha avuto, c’è sempre quell’attinenza per cui chiunque scenda in campo mostra sempre di sapere “come si fa”.
Parlando di singoli: Modric tiene ancora il campo per un’ora senza uscire stravolto dalla fatica, Casimiro è il mister Wolf di Pulp Fiction che quando viene chiamato “risolve problemi”. Lo fa indistintamente, in difesa come in attacco. Benzema ancora sospira di sollievo dal giorno in cui Ronaldo ha salutato la compagnia.
Pare che il francese abbia subito commentato “tanto meglio, stiamo più larghi”. E quello spazio che è avanzato lo ha sfruttato per tutto quel che si può, inchiodando palloni su palloni nelle reti altrui.
Valverde e Vinicius arano le fasce che è un piacere e intanto fanno esperienza impegnando fior di avversari in un continuo stress-test che questi il più delle volte non superano.
Quanta differenza può fare un grande portiere rispetto ad un buon portiere? Tutta la differenza del mondo se il grande portiere è – come lo è – Thibaut Cortois.
A parte la dote che porta di almeno una ventina di gol in meno all’anno, la presenza “scenica” del belga è mica da poco. Lungo, dinoccolato e con quella faccia da bravo ragazzo disorienta chi se lo trova di fronte. Poi, quando mette gli arti in movimento scopri che col suo corpo filiforme apparentemente non disegnato per gli sport esplosivi, chiude e raggiunge gli angoli più remoti delle porte che gli tocca difendere.
Non rapisce l’occhio, la sua è una tecnica che non guarda all’estetica ma alla concretezza: para con ogni parte del corpo che sa opporre come un vero e proprio muro davanti all’attaccante che si trovi nell’uno contro uno. Ma è anche un vero regista difensivo con piedi che sono strumenti di precisione. La perfezione fatta numero uno, un insieme di caratteristiche che quasi mai convergono su una sola persona.
Per non smentirsi: pronti via, chiude un tiro potenzialmente letale di Kamada e dà la sveglia ai suoi, che da quel momento cominciano a giocare per davvero. E da quel momento il buon Thibaut può occuparsi della sola ordinaria amministrazione.
Il resto va da sé: il Real segna il primo gol con Alaba imbeccato da mr. Wolf che raccoglie una palla che Trapp rincorre invano per tutta l’area di porta e che ormai sembra destinata a morire sui cartelloni pubblicitari. Segna il secondo con – indovina un po’? – Benzema che deve solo appoggiare in gol dopo una classica ripartenza che ha tagliato a fette centrocampo e difesa dell’Eintracht. Ma è solo una sottolineatura, i tedeschi avevano smesso di crederci già da un po’.
Finisce due a zero. Nei titoli di coda la solita routine, coriandoli, fuochi pirotecnici e la consegna della Supercoppa. Chissà che data ci hanno inciso sopra…
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