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Dragan Džajić, il “Mago di Belgrado”, fu una delle ali sinistre più forti della storia. Simbolo della Stella Rossa e della Jugoslavia, incantò con dribbling e cross perfetti. Eroe del calcio romantico, resta leggenda nonostante le controversie del 2008.
Icone: Dragan Džajić
Nato il 30 maggio 1946 a Ub, in Serbia (allora Jugoslavia), Dragan Džajić è considerato uno dei più grandi talenti del calcio balcanico e tra le migliori ali sinistre della storia.
Soprannominato “il Mago” per la sua eleganza, i dribbling ipnotici e i cross millimetrici, Džajić era un’ala che combinava tecnica, velocità e visione di gioco, capace di incantare i tifosi e terrorizzare le difese. Icona della Stella Rossa Belgrado e della nazionale jugoslava, ha lasciato un’eredità che ancora oggi è celebrata come simbolo del calcio romantico, nonostante un episodio controverso legato al suo arresto nel 2008.
Gli inizi e l’amore per la Stella Rossa
Džajić cresce in una famiglia modesta a Ub, un piccolo villaggio serbo. A 13 anni, il suo talento viene notato dalla Stella Rossa Belgrado, che lo porta nella sua accademia. Un aneddoto curioso: da ragazzo, Dragan si allenava con un pallone fatto di stracci, perché la sua famiglia non poteva permettersi uno vero. Debutta in prima squadra nel 1963, a soli 17 anni, contro il Budućnost Titograd, segnando un gol con un tiro da fuori area che fa innamorare i tifosi. “Quel ragazzo ha un piede sinistro che parla,” disse l’allenatore Miša Pavić, intuendo il suo potenziale.
La leggenda con la Stella Rossa
Con la Stella Rossa, Džajić diventa una bandiera, giocando 590 partite ufficiali e segnando 287 gol tra il 1963 e il 1978 (con una breve parentesi al Bastia). Vince cinque campionati jugoslavi (1964, 1968, 1969, 1970, 1973) e quattro Coppe di Jugoslavia (1964, 1968, 1970, 1971). Sebbene non abbia mai conquistato la Coppa dei Campioni come giocatore, porta la Stella Rossa alle semifinali nel 1970-71, eliminata dal Panathinaikos per la regola dei gol in trasferta. Il suo gol più iconico?
Nel 1968, contro il Celtic, quando dribbla tre difensori e segna con un pallonetto che manda in visibilio lo stadio Marakana di Belgrado. Come dirigente, Džajić contribuisce al trionfo più grande del club: nel 1991, da direttore tecnico, guida la Stella Rossa alla vittoria della Coppa dei Campioni e della Coppa Intercontinentale contro il Colo-Colo, un’impresa che scrive la storia del calcio jugoslavo.
Nonostante offerte da Real Madrid e Manchester United, Džajić resta fedele alla Stella Rossa per gran parte della carriera, dicendo: “La Stella Rossa è la mia casa, i tifosi la mia famiglia.”
La nazionale e l’Europeo 1968
Con la Jugoslavia, Džajić disputa 85 partite, segnando 23 gol, un record per l’epoca. Il suo momento più alto arriva agli Europei del 1968 in Italia, dove guida la Jugoslavia alla finale. Nella semifinale contro l’Inghilterra, segna il gol decisivo dell’1-0 all’87°, superando Bobby Moore con un dribbling e lobando Gordon Banks, un’impresa che gli vale il soprannome “Magic Dragan” dalla stampa britannica.
In finale, la Jugoslavia pareggia 1-1 con l’Italia (gol di Džajić), ma perde 2-0 nella ripetizione. Eletto miglior giocatore del torneo e inserito nella formazione ideale, Džajić commentò: “Non abbiamo vinto, ma abbiamo mostrato al mondo chi siamo.” Nel 1976, la Jugoslavia raggiunge di nuovo le semifinali degli Europei, ma viene sconfitta dalla Germania Ovest.
