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Arnautovic uomo match contro l’Atletico, prima sanzionato a divinis, viene immediatamente riabilitato e beatificato, in attesa di ulteriore promozione.
Arnautovic croce e delizia
“Cholotaka”, l’avevano chiamato: il “nuovo” modo di giocare dell’Atletico Madrid di Diego Pablo Simeone, detto il Cholo. Una genialata. Hanno unito il nome del coach argentino a quello del gioco che esprimeva il Barcellona di Xavi e Messi. Gli spagnoli amano baloccarsi con ameni giochi di parole, so’ fatti così.
Il neologismo doveva indicare una virtuosa commistione tra il gioco essenziale e fisico del suo allenatore e la presunta vocazione a far della palla un possesso esclusivo. Doveva, appunto. Perché in Inter-Atletico Madrid non si è visto nulla di tutto questo.
L’Atletico che lascia il campo di San Siro sconfitto per uno a zero, si è alla fine dei conti, quello che ci si aspetta sempre dall’Atletico. Rognoso, tecnico, muscoloso. Un avversario scomodo, che sa stare in campo e bravo a far giocare male l’avversario. Quello di sempre, appunto. Bastava dirlo.
Probabilmente nel suo campionato può permettersi di variare il modo di affrontare gli avversari. Dopo che hai giocato contro Real e Barcellona puoi certamente azzardare certi esperimenti, ma da qui a strombazzare di presunte rivoluzioni tattiche, ce ne passa. Quando però dall’altra parte c’è l’Inter finisce che ti tocca prendere la questione sul serio e mettere da parte gli oziosi giochi di parole.
Due squadre che si dispongono a specchio, Inter e Atletico. Le analogie non si limitano al modo in cui si spalmano sul campo: analogamente si muovono compatte, non concedono spazi tra le linee strette. Il soggetto è il medesimo, gli interpreti no.
C’è più qualità nella difesa interista, con difensori dinamici e tecnici a discapito di quello madridista, più statico, meno portato ad accompagnare l’azione. A centrocampo i valori si equivalgono: Saul, Koke e De Paul “pesano” quasi quanto Barella, Mkhitarian e Calhanoglu. Sulle fasce si è destinati a soffrire a sinistra dove la verve di Lino può creare dei grattacapi a Darmian. In attacco, stante lo stato fisico non ottimale di Morata, non c’è partita: la lancetta punta tutto sul nerazzurro.
Pronti-via, ecco gli accorciamenti esasperati sui portatori di palla, di qua come di là.
Ad uscire palla al piede fa più fatica l’Atletico. Viceversa per l’Inter è un invito a nozze uscire dal pressing che gli porta l’Atletico. Almeno tre le occasioni in cui prende di infilata il centrocampo biancorosso e che mettono in superiorità numerica l’Inter. Simeone ci mette venti minuti buoni per capire che pressarli così in alto potrebbe essere un suicidio, e quindi dà mandato ai suoi di abbassarsi il giusto.
Quello che invece non capisce è di essere alle prese con un avversario che non sa come maneggiare. L’Inter non fa un possesso palla fine a sè stesso ma funzionale a far muovere l’intero blocco avversario, costringendolo a regolare continuamente le distanze tra i propri reparti. Lo allunga con i passaggi a ritroso, lo allarga con rapidi cambi di versante. Tiene in costante pressione mentale il contendente che è costretto a muoversi di continuo e nel contempo mantenere strette le linee.
Quella praticaccia viene replicata all’infinito e senza fretta almeno fino a quando non si crei uno spiraglio. E stai pur certo che prima o poi quel pertugio si paleserà. A quel punto toccherà ad uno dei cinque di centrocampo inserirsi, finalmente di fronte alla porta, ed eventualmente servire per l’incombenza del tocco finale uno tra Thuram o Lautaro.
Tocco finale che purtroppo è mancato per almeno un tempo perché i due primi indiziati, Mkhitarian e Calhanoglu sono stati inusitatamente imprecisi, incespicando su palloni praticabilissimi. Succede, sono anche loro esseri umani.
Concausa, gli spazi risicatissimi tra le maglie biancorossi cui potersi avventurare. Giocare palle in tranquillità è impossibile, l’Atletico arriva sui portatori di palla interisti almeno in tre, frammentando il gioco come sa.
Si deve aspettare fino al trentaseiesimo per vedere un tiro in porta. Lo fa Lautaro con un colpo di testa centrale, parato facilmente da Oblak. Tocca accontentarsi.
Anche perché non sembra una giornata propizia per l’argentino. Al 38esimo potrebbe capitalizzare una topica della difesa madridista di cui approfitta Thuram. Il francese serve palla a Lautaro che appena fuori dall’area avrebbe l’opportunità di centrare la porta, se solo decidesse di tirare di prima intenzione. Invece, volendo provare ad avvicinarsi di più ad Oblak, finisce per vedersi chiuso l’invitante corridoio. Ma l’Inter c’è, questa è la notizia che conforta.
Sconforta invece quella che racconta di Thuram costretto a rimanere ai box. Ancora non è chiara l’entità dell’infortunio: si incrocino tutte le dita disponibili tra mani e piedi.
Il secondo tempo non vedrà in campo il francese: al suo posto, a tentare di scardinare la difesa colchonera, viene chiamato Arnautovic. Dire che non è una buona premessa è un eufemismo.
