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Nel 2025 la spesa sanitaria italiana scende al 6,2% del Pil, ultima nel G7, con 5,8 milioni di persone che rinunciano a curarsi. A un anno dall’emendamento Cantù, che voleva scaricare sulle famiglie l’assistenza ai non autosufficienti e non ha avuto seguito, il quadro strutturale resta lo stesso.
Definanziamento strutturale: la sanità italiana arretra e nessuno ferma la caduta
Nel marzo 2025 la Commissione Sanità del Senato approvò un emendamento della senatrice Maria Cristina Cantù, della Lega, che modificava l’articolo 30 della legge 730 del 1983, la norma che da oltre quarant’anni impone al Fondo Sanitario Nazionale di coprire gli oneri delle attività di rilievo sanitario connesse a quelle socio-assistenziali.
Bastava aggiungere una sola parola, “esclusivamente”, per restringere quella copertura alle sole prestazioni strettamente mediche, scaricando su famiglie ed enti locali la parte relativa all’igiene personale, alla mobilizzazione e all’assistenza quotidiana di malati di Alzheimer, tetraplegici e ospiti di RSA in condizioni di non autosufficienza gravissima.
Il testo, che secondo diverse associazioni per i diritti delle persone con disabilità rischiava anche di avere effetto retroattivo, incidendo su contenziosi già avviati nei tribunali, scatenò un’ondata di proteste da parte di giuristi, sindacati e organizzazioni del settore, che denunciarono una possibile violazione degli articoli 32 e 3 della Costituzione. Di fronte alla mobilitazione, l’emendamento non ha avuto seguito legislativo e non è mai diventato legge, sebbene resti agli atti come progetto politico dichiarato, pronto a ripresentarsi sotto altra forma in un’altra manovra.
Se la minaccia specifica di Cantù è per ora rientrata, il contesto in cui era maturata non è affatto migliorato. Un report della Fondazione Gimbe pubblicato il 2 settembre 2026 certifica che nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si è fermata al 6,2% del Pil, in calo rispetto al 6,3% del 2024, collocando il Paese all’ultimo posto tra le economie del G7 e al quindicesimo tra i ventisette Stati Ue, con un divario di spesa pro capite che supera i 36 miliardi di euro rispetto alla media europea.
Secondo lo stesso report, 5,8 milioni di italiani hanno già rinunciato a curarsi per motivi economici o per liste d’attesa troppo lunghe. Una precedente analisi Gimbe sul Documento di Finanza Pubblica, diffusa nella primavera del 2026, aveva inoltre indicato un rapporto spesa sanitaria su Pil bloccato al 6,4% fino al 2029, con un divario cumulato tra fabbisogni e risorse stimato in 30,6 miliardi di euro nel solo triennio 2027-2029.
Il conto lo pagano sempre gli stessi
Chiamare “definanziamento strutturale” quello che sta accadendo al Servizio Sanitario Nazionale è un esercizio di eleganza terminologica che rischia di ammorbidire una realtà molto più brutale: uno Stato che smette gradualmente di garantire un diritto costituzionale non lo fa mai con un annuncio esplicito, lo fa per accumulo, decimo di punto dopo decimo di punto, emendamento respinto dopo emendamento riproposto, fino a quando la somma di tutte le piccole erosioni produce lo stesso risultato che un taglio netto avrebbe ottenuto con molto più clamore mediatico e molto meno consenso elettorale.
L’emendamento Cantù non era un episodio isolato di zelo contabile di una singola parlamentare, ma la punta più visibile di una linea di politica economica che il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta definisce senza mezzi termini una criticità strutturale, capace di compromettere l’esigibilità di un diritto fondamentale.
Nel frattempo, secondo denunce ripetute delle associazioni di categoria, si sono susseguiti tagli e ritardi su altri fronti collegati, dal fondo unico per la disabilità ai rimborsi per gli ausili medici, in un mosaico di provvedimenti che, presi singolarmente, sembrano dettagli tecnici, ma che sommati raccontano una direzione precisa.
Non serve immaginare complotti, basta leggere i numeri messi in fila: un Paese che si vanta di avere il governo più longevo della Repubblica trova ogni anno decine di miliardi per il riarmo e fatica a trovarne trenta per garantire l’assistenza a chi non può più badare a se stesso. La priorità, evidentemente, non è mai stata in discussione. Semmai lo è la disponibilità di chi continua a scoprirla ogni volta come una sorpresa.

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