L’amara delusione in Coppa dei Campioni
Il grande rimpianto di Džajić come giocatore è non aver vinto la Coppa dei Campioni. Nel 1970-71, la Stella Rossa arriva alle semifinali, battendo il Panathinaikos 4-1 all’andata a Belgrado, con un gol spettacolare di Džajić. Tuttavia, sospeso per il ritorno ad Atene a causa di un’espulsione nei quarti contro il Carl Zeiss Jena, non può giocare: i greci vincono 3-0 e passano per la regola dei gol in trasferta. “Quel giorno ho capito che il calcio può essere crudele,” ammise anni dopo, ricordando la delusione dei tifosi al Marakana.
L’avventura al Bastia e il ritorno
Nel 1975, a 29 anni, Džajić accetta una sfida insolita: gioca due stagioni al Bastia, in Francia, segnando 31 gol in 56 partite. La sua esperienza in Corsica è ricordata per un aneddoto: contro il Nizza, Džajić serve un assist perfetto dopo aver dribblato mezza squadra, ma il compagno sbaglia il tap-in. Sorridendo, gli disse: “Se fossi stato a Belgrado, quel passaggio sarebbe stato un gol.” Torna alla Stella Rossa nel 1977, chiudendo la carriera da giocatore nel 1978 come eroe indiscusso.
L’arresto del 2008
Nel 2008, Džajić vive un momento controverso: viene arrestato insieme a Vladimir Cvetković e Miloš Marinković per presunta frode legata al trasferimento di Goran Drulić al Real Saragozza nel 2001. Secondo l’accusa, avrebbero sottratto circa 5,1 milioni di euro, falsificando documenti per far sembrare che Drulić avesse ricevuto 18 milioni di marchi tedeschi. Džajić, allora vice-presidente della Federcalcio serba, definì l’arresto “una vergogna per la Serbia.”
Dopo cinque mesi di custodia, fu rilasciato il 4 luglio 2008, e il processo, esteso ad altri trasferimenti (Zoran Njeguš, Ivan Dudić, Perica Ognjenović), si concluse nel 2012 con l’assoluzione, grazie a un’amnistia firmata dal presidente serbo Tomislav Nikolić. Džajić, commentando l’episodio anni dopo, disse: “È stato un momento duro, ma so chi ha orchestrato tutto questo. Non ho mai tradito la fiducia dei miei tifosi.”

Aneddoti e curiosità
- Il soprannome “Mago”: Džajić guadagnò il soprannome per i suoi dribbling e cross, ma anche per un episodio del 1966: contro il Partizan, inventa un assist con un pallonetto che scavalca tre difensori, definito dai giornali “un trucco da prestigiatore.”
- La sfida con Pelé: nel 1971, in un’amichevole tra Jugoslavia e Brasile, Džajić supera Pelé in dribbling e serve un assist decisivo. Pelé, a fine partita, gli stringe la mano e dice: “Non ho mai visto un’ala così.”
- Il rifiuto al Real Madrid: negli anni ’70, il Real Madrid offre un contratto milionario, ma Džajić rifiuta, dicendo: “Non posso tradire i miei tifosi.” Una scelta rara per l’epoca.
- La passione per la pesca: lontano dal campo, Džajić amava pescare nel Danubio. Una volta, raccontò di aver perso un pesce enorme: “È stato come mancare un gol in finale, ma senza pubblico a fischiarmi.”
L’eredità da dirigente e il mito
Dopo il ritiro, Džajić diventa presidente della Stella Rossa (1998-2004), guidando il club in un periodo difficile post-guerra jugoslava e contribuendo, come direttore tecnico, alla storica vittoria della Coppa Campioni contro il Marsiglia e della Coppa Intercontinentale 1991 contro il Colo Colo.
La sua statua fuori dallo stadio Marakana è un simbolo per i tifosi, e nel 2002 viene eletto miglior giocatore serbo del secolo. Terzo classificato al Pallone d’Oro 1968 e incluso da Pelé tra i 125 migliori calciatori viventi nel 2004, Džajić disse: “Non gioco per i premi, gioco per la gioia.” Nonostante le controversie del 2008, il suo nome resta sinonimo di calcio poesia a Belgrado.

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