El Niño “di proporzioni gigantesche”: l’Onu avverte, il mondo continua a fare finta di niente

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Guterres avverte: El Niño “di proporzioni gigantesche” spinge il pianeta in “zona di pericolo” fino a febbraio 2027, anno destinato a diventare il più caldo mai registrato. Nel Pacifico tre uragani simultanei, mentre l’Onu stima 50 milioni di persone a rischio fame acuta.

Il 2027 sarà l’anno più caldo di sempre, ma il calendario politico non se ne accorge

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha lanciato un allarme dai toni insolitamente diretti per il linguaggio diplomatico che di solito lo contraddistingue. El Niño, ha dichiarato, sta assumendo proporzioni gigantesche, e il pianeta si trova ormai in acque inesplorate che si stanno riscaldando, dentro quella che ha definito senza mezzi termini una zona di pericolo per le condizioni meteorologiche estreme.

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite stima che il fenomeno diventerà molto intenso e persisterà con quasi assoluta certezza fino a febbraio 2027, mentre la sua segretaria generale Celeste Saulo ha parlato apertamente di un colpo potenzialmente devastante per comunità ed economie di tutto il pianeta, ricordando che siccità e inondazioni stanno già producendo sconvolgimenti destinati soltanto a intensificarsi.

Le proiezioni scientifiche citate dall’Onu indicano che si tratterebbe dell’episodio di El Niño più intenso degli ultimi mille anni, una combinazione con il riscaldamento globale già in corso che renderebbe il 2027 l’anno più caldo mai registrato nella storia delle rilevazioni.

Gli effetti concreti non sono più ipotesi da modello climatico ma cronaca di questi giorni. Nell’Oceano Pacifico si stanno abbattendo contemporaneamente tre uragani, Marie, Karina e Lowell, un allineamento che la climatologa Julia Cole dell’Università del Michigan ha definito senza esitazioni un evento raro, l’ultima volta osservato in questa forma undici anni fa. Marie si è trasformata in uragano nella tarda serata del 2 settembre al largo della Bassa California, andando ad affiancarsi a Karina e Lowell, quest’ultimo monitorato a circa settecentodieci chilometri a sud di Hilo, alle Hawaii, e destinato secondo il National Hurricane Center a mantenere per giorni un’intensità elevata.

Il Programma Alimentare Mondiale ha già stimato che El Niño rischia di spingere circa cinquanta milioni di persone in una condizione di fame acuta, mentre gli indebolimenti delle piogge monsoniche in India e l’aggravarsi degli incendi in Indonesia mostrano come l’impatto del fenomeno si stia distribuendo su scala realmente globale, non su qualche remota fascia tropicale che l’opinione pubblica occidentale può permettersi di ignorare.

L’allarme lo lanciano tutti, la rotta la cambia nessuno

Un segretario generale delle Nazioni Unite usa parole che dieci anni fa sarebbero state considerate catastrofiste, i titoli dei giornali si accendono per qualche ciclo di notizie, gli scienziati vengono intervistati, i numeri sulla fame acuta e sui record di temperatura vengono citati con la dovuta solennità, e poi tutto rientra nel flusso ordinario delle cose, in attesa del prossimo comunicato altrettanto allarmato. Non è cinismo gratuito osservarlo, è la fotografia esatta di un sistema decisionale che ha imparato a convivere con l’emergenza climatica trattandola come rumore di fondo anziché come priorità strutturale.

Il paradosso più stridente sta nella distanza tra la scala del problema descritto da Guterres e la scala degli strumenti realmente messi in campo per affrontarlo. Mentre l’Onu parla di zona di pericolo e di un fenomeno capace di infliggere un colpo devastante a comunità ed economie di interi continenti, i bilanci pubblici dei paesi più ricchi continuano a destinare risorse crescenti al riarmo e agli apparati militari, categoria di spesa su cui trovare decine di miliardi non sembra mai un problema politico insormontabile, a differenza di quanto accade sistematicamente quando si tratta di finanziare adattamento climatico, prevenzione del rischio idrogeologico o sicurezza alimentare nei paesi più esposti.

Cinquanta milioni di persone che rischiano la fame acuta a causa di un fenomeno oceanico amplificato dal riscaldamento globale non fanno notizia quanto tre giorni di allerta rossa su una capitale europea, e questa gerarchia dell’attenzione, tutt’altro che casuale, è essa stessa parte del problema che Guterres descrive. La scienza, come ha detto lui stesso, non lascia più spazio a dubbi. Il dubbio, semmai, riguarda quanto ancora si voglia continuare a far finta che restino margini di tempo per decidere con calma.

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