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martedì 17 Maggio 2022
SportCalcioIl farfugliare di Mancini e la spiegabilissima inspiegabilità del fallimento

Il farfugliare di Mancini e la spiegabilissima inspiegabilità del fallimento

Malgrado il sontuoso feedback di uomo navigato nel mondo del pallone, Roberto Mancini non ha saputo spendere una sola parola sull’andamento – nefasto – del match contro la Macedonia del nord.

La spiegabilissima inspiegabilità del fallimento di Mancini

Ieri sera, ormai sul tardi, l’ultima immagine che il mio televisore mi ha restituito prima che il telecomando ne sancisse lo spegnimento, era la faccia attonita, cerea e inespressiva del nostro C.T.

Certo, molto anche lo si doveva alla sua recente bleferoplastica, ma ha fatto specie soprattutto la sua incapacità di trovare spiegazioni plausibili alla clamorosa debacle subita per mano dei Macedoni.

Mancini si sa, è uomo di mondo. Nel suo girovagare ha preso il meglio dai popoli con cui si è via via trovato ad interagire: ha fatto suo l’aplomb britannico insieme alla sua sobrietà, ha assorbito l’appassionata veemenza turca in fatto di fede calcistica, la loro apertura mentale multilaterale che guarda l‘est come l’ovest, al cattolicesimo come l’islamismo, al laico come al religioso.

Senza contare la sua marchigianità, portata all’ospitalità non invasiva, austera che ben si confà a chi deve organizzare la convivenza tre i membri di un gruppo. Eppure, malgrado il sontuoso feedback di uomo navigato, di chi sa bene come vanno le cose nel mondo del pallone, non ha saputo spendere una sola parola sull’andamento – nefasto – del match di ieri.

Difficile dargli torto, ieri è successo l’inimmaginabile. Che poi, a ben pensarci, tanto inimmaginabile non è. Il football è considerato uno sport meraviglioso non a caso: democraticamente, regala almeno una possibilità a qualsiasi squadra, per scalcinata che sia.

La sua letteratura è piena di casi in cui il Davide di turno fa carne di porco del malcapitato Golia. E’ forse l’unico sport di squadra (non me ne vengono in mente altri) in cui puoi vincere anche solo difendendoti: puoi impostare un match sperando nell’unica occasione che magnanimamente ti regalerà l’avversario e a te toccherà semplicemente la paziente attesa.

Nel basket è inutile sperare che la fortuna ti aggiusti gli eventi: potrà andar bene un paio di volte, ma le altre trenta volte che tiri a canestro sarà bene che tu abbia una buona mira.

Provate ad immaginare una squadra di rugby che imposti la propria condotta in campo in maniera solo difensiva: il risultato non potrebbe essere altro che un rovescio clamoroso.

Tacendo del volley, dove una volta esauriti i tre tocchi, la squadra remissiva si limiterebbe ad appoggiare la palla dall’altra parte del campo. Cosicchè nel calcio, quando poi capita un Italia-Macedonia che finisce 0-1, sei costretto ad ammettere che, appunto, tanto inimmaginabile quell’esito non era.

Poi a vederla tutta, a ben leggere i trascorsi recenti, un minimo di sospetto avremmo pure dovuto avercelo: i Macedoni nel loro girone di qualificazione si erano tolti già la soddisfazione di battere la Germania in casa loro (poi però avevano perso per 0-4 nel ritorno) e avevano quindi messo in fila dietro di loro la sorpresa degli scorsi mondiali Islanda e i pur sempre più blasonati rumeni.

Invece- colpevolmente – tutti eravamo già proiettati alla finalina con il Portogallo, dove una sconfitta sarebbe stata tutto sommato un poco (ma poco poco) più accettabile.

C’è stato un problema di sottovalutazione dell’avversario? Non credo, piuttosto i mali di questa Italia andavano riconosciuti e quindi diagnosticati già qualche tempo fa, fatti conto da settembre scorso, ma l’entusiasmo che c’era intorno a questa squadra non permetteva di visualizzare serenamente quei segnali negativi.

Che pure erano chiari: l’incapacità diventata ormai cronica di portare pericoli nelle difese avversarie, la perduta vena creativa del motore di centrocampo, con Barella ritornato frenetico e inconcludente come ai suoi inizi, con Verratti incapace di trovare l’ultimo passaggio, con Jorginho sempre sotto tono, al netto dei suoi nefandi errori dal dischetto contro la rispettabile ma non trascendentale Svizzera.

La partita di ieri sera metteva di fronte due rappresentative con aspettative e considerazioni tattiche diversissime: il 433 di Mancini si contrapponeva al 4141 dei macedoni.

