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Crosetto ha nominato l’ex ministro ucraino Fedorov advisor per i droni mentre il governo preparava in segreto un decreto con batterie Samp-T e missili Aster per Kiev. Nel frattempo Mosca moltiplica gli avvertimenti: dopo Myla, l’escalation rischia di trascinare anche l’Italia dentro la guerra.
Fedorov nello staff di Crosetto: l’Ucraina addestra l’Italia alla guerra dei droni
Il 28 agosto, mentre a Myla, alle porte di Kiev, bruciava per ore un deposito di munizioni colpito da un drone russo, a Roma il ministro della Difesa Guido Crosetto riceveva Mykhailo Fedorov. Trentacinque anni, l’uomo che ha trasformato la campagna di digitalizzazione di Zelensky nella macchina bellica dei droni ucraini, rimosso dal governo di Kiev a luglio dopo circa sei mesi da ministro della Difesa, diventa ora Advisor per l’Innovazione della Difesa italiana. L’incarico, a titolo gratuito, non prevede trasferimento in Italia: Fedorov continuerà a lavorare dall’Ucraina, anche per attrarre risorse internazionali verso l’industria militare del suo paese.
Il tema dell’incontro non lascia spazio a letture attenuate: droni, difesa aerea e sistemi unmanned, cioè l’intero repertorio tecnologico con cui Kiev ha affrontato asimmetricamente la guerra contro la Russia. Fedorov avrebbe ricevuto proposte analoghe da altri paesi, scegliendo di accettare solo quella italiana, e secondo Reuters l’offerta di Crosetto non nasce dall’incontro di agosto: il ministro gli aveva già proposto un ruolo di consulenza poche settimane dopo la sua uscita dal governo ucraino. Non un colpo di fulmine, quindi, ma un corteggiamento pianificato, che l’obiettivo dichiarato dal ministro chiarisce senza ambiguità: portare in Italia l’esperienza ucraina nella riduzione dei tempi tra sperimentazione, produzione e impiego operativo sul campo. Tradotto dal linguaggio ministeriale: imparare da chi sa produrre armi più in fretta, avendo un intero paese come banco di prova.
Generatori di giorno, Samp-T di notte
Sull’altro fronte, quello dei sistemi antimissile, la sceneggiatura è ancora più istruttiva. Palazzo Chigi ha comunicato per settimane un impegno umanitario circoscritto: generatori elettrici per l’inverno ucraino. Ma secondo la ricostruzione di Repubblica, ripresa da diverse testate, il governo avrebbe già deciso da tempo un sostegno militare ben più corposo, da formalizzare nel tredicesimo “Decreto Aiuti“, con l’obiettivo dichiarato a Zelensky di renderlo operativo entro ottobre.
Nel pacchetto, batterie contraeree Samp-T di nuova generazione capaci di abbattere missili balistici, intercettori Aster 30 e radar per l’individuazione degli assetti russi, frutto di un’intesa siglata a luglio tra Meloni e Macron. Il ricorso allo strumento del decreto, anziché a un provvedimento ordinario, risponde a un’esigenza precisa: evitare che l’invio di armi diventi terreno di scontro nella maggioranza. Il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, ha parlato di un governo che davanti alle telecamere elenca generatori e dietro le porte chiuse prepara batterie missilistiche; il ministro degli Esteri Tajani ha confermato che il decreto è in dirittura d’arrivo e che, come sempre, passerà dal Copasir prima dell’invio.
Il punto non è la segretezza in sé, prassi ordinaria per le forniture militari. Il punto è la distanza tra narrazione pubblica e sostanza politica: mentre si comunica solidarietà energetica, si costruisce uno scudo missilistico condiviso con la Francia, e lo si fa nello stesso mese in cui l’ex ministro della Difesa ucraino entra nello staff italiano con un mandato esplicito sui droni.
L’escalation reale
Myla non è un episodio isolato. È il secondo deposito di munizioni ucraino colpito e fatto esplodere accanto a un’area residenziale in meno di due mesi, dopo Vyshneve a luglio. Trentotto morti, secondo il bilancio aggiornato di Zelensky, trentaquattro dei quali ospiti di una struttura per anziani e disabili costruita a ridosso della santabarbara.
Il presidente ucraino ha parlato di “grave negligenza” e ha aperto un’inchiesta: la stessa sequenza di eventi, la stessa scelta discutibile di collocare arsenali dentro il tessuto urbano, ripetuta identica a distanza di poche settimane, meriterebbe più di una lacrima pubblica.
Tutto questo arriva a due mesi dalla fine dell’annunciata “operazione dei quaranta giorni” con cui Kiev prometteva di piegare l’economia russa colpendone le infrastrutture. La narrazione ufficiale continua però a muoversi su due binari che si escludono a vicenda: la Russia sarebbe talmente fragile da crollare in poche settimane, ma anche talmente minacciosa da giustificare il riarmo di un intero continente.
Il 22 agosto Putin ha definito gli attacchi ucraini alle infrastrutture economiche russe l’apertura di un “vaso di Pandora”, annunciando ritorsioni contro i settori più sensibili dell’economia di Kiev. Cinque giorni dopo, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha dichiarato che qualsiasi installazione militare occidentale, dentro o fuori i confini ucraini, può diventare bersaglio legittimo.
È in questa situazione di tensione crescente che va letta la doppia mossa italiana. Ad agosto si è scoperto che Leonardo ha costituito a Kiev, dal 20 maggio, la controllata Leonardo Ukraine per entrare nell’ecosistema industriale dei droni. Ora arrivano l’advisor ucraino alla Difesa e il pacchetto missilistico secretato.
In Sardegna, a Domusnovas, la RWM del gruppo Rheinmetall produce già bombe ed esplosivi, mentre da un anno la regione ospita anche la fabbricazione dei droni kamikaze HERO, sviluppati con l’israeliana UVision. Chi integra progettazione, produzione e sperimentazione dentro una guerra contro una potenza nucleare non può più garantire, con la stessa disinvoltura con cui promette generatori, che il territorio nazionale resterà indenne dalla logica degli obiettivi legittimi.
Per anni ci hanno raccontato che l’Ucraina si sarebbe europeizzata. Sta succedendo il contrario, e la filiera che lo dimostra passa oggi anche per gli uffici del ministero della Difesa italiano.

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