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Tajani avverte di possibili ingerenze russe sulle elezioni italiane, il Financial Times bolla Vannacci come “cavallo di Troia” del Cremlino, e il No islandese all’Ue viene letto come sospetta infowar. Mentre l’influenza americana, con Musk, Vance e i fondi Trump, opera alla luce del sole senza che nessuno se ne scandalizzi.
L’ossessione russa che nasconde l’ingerenza americana alla luce del sole
A margine di un incontro informale dei ministri degli Esteri a Wicklow, in Irlanda, Antonio Tajani ha dichiarato di non poter escludere tentativi russi di condizionare le elezioni politiche italiane previste per il 2027, invitando a intervenire in anticipo. La dichiarazione arriva un giorno dopo che la Germania aveva attribuito a Mosca la responsabilità del ritrovamento, il 4 agosto scorso, di un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia-Halle, episodio definito da Tajani un atto di guerra ibrida e bollato dall’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas come terrorismo sponsorizzato da uno Stato.
Nello stesso giro di ore, il Financial Times pubblicava un lungo articolo dal titolo “Il cavallo di Troia russo mette alla prova Meloni”, riprendendo un’analisi dell’European Council on Foreign Relations secondo cui Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, rappresenterebbe un possibile veicolo dell’influenza del Cremlino in Italia, sulla base delle sue posizioni critiche verso il sostegno militare a Kiev e della sua richiesta di riaprire i canali commerciali con Mosca.
Pochi giorni prima, il 29 agosto, gli islandesi avevano respinto con il 52,8% dei voti, a fronte di un’affluenza dell’82,5%, la proposta di riaprire i negoziati di adesione all’Unione europea, un risultato che parte della stampa, Repubblica compresa pur senza prove concrete, aveva già messo in relazione con presunte tecniche di infowar attribuite a fabbriche di troll russe.
Il vero cavallo di Troia arriva in prima classe da Washington
C’è una coerenza quasi commovente, se non fosse desolante, nel modo in cui questi tre episodi vengono incasellati sotto un’unica etichetta esplicativa. Il ministro degli Esteri non ha portato uno straccio di prova concreta contro le elezioni italiane, si è limitato a evocare un pericolo futuro, eppure basta questo per trasformare un’ipotesi in prima pagina, con la stessa disinvoltura con cui l’ECFR trasforma le opinioni politiche di un generale in eurodeputato, per quanto discutibili possano essere, nel sintomo di una regia straniera.
Che la Russia conduca operazioni di disinformazione durante una guerra combattuta anche a colpi di sabotaggi e servizi segreti è del tutto plausibile. Il problema comincia quando il sospetto smette di essere verificato caso per caso e diventa il passe-partout interpretativo con cui si liquida qualunque risultato elettorale sgradito, come se gli elettori islandesi delle circoscrizioni rurali, preoccupati per la propria industria della pesca, avessero bisogno di un troll di San Pietroburgo per capire che l’adesione all’euro avrebbe potuto costare loro cara.
Il contrasto diventa comico se si sposta lo sguardo dall’altra parte dell’Atlantico. Nella campagna elettorale tedesca del 2025 Elon Musk dichiarò pubblicamente che solo AfD avrebbe potuto salvare la Germania, offrendo alla leader Alice Weidel una vetrina diretta sulla propria piattaforma, mentre il vicepresidente americano JD Vance incontrava la stessa leader pochi giorni prima del voto dopo aver usato la Conferenza di Monaco per attaccare frontalmente i governi europei.
Oggi l’amministrazione Trump prepara un programma da venticinque milioni di dollari destinato a organizzazioni conservatrici europee, con quattro milioni riservati esplicitamente a media e giornalisti orientati sui temi della sovranità nazionale. Nessuno scrive articoli con titoli sui cavalli di Troia americani, perché questa ingerenza non ha bisogno di travestirsi da complotto, entra dalla porta principale, finanzia apertamente, incontra i candidati alla luce del sole e non si scompone di fronte alle critiche.
La retorica sulla guerra ibrida russa, applicata con tanto zelo selettivo, funziona così soprattutto come alibi collettivo per non ammettere che una parte crescente degli elettori europei, dall’Islanda rurale al pacifismo diffuso in Italia, sta semplicemente smettendo di credere alle narrazioni ufficiali, senza che ci sia bisogno di scomodare Mosca per spiegarlo.

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