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Nessun gol subito, bella prestazione e esordi positivi: questo il riassunto del debutto casalingo dei nerazzurri col Monza. Ma la strada è ancora lunga. Nel frattempo la dirigenza è al lavoro in queste ore per terminare l’opera sul mercato.
L’interista esistenzialista, buona la prima
Non aveva ancora avuto modo, il popolo interista, di rendere omaggio ai vicecampioni d’Europa. C’era, pressante, la voglia e l’urgenza di tributare i giusti meriti a quei ragazzi che si erano arrampicati fino alla finale della scorsa Champions League. E così si è consumata, prima dell’inizio della prima di campionato, la celebrazione di quella “grata delusione” arrivata al termine della stagione scorsa, la finale persa solo di misura contro il Manchester City.
Data l’aria di festa, si è pensato bene di includere un pizzico di malinconia premiando quel ragazzo tanto amato dalla tifoseria nerazzurra e che nella sua nuova esperienza professionale vestiva, per l’occasione, la sgargiante maglia biancorossa del Monza, Danilo D’Ambrosio.
Numero Duecentoquarantotto, come le sue presenze, recitava la maglia nerazzurra formato xxxl che è stata regalata da Javier Zanetti, a nome di tutta la gente interista, al buon Danilo, con tanto di ovazione dei settantamila.
Sfido, io: tanto ammirevole è stata la sua dedizione a quella sua ormai ex maglia, che ha inzuppato con ettolitri di sudore senza mai risparmiarsi un solo metro di corsa, a dispetto di una tecnica non esattamente sopraffina. È il segno che puoi rimanere nel cuore dei tifosi anche se non ti chiami Ronaldo. Anzi, forse a maggior ragione.
Come per tutte le feste che si rispettino, non è mancata la figura dell’imbucato. Lo sconosciuto cui nessuno osa dire niente perché si mimetizza meravigliosamente tra festeggianti e festeggiati e perché dall’aspetto assolutamente anonimo.
Eppure ci sarebbe voluto davvero poco a sbugiardarlo. Normalmente in questi casi ad accorgersi dell’intruso è il padrone di casa, ma in uno stadio la figura padronale non è prevista. È quindi mancato quel signor qualunque che gli chiedesse “scusi, ma lei chi è?”.
In un attimo sarebbe caduta l’ignobile mascherata: “Buonasera, sono Gagliardini”. “Ah. Bene. Chi ca#@o la conosce?! Chi l’ha invitata?” avrebbe obiettato quello. E quell’altro imbarazzato avrebbe bofonchiato un “Chiedo scusa. Prego, grazie, scusi, non tornerò” e avrebbe telato, di buon ordine e a passi ben distesi. Si scherza, ovviamente.
Alla festa c’era, gradito invitato anche lui, Roberto Gagliardini da Bergamo, centonovanta partite in maglia nerazzurra con poche luci a fronte di una caterva di ombre. Bidone esiziale o talento inespresso? Uno dei più intricati e mai svelati misteri del calcio italiano: Carlo Lucarelli, dove sei?
Finita la festa non rimaneva che fare quello per cui si erano presentati in settantamila al Meazza. C’era da giocare quell’Inter-Monza, prima giornata del campionato di Serie A, stagione 2023/24. Le formazioni: quella che si schierava contro i brianzoli era quella “tipo”, già della stagione scorsa, eccezion fatta dei due estremi, capo e coda, il portiere e una delle due punte.
Cambiata di poco sulla distinta arbitrale ma profondamente cambiata invece nel suo modo di affrontare le gare. A partire da un portiere che partecipa poco alla fase di costruzione, diversamente da come faceva Onana, che veniva spesso chiamato a cercare le punte con rilanci lunghi oppure ad attirare il pressing avversario al fine di liberare linee di passaggio subito alle spalle degli attaccanti.
Sommer è invece un estremo che tende al classico. A lui si richiede – per lo più – di farsi sentire dai compagni di pacchetto, di gestire da buon padre di famiglia l’ordinaria amministrazione e di essere presente nel fondamentale “principe” per qualsiasi portiere: parare, appunto.
Se non si può chiedere a Sommer di fare l’Onana, allo stesso modo, sull’altro confine, non si può chiedere a Thuram di fare…il Lukaku. Il francese è giocatore dalle caratteristiche molto diverse dal grande ingrato belga. È di gran lunga più tecnico del suo predecessore ma sensibilmente meno esplosivo nella corsa e nella progressione.
Verosimilmente, ci vorrà tempo per capire come innescarlo e come catalizzarne le enormi potenzialità. Ma il ragazzo nelle amichevoli estive ha dimostrato di essere un elemento di spessore e acutezza tattica: quando non trova la posizione e le geometrie giuste, prova sempre e comunque a fare la partita e a rendersi utile come può.
Parlando invece dell’avversario e riconosciuto che ci fosse tanta Inter anche dall’altra parte dello schieramento con i due ex arruolati, presenti e titolari all’unisono, non può non saltare all’occhio che il Monza, rispetto alla versione dello scorso campionato, ha messo su un bel po’ di forza bruta a discapito della raffinatezza. Ha dovuto, la società guidata da Galliani, rinunciare – per diversi motivi – ad un non indifferente capitale tecnico nei nomi di Stefano Sensi e Carlos Augusto, tacendo del talento Rovella.
Soprattutto i primi due erano fondamentali nel gioco di mister Palladino: l’interista di ritorno non si è certo scoperto adesso, che sia un vero fuoriclasse è risaputo. Il fantasista urbinate aveva messo a disposizione di mister Palladino il suo estro, la sua inventiva e anche un discreto numero di gol in una stagione in cui i suoi muscoli di seta per una volta avevano retto bene l’usura.
