Il campionato italiano per l’Inter, che appare la più debole fra le squadre di vertice, si sta rivelando molto più indigesto rispetto alla kermesse europea e forse un motivo c’è.
La più debole fra le più forti
Su Juventus-Inter erano tanti i dubbi che punteggiavano la vigilia. Inzaghi avrebbe resistito alla tentazione di schierare Brozovic nell’usuale ruolo di vertice basso di centrocampo o avrebbe confermato Calhanoglu come in quel ruolo che aveva interpretato così bene?
E lo stesso croato avrebbe accettato di buon grado di essere schierato già dal primo minuto dopo settimane fermo per un infortunio muscolare? Pensieri tossici: è lecito il sospetto che taluni giocatori stiano già pensando al mondiale e stiano tirando la gamba indietro. Talmente indietro da non voler nemmeno scendere in campo.
Cattivi pensieri che in effetti si sciolgono quando poi si scopre che Broz rimane in panchina. Lukaku invece a casa sua, in attesa di tempi più proficui, soprattutto per lui. Già, perché quel certo sospetto cade anche sul gigante belga che appena rientrato in campo si è subito presentato in infermeria.
Sarà un caso che invece Barella e il turco che il mondiale lo vedranno dal divano corrano e sprintano come non ci fosse un domani? Pensieri tossici, appunto.
A mettere ulteriore pressione sul club, qualora non fosse già troppa, le prestazioni rese da Milan e Napoli negli anticipi. I primi regolanti il solito Spezia bello ma sterile, i secondi belli e vincenti su una Atalanta che però avrebbe batterli con un po’ di malizia in più.
Risultati che le hanno creato un testa a testa la cui differenza, al momento, è determinata solo dallo scontro diretto vinto dai partenopei nell’unica partita in cui – forse – non lo meritavano. Ma è anche e soprattutto così che si vincono i campionati. È il brutto e il bello del calcio. Juventus e Inter invece erano reduci da due sconfitte “indolori”.
I bianconeri sconfitti dal PSG ma già eliminati, l’Inter impegnata in una passerella tra le prime due qualificate del gruppo C. Entrambe, seppur per motivi diversi avevano potuto praticare un turnover “light” in previsione della specialità della casa del campionato di calcio di serie A, il derby d’Italia.
Per la verità il turnover Juventino era stato ridotto all’osso e dettato da pressanti contingenze, date le tante assenze: a quelle già consolidate durante il turno di Champions League alla ultim’ora si è aggiunta quella di Vlahovic. Facile dedurre chi, dati i vari accidenti, godesse dei favori del pronostico.
Previsioni che sembravano concretizzarsi già al quarto minuto, quando Lautaro tirava fuori specchio di porta una palla che normalmente avrebbe incastrato in un angolo a caso della porta avversaria. Invece era solo fuoco di paglia, dopo quell’occasione la partita si è incanalata in un vicendevole controllo degli affari altrui, del tentativo delle due parti di anestetizzare il gioco avversario.
Il risultato di questo tran tran è stato, inevitabilmente, la mortificazione della qualità di gioco, della incapacità di raggiungere con una qualsivoglia giocata i rispettivi punteros. Intorno al ventesimo la Juventus ha completamente ripreso campo, dopo un’appena percettibile superiorità in termini di possesso palla da parte dell’Inter.
È diventato chiaro a tutti che a quel punto solo l’errore di un singolo avrebbe potuto determinare lo sblocco dello stallo. Poteva essere il caso una mancata gestione della palla in fase d’attacco della Juventus intorno al quarantesimo del primo, che scatenava il ribaltamento di fronte in due tocchi: Calhanoglu a Barella in posizione d’ala destra, cross su Dumfries che in spaccata, a porta vuota, la metteva fuori.
Chi avrebbe rotto gli indugi nel secondo tempo? Ancora una volta erano i nerazzurri a sfiorare il gol con una staffilata dal condominio di fronte del turco, stavolta era il portiere dal nome inscrivibile a metterci la mano e a convogliare la palla sulla traversa. Toccava ancora aspettare quell’errore tecnico decisivo e definitivo.
La sorte ha deciso per tutti: è stata la Juve ad approfittare di una ripartenza e di un Barella preoccupato più dalla sostituzione che dalla espulsione al punto di decidere di non abbattere un Kostic lanciato a molla sulla fascia sinistra.
Il suo cross ha incontrato il piede di Rabiot che è stato bravo a metterla dove neppure le gambe esplosive di Onana riescono a spingere il suo corpo fin là. L’uno a zero convogliava l’economia dell’incontro giusto dove voleva Allegri e company che a quel punto si fregava le mani al pensiero degli spazi che avrebbe trovato alle spalle dei centrocampisti interisti, una volta mantenuta la solidità del muro difensivo.
Muro che teneva come poteva: le poche brecce trovavano toppe nella ritornata irrisolutezza delle conclusioni di Lautaro, tornato sciupone come ai tempi cupi di qualche mese fa: quando uno dice “giusto in tempo”, no? Un preoccupato Inzaghi praticava la sua alchimia di cambi, direzionati verso l’assalto all’arma bianca.
Il secondo gol annullato alla Juve qualche sospetto l’aveva pure creato, il terzo quello buono, lo ha confermato: è Gosens, entrato per dare impulso all’attacco, a toccare da difensore centrale un tiro di Fagioli che probabilmente Onana avrebbe potuto controllare, ma si vede che doveva andare così. Era l’ottantaquattresimo minuto e il sipario calò su Juventus-Inter.
Anche in versione “rimaneggiata”, che una volta si sarebbe detta “sperimentale”, la Juventus batte meritatamente un’Inter che paga i tanti errori sotto porta e la mancanza di quella spietatezza che fondamentale negli scontri diretti.
I torinesi hanno controllato la partita, l’hanno direzionata verso le loro caratteristiche più congeniali, hanno messo una bella gagliardia nei contrasti e nelle contese di palla, hanno avuto molte meno occasioni per segnare ma quella poche che hanno avuto, le hanno capitalizzate al massimo rateo possibile.
L’Inter perde un’ulteriore scontro diretto dopo quelli con Milan, Roma, Lazio e Udinese, dimostrando di essere la più debole tra le più forti. Domenica prossima, dopo il turno infrasettimanale contro il Bologna ci sarà un nuovo scontro diretto, la trasferta a Bergamo contro l’Atalanta, e le premesse non sono buone.
Il campionato italiano si sta rivelando molto più indigesto rispetto alla kermesse europea e forse un motivo c’è. Mentre nelle competizione europee l’Inter può contare su una certa inintellegibilità da parte degli avversari che normalmente si dispongono a condurre partite a viso aperto, in campo nazionale fatica ad abbattere i muri di squadre che si chiudono a riccio in attesa del giusto spunto offensivo.
Inzaghi, nelle dichiarazioni post partita è costretto ad ammettere che se pure è vero che mancano tante partite alla fine del campionato, il distacco dalla prima è ormai significativo e difficilmente recuperabile. La classifica conforta la tesi: sono ben undici punti dal Napoli, oggettivamente troppi per continuare a sperare. Ma sono solo cinque dal Milan: forse è il caso di puntare il mirino su obbiettivi più realistici.

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