Consapevole di una perfettibile (per usare un eufemismo) condizione fisica e in assenza di corridori puri come Chiesa e di Di Lorenzo la fase di pressing dei nostri è stata pensata come conservativa e preventiva: non uomo su uomo sui centrali ma piuttosto la ricerca dell’oscuramento delle linee di passaggio, forzando il convogliamento del il giro palla sui laterali macedoni.

E in effetti il progetto tattico senza palla ha funzionato, con i nostri avversari mai capaci di abbozzare una serie di passaggi per lanciare l’unica punta Ristovski. Particolare l’assetto difensivo macedone con Ademi, forse il più dotato di visione tattica, che da vertice basso di centrocampo sembrava piuttosto un libero vecchia maniera, affondato tra i due centrali, esonerato da qualsiasi obbligo di marcatura, dettava i tempi di uscita dei centrali di difesa, alla rara occorrenza.

Pare che non fosse in perfette condizioni fisiche, e quello pure spiega perché già al sessantesimo veniva sostituito, cambiando in qualche modo anche l’inerzia della partita.

Va pure detto che di occasioni da rete ne avrebbero pure create, i nostri. Ma un po’ l’imprecisione, un po’ la precipitazione, un po’ la mancanza di un uomo d’area con l’istinto del gol, alla fine il sospirato gol non è arrivato.

Da segnalare, tra i tanti, il clamoroso l’errore di Berardi a porta vuota, per la disperazione di tutti. Il piano della macedonia col passare dei minuti prendeva la forma – senza che lo sospettassimo minimamente – del delitto perfetto : data per assunta e riconosciuta la superiorità tecnica dell’Italia, hanno puntato al nulla di fatto sin dall’inizio, che poi – hai visto mai? – tra supplementari e (ancor di più) i rigori, magari dio vede e provvede.

In effetti, la linea frangiflutti macedone su cui si sono infranti sistematicamente i nostri avanti macedone ha funzionato alla grande, rendendo deleteri i tentativi di entrare per vie centrali: d’altronde con i nostri due laterali d’attacco poco portati (anche le sovrapposizioni dei difensori sono mancate, con la difesa avversaria arretrata com’era) e mettere palloni nel mezzo, l’esito era – ma col senno di poi, mi rendo conto – più che scontato.

La sostituzione del già menzionato Ademi ha cambiato un po’ le carte in tavola: da una parte i nostri mediani hanno potuto ricevere palla con la porta di fronte invece che di spalle, e quindi provare qualche verticalizzazione in più, dall’altra ha liberato zolle libere di campo a Bardhi che con la sua qualità ha potuto giocare più palle nella metà campo avversa.

Niente di che, in verità: giusto per far in modo da provare finalmente che aria ci fosse dall’altra parte del campo. Poi le cose sono andate come sono andate: le troppe partite che il nostro campionato impone, la stagione lunga, le condizioni fisiche approssimative dei nostri, le mancanze importanti delle accelerazioni di Chiesa, di Di Lorenzo sgroppante sulla fascia destra, della regia difensiva di Bonucci, hanno determinato l’unica distrazione dei nostri.

Sul rilancio del portiere macedone, Trajkovski, fino a quel momento impegnato a tenere buono Florenzi, è sbucato tra due dei nostri, ha sparato da trenta metri e la palla è morta nell’angolino della nostra porta con Donnarumma che boh.

Il gol mette la parola fine ad una stagione strana, passata dal vincere l’europeo (che da sempre sostengo , per il nulla che conta, essere più difficile che vincere un mondiale) ad una eliminazione senza onore dove la nostra ex-valorosa compagine si è squagliata come un budino di crema pampuria fuori dal frigidaire.

Il valore di quell’europeo vinto alla luce delle nuove defaillances si svaluta? Condizioni astrali favorevoli, colpi di fortuna, contingenze favorevoli, avversari non troppo preparati, situazione mentali propizie hanno contribuito in maniera decisiva alle nostre fortune?

Dico che anche no: semplicemente gli altri ci hanno studiato, preso le misure. Se c’è un errore di Mancini è quello di non aver compreso questo dato di fatto, e di conseguenza non aver tentato di cambiare sceneggiatura.

Ora ci sarà da capire quanta voglia il CT abbia ancora voglia di continuare, dopo uno smacco devastante come quello provato ieri, quanta voglia soprattutto abbiano i ragazzi in azzurro.

Non può essere tutto da buttare via: nell’immediato, puntare sulla linea giovane è d’obbligo. Bastoni, Palmieri, Verratti, Di Lorenzo, Berardi, Chiesa sono la base giusta per ripartire. E per voltare subito pagina, a Giugno ci sarà la Nation League 2022-23.

 

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Lavora "indegnamente" per la forza armata dell’aria da sempre (ma sono solo problemi loro). Lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi, popolano di lignaggio, ha un’insana tendenza ad annoiare e ad annoiarsi.

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