Il brasiliano invece era stato una vera scoperta, rivelandosi un’ala moderna fatta di ingredienti di qualità. Fisico e corsa su cui spalmare raziocinio, tecnica, capacità di calcio e sapienza sul gioco passivo. Inutile discutere su chi ha fatto l’affare.
Non è avventato riconoscere fin d’ora che, complessivamente, tra chi è andato via da una parte ed è andato all’altra, il bilancio penda clamorosamente a favore dell’Inter. D’altronde Caprari non vale Sensi malgrado il numero 10 stampigliato sulle sue terga. In realtà tenderebbe più all’11 per quanto si defila a sinistra. In più, è un tipo di giocatore avvezzo più al tiro in porta che al passaggio illuminante.
Nella nuova edizione del Monza, il fosforo rimane al solo appannaggio di Pessina, che è comunque un bel vivere. A voler tirare le somme e a volersi sbilanciare ancora di più, si può dire con una certa sicurezza, che il Monza difficilmente ripeterà la bella stagione scorsa.
I fatti, a partita iniziata, hanno ben presto confermato queste suggestioni. Non sarà un caso che sull’azione del gol dell’uno a zero di Lautaro sono presenti e protagonisti i due ex-Inter. Barella è bravo a portare un pressing che si risolve a suo favore, Gagliardini è tagliato fuori da un “dai e vai” con Dumfries ed è quindi costretto ad arrancargli dietro.
L’olandese però è troppo veloce per lui e quindi deve rassegnarsi a lasciarlo andare e a crossare indisturbato. Danilo, per quanto bene conosca i movimenti del suo ex compagno Lautaro, non riesce a intersecare la curva che l’attaccante disegna per intercettare quell’assist e se lo lascia passare davanti. Lo vedrà segnare un attimo dopo, senza trovare opposizione alcuna.
Non è certo un buon viatico per i due nuovi arrivi in maglia biancorosso, con altri ottantadue minuti da giocare. La fortuna è dalla loro parte, sotto forma di quella cappa di afa asfissiante che insiste su Milano, che mozza il respiro ed invita a centellinare degli sforzi. Oltretutto si è in piena fase di preparazione atletica, alla faccia di un campionato già iniziato. Infatti si va di cooling break: reidratarsi è sempre una buona idea e un massaggino sui muscoli imballati, una mano santa.
Va da sé che in termini di impegno atletico il più è già stato speso e che un po’ tutti aspettino il doppio fischio, anelanti un giro sul lettino del fisiatra.
Il secondo tempo è tutto volto ad aspettare i cambi. Nel calcio moderno, con decine di partite da affrontare in stagione, una panchina ben assortita può fare un’enorme differenza.
Ed è da lì che si aspettano le vere novità dell’Inter edizione 2023/24. Scalpitano come puledri imbizzarriti i nuovi Arnautovic, i Frattesi, i Bisseck, Carlos Augusto, Cuadrado. Un mix di freschezza e di esperienza sta frullando allegramente lungo la linea laterale, in attesa di essere sversata lì dove succedono le cose importanti.
Dicevamo di Thuram che ha la capacità di capire come rendersi utile in attesa di diventare utile:
Non è esattamente quello che fa Arnautovic, entrato da otto minuti, quando punta in piena area di rigore Pereira e quindi serve Lautaro che entra con tutta la palla nella porta sguarnita?
Buona la prima per l’austriaco, che confeziona per trequarti il gol che di fatto conclude la partita. l’Inter batte il Monza al suo terzo tentativo senza che ci sia mai stato il concreto pericolo del “non c’è due senza tre”. Presto per gioire, ma è beato chi si accontenta “de ‘sti quattro soldi de felicità”.
È la prima partita ufficiale dell’anno ma il rodaggio è tutt’altro che terminato. Davanti ad un avversario non trascendentale, l’Inter ha confermato le impressioni delle amichevoli precampionato. Un gioco molto più verticale rispetto al passato è una bella novità che fa transitare la squadra da una filosofia di gioco funzionale ma forse sorpassata, ad una magari più dispendiosa ma in linea con i dettami del calcio moderno. Sono solo sensazioni, per chi si voglia accontentare e non tema di essere smentito già la prossima settimana a Cagliari.
E quindi, che sensazioni siano: La squadra sembra aver fatto sua quell’autoconvinzione che ti fa mettere il naso davanti all’avversario per quotato che sia, già dal fischio d’inizio. L’anno scorso l’autostima era arrivata tardi e in forma scostante, quasi larvale. Si spera che nel frattempo sia diventata sostanziale.
Arnautovic è subito sembrato in sintonia con i compagni e funzionale alla manovra, Frattesi un sempre pronto incursore, Cuadrado carta da giocare ad avversario stanco per sfruttare i suoi cambi di direzioni, le finte, la capacità di puntare l’uomo.
E poi una nota per Bisseck, spavaldo il giusto, per Dumfries, meno fumoso e più pratico del solito, per De Vrij attento e preciso per tutta la durata della gara. Per tutti gli altri, conferme sui rispettivi altissimi standard. Nessun gol subito, questa è la vera novità: se si trattava solo di calafatare una difesa che nelle amichevoli si era dimostrata assai impermeabile e se l’operazione avrà avuto successo, è cosa difficile da stabilire e prematura da dire. Probabilmente non lo dirà neanche la trasferta di Cagliari. Per certi scabrosi argomenti sarà d’uopo aspettare incroci più… pericolosi.

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