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Il 52,8% degli islandesi boccia la riapertura dei negoziati con l’Ue, con il Sì vincente solo a Reykjavík. Bruxelles reagisce con un silenzio imbarazzato, mentre i sovranisti europei, da Le Pen a Farage, cavalcano subito la sconfitta più personale di von der Leyen.
L’Islanda vota no a Bruxelles, e il “modello nordico” scopre i suoi limiti
Sabato 29 agosto gli islandesi si sono recati alle urne con un’affluenza altissima, 225.031 votanti pari all’82,5% degli aventi diritto, per decidere se riaprire i negoziati di adesione all’Unione Europea, interrotti nel 2013 da un governo euroscettico e ritirati formalmente nel 2015. Il risultato definitivo, comunicato la mattina del 30 agosto, ha visto prevalere il No con il 52,8% contro il 47,2% del Sì, uno scarto di appena 12.701 voti che racconta un Paese spaccato più geograficamente che ideologicamente.
Il Sì ha vinto solo nei due collegi della capitale Reykjavík, dove ha sfiorato il 57%, mentre nelle quattro circoscrizioni rurali il No ha superato ovunque il 60%, toccando il picco del 62,9% nel Nordovest. Il voto non riguardava l’adesione diretta, ma solo la possibilità di riaprire il negoziato: un’eventuale entrata nell’Unione avrebbe comunque richiesto un secondo referendum separato, dettaglio che rende la sconfitta ancora più clamorosa, trattandosi solo del primo, minimo passo di un percorso molto più lungo.
La premier islandese Kristrún Frostadóttir, che aveva presentato la consultazione come momento “ora o mai più” per il Paese, ha reagito con pragmatismo dichiarando che gli islandesi si sono dimostrati soddisfatti dell’attuale rapporto con l’Unione attraverso l’accordo di libero scambio EFTA e la partecipazione al mercato unico tramite lo Spazio Economico Europeo, aggiungendo che il tema non verrà ripreso almeno fino alla fine del suo mandato, previsto per il 2028. A sostenere il No si era schierato un fronte insolitamente trasversale, dalla sinistra radicale alla destra nazional-conservatrice, comprendendo persino il Partito del Popolo della ministra Inga Sæland, componente della stessa coalizione di governo guidata da Frostadóttir. Per il Sì si erano invece mobilitate l’Alleanza socialdemocratica, affiliata al Partito socialista europeo, e i liberali di Viðreisn.
Bruxelles incassa in silenzio, e il settore ittico festeggia
La reazione delle istituzioni europee è stata gelida quanto rivelatrice. Dopo un’intera giornata di silenzio, la portavoce del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha diffuso poche righe di circostanza, definendo l’Islanda “uno dei partner più stretti e fidati” dell’Unione. Da Ursula von der Leyen, che di questo mancato allargamento rappresenta la sconfitta politica più personale, non è arrivata alcuna dichiarazione diretta, solo un comunicato anonimo dei suoi uffici che si limita a “prendere atto” del risultato. Un silenzio che pesa perché tradisce l’imbarazzo di un’Unione che sperava di poter raccontare, dopo le batoste della Brexit e lo stallo dei Balcani ostaggio del contenzioso ucraino, almeno una storia di successo nell’allargamento a Nord.
Il tema che ha dominato la campagna referendaria non è stato tanto l’europeismo astratto quanto la pesca, settore che rappresenta quasi il 40% delle esportazioni islandesi e che resta, non a caso, uno dei capitoli negoziali rimasti irrisolti fin dal round 2010-2013. Il Paese profondo, quello legato all’economia ittica delle circoscrizioni rurali, non ha semplicemente rifiutato l’ingresso nell’Unione: ha rifiutato persino di sedersi al tavolo per discuterne le condizioni, segnale di una diffidenza che va oltre la contingenza politica e affonda in interessi economici strutturali difficilmente negoziabili.
Un piccolo Paese artico e la sensazione europea di essere sempre più soli
C’è però un contesto geopolitico che ha pesato sul voto islandese più di quanto la sola questione ittica riesca a spiegare. La guerra russa in Ucraina, l’inasprirsi della competizione nell’Artico e le ripetute affermazioni di Donald Trump sulla possibile annessione della Groenlandia, con il presidente americano che a gennaio ha nominato “Iceland” almeno quattro volte parlando proprio della Groenlandia, hanno ricordato agli islandesi quanto siano esposti alle stesse pressioni rivolte all’isola artica danese.
L’Islanda si trova in prossimità del GIUK gap, il tratto di Atlantico settentrionale sotto stretta osservazione occidentale per l’attività marittima russa, ed è membro fondatore della NATO pur non disponendo di forze armate proprie, affidando la propria sicurezza esterna agli alleati atlantici e a un patto bilaterale con Washington che risale al 1951. In un contesto simile, la scelta di restare fuori da un ulteriore livello di integrazione europea assomiglia meno a un ripiegamento isolazionista e più a una scommessa calcolata sulla propria capacità di continuare a navigare tra grandi potenze senza doversi schierare definitivamente con nessuna.
Il risultato islandese ha già trovato chi lo cavalca con entusiasmo oltre i confini nazionali. Marine Le Pen, candidata alle presidenziali francesi della prossima primavera, lo ha citato come argomento contro il federalismo europeo, mentre Nigel Farage non ha perso occasione di gettare ulteriore benzina sul fuoco euroscettico, e in Italia la Lega ha incalzato sulla scia di Futuro Nazionale, in quella che resta, più che una riflessione sul merito del voto islandese, l’ennesima riproposizione di una campagna elettorale interna già scritta da tempo.
Resta il dato più scomodo per Bruxelles: mentre la Norvegia mostra segnali di crescente favore verso l’Unione, con il fronte del No sceso per la prima volta sotto il 50% secondo i sondaggi di inizio 2026, un Sì islandese avrebbe fornito a Bruxelles un argomento concreto per rilanciare l’intero processo di allargamento proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno. Il No islandese, al contrario, certifica quanto l’attrattività dell’Unione Europea, cresciuta paradossalmente su più fronti negli ultimi anni, non sia mai stata accompagnata da un’equivalente capacità di Bruxelles di gestirla e trasformarla in risultati concreti.

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