Il clima è caraibico, dice La Russa: peccato che il conto lo paghino gli altri

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La Russa dice che ci abitueremo al clima caraibico. Ma tra i vigneti sradicati a Bordeaux e le colture italiane in crisi, il vero problema è la velocità del cambiamento, non la destinazione. E il conto, come sempre, lo pagheranno i più poveri.

Il clima è caraibico. Un anno a Bordeaux vale un secolo di adattamento normale

Il presidente del Senato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, ha offerto qualche settimana fa una sintesi memorabile della crisi climatica durante la presentazione del libro di Nicola Procaccini a Milano: ci abitueremo al clima caraibico, ha detto, perché ai Caraibi vivono da sempre con quel clima e sopravvivono benissimo. La battuta ha acceso polemiche ricorrenti, ma il punto interessante non è l’ennesima uscita sopra le righe di un esponente di governo. Il punto è che dietro quella boutade si nasconde un errore concettuale preciso, quello di trattare il cambiamento climatico come una questione di destinazione anziché di velocità.

I numeri lo confermano meglio di qualunque battuta sui Caraibi. In Francia il governo ha varato un piano da 130 milioni di euro per estirpare tra gli 80.000 e i 90.000 acri di vigneti in tutto il paese, con la metà della superficie concentrata proprio a Bordeaux: dal 2023 la regione ha già sradicato circa il 20% delle proprie vigne, secondo i dati citati dal professore di Economia del vino Jean-Marie Cardebat, mentre gli incendi e l’ondata di calore del luglio 2026 hanno provocato oltre 220.000 evacuazioni e ulteriori blocchi vegetativi delle piante per stress idrico.

In Italia lo stesso schema si ripete su colture diverse: la crisi del kiwi giallo, quella della pera emiliana, la sofferenza dell’ulivo ben oltre i confini pugliesi raccontano tutte la stessa storia, colture che non hanno il tempo di spostarsi o adattarsi secondo i ritmi naturali a cui erano abituate. A questo si aggiungono le ondate di siccità che colpiscono con crescente regolarità Sicilia, Sardegna e l’Alto Lazio, e i flussi migratori che partono anche, non solo, da territori resi sempre più inabitabili dal punto di vista agricolo ed idrico.

Chi decide di non decidere, e chi paga per lui

Qui si arriva al nodo che la retorica dell’adattamento serve elegantemente a nascondere. Se il clima cambiasse di un grado ogni cinquant’anni, gli ecosistemi agricoli si riconfigurerebbero da soli, le colture si sposterebbero seguendo un ciclo di sostituzione fisiologico, le disponibilità idriche muterebbero abbastanza lentamente da lasciare alle infrastrutture il tempo di adeguarsi.

Il problema non è dunque il cambiamento in sé, che la Terra ha attraversato innumerevoli volte, ma la sua compressione in un arco temporale di pochi anni, che trasforma un processo naturale gestibile in una raffica di emergenze da affrontare a colpi di decreti e sussidi d’urgenza, esattamente come sta facendo lo Stato francese con i vigneti bordolesi.

Ridurre tutto questo a una fisima da benestanti annoiati, come ha fatto per anni la comunicazione neoliberale, è stato un capolavoro di depistaggio culturale che ha isolato il tema climatico dal resto dell’agenda geopolitica, quando in realtà i due piani coincidono quasi perfettamente.

La stessa mutazione del clima sta ridisegnando le priorità strategiche delle grandi potenze su mari, stretti e rotte commerciali, e non è un caso che Israele abbia consolidato negli anni il controllo sulle alture del Golan, territorio siriano prezioso non solo per la sua posizione militare ma per l’accesso alle risorse idriche della regione, un controllo riconosciuto dagli Stati Uniti nel 2019. Acqua, agricoltura e intelligenza artificiale, che di acqua per il raffreddamento dei data center ha un bisogno vorace, sono ormai variabili della stessa equazione geopolitica, non capricci da salotto ecologista.

Va detto con altrettanta chiarezza che chi ha visto nelle politiche europee sul clima un meccanismo per scaricare i costi della transizione sulle classi popolari e sul ceto medio non ha tutti i torti: l’idea che la battaglia contro le emissioni si vinca con la virtù individuale del cittadino modello, quello con la spesa a chilometro zero e la bicicletta a pedalata assistita, ha prodotto più cinismo che risultati, oltre a offrire un comodo alibi a chi doveva invece intervenire sulle strutture produttive. Ma questo non cancella il fenomeno, lo rende semmai più urgente da affrontare con strumenti diversi da quelli finora proposti.

La destra italiana, di fronte a questo bivio, ha scelto con chi stare, e non ha scelto la neutralità: ha scelto di non muovere un dito e di accodarsi alla linea negazionista di Trump, calcolando evidentemente che il conto salato di questa inerzia non toccherà mai chi la sottoscrive. Sarà infatti chi appartiene alle fasce di popolazione più povere a pagare per primo la scommessa, mentre le classi agiate che La Russa rappresenta e difende avranno sempre i mezzi per trovare una spiaggia caraibica dove aspettare che passi. Il problema, appunto, non è il clima che cambia. È chi decide chi deve permettersi di sopravvivergli.

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