Anche perché la sorte è carogna e a chi assegna l’onere di trattare la prima vera palla gol del secondo tempo iniziato da giusto tre minuti? Proprio all’austriaco, servito da un cross al bacio di Dimarco. La sua spaccata è scenografica assai, ma colpisce la palla con lo stinco. Anatomicamente parlando non esattamente una parte deputata a trattare le cose importanti del football, un pallone per esempio. Infatti finisce sulle gradinate.
L’Atletico? Vivacchia. Si fa vivo al 55esimo, con quello spiritato di Samuel Lino messo a pochi metri dalla porta dall’unica giocata degna di nota di Griezmann. La palla fatale gli capita sul piede sbagliato per fortuna di Sommer, fino a quel momento rimasto inoperoso.
Arnautovic torna sul cartellino delle occasioni sciupate al 62esimo. Messo davanti ad Oblak da un triangolo stretto tra lui e Lautaro, la sua dabbenaggine lo spinge al punto di sparare in tribuna una palla per la quale era più facile cogliere la porta che il vuoto cosmico verso il quale l’ha indirizzata. Se prima il feeling dell’austriaco con i tifosi era al minimo storico, con quella sconcezza si è trasformato in un vero, unilaterale, malanimo.
Sono errori che si rischiano di pagare doppio perché l’Atletico è, per analogia di caratteristiche, un serpente che aspetta quell’incauto che scosti la pietra che lo cela per colpirlo. In più, molto più prosaicamente, l’attacco dell’Inter senza Thuram è diventato nel frattempo di gran lunga più leggibile e prevedibile.
Per fortuna l’errore supremo lo commette l’Atletico Madrid, nelle forme di Reinildo e De Paul che collidono tra loro perdendo così il contatto con un pallone che potrebbero governare in tranquillità. Lautaro, che notoriamente è un notevole figlio d’Indrocchia, ha subodorato la topica, catturato quella palla senza padrone e si è involato verso Oblak.
Il portierone sloveno il suo l’ha pure fatto, parando la stoccata dell’argentino, ma non ha rifinito il notevole exploit domando il pallone che invece, lemme lemme, ha incrociato la traiettoria di corsa di Arnautovic. Ancora lui? Con ben altri nove giocatori disponibili? Quale settore del Meazza avrebbe centrato stavolta?
Marko si accorge di quel pallone che sta per raggiungerlo. Vorrebbe far finta di niente, essere un tizio che passa di lì per caso e che dei fatti del pallone non ha contezza. Vorrebbe smaterializzarsi e ricomporsi in un’altra galassia, magari un’altra dimensione, per sicurezza. Qualsiasi cosa, vi prego, pur di non doversi caricare dell’insostenibile incombenza di battere a rete. Ma non può sottrarvisi, perché è la palla stessa a cercarlo e, andandogli incontro, a richiamarlo alle sue precise responsabilità. A chiedere di farla finita, ma con dignità.
Marko beve l’amaro calice e decide di tirare verso la porta sguarnita, che ci vorrà mai? Epperò tira male, il colpo gli rimane in canna. Ma è una fetecchia, non un tiro. Quella palla ci mette mezz’ora a raggiungere la linea di porta. Porta che però a quel punto sguarnita non lo è più: c’è Oblak, c’è Lino. Non se la sentono, gli Dei, di infierire sul povero Marko, e quindi che gol sia, malgrado il solito Lino le provi tutte per oltraggiare le celesti delibere.
Finiscono in porta palla, portiere, difensore, i fotografi, i magazzinieri, i raccattapalle. Tutti sospinti dal soffio di settantacinquemila tifosi. Arnautovic prima sanzionato a divinis, viene immediatamente riabilitato e beatificato, in attesa di ulteriore promozione.
L’Inter è così passata meritatamente in vantaggio. A parte le occasioni di gol sprecate malamente, le sostituzioni avevano già decisamente fatto pendere la bilancia dalla sua parte, riducendo l’Atletico all’impotenza. Griezmann al culmine della disperazione, mai servito, puntualmente anticipato e ingabbiato da Bastoni, era da tempo andato in cerca di avventure a ridosso del centrocampo. Aveva predicato invano anche lì.
I restanti dieci minuti e spiccioli lasciati all’Atletico per tentare di rimettere in bilico lo score sono stati loro malgrado vani, se non per un cross intercettato di testa dal Morata redivivo in piena area di rigore interista. Lo spagnolo ha svettato sul belga ma ha poi destinato sul fondo l’invitante suggerimento. Sarebbe stato il primo vero tiro in porta realizzato dai Colchoneros: niente, nemmeno quella soddisfazione.
A Madrid, all’Inter toccherà difendere lo striminzito vantaggio, non sarà una passeggiata. Non lo sarà neanche per l’Atletico visto l’andamento dell’andata. Dovrà fare la partita, violentando un po’ i dettami del suo coach. Prestando il fianco alle ripartenze, va da sé. Si affronti serenamente quel retour-match quindi, per quel che si può. Le apprensioni semmai riguardano l’organico.
Dover rinunciare a Thuram sarà un fattore che impatterà in maniera inevitabile e determinante. Le partite che salterà, prendendo per buono le prime diagnosi fatte a caldo, ad una prima stima visibile? Una settimana di riposo almeno, un’altra per tornare a correre, una manciata di giorni ancora per essere pronti a scendere in campo. Significa saltare Lecce e Atalanta quasi sicuramente, Genoa e Bologna molto probabilmente. Poi di nuovo Atletico Madrid il 13 marzo: sarà quella la data giusta?
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