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Al G20 di Asheville la Cina è l’unico Paese a non firmare la dichiarazione Usa su Hormuz e commercio. Bessent chiede a Pechino di risolvere il blocco che non ha creato. La Cina risponde che sovranità viene prima dei “principi astratti” e scommette che Washington non colpirà davvero.
Diciannove sì, un no che pesa come un macigno
Ad Asheville, in North Carolina, il vertice dei ministri finanziari del G20 si è chiuso senza il comunicato congiunto che il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent avrebbe voluto annunciare. La Cina è stato l’unico Paese, tra i venti riuniti al tavolo, a rifiutare l’adesione a un passaggio della dichiarazione che esprimeva preoccupazione per le continue interruzioni del commercio energetico nello Stretto di Hormuz, di fatto bloccato da mesi nel contesto della guerra tra Iran e Stati Uniti, e che invocava una navigazione libera, sicura e prevedibile lungo quella e altre rotte marittime strategiche globali.
Pechino ha opposto resistenza anche a un secondo paragrafo, quello che chiedeva alle economie con surplus commerciali eccessivi e persistenti di eliminare le pratiche non di mercato che alimentano gli squilibri globali, una formula diplomatica dietro cui si legge senza troppa fatica un riferimento diretto al modello industriale ed export cinese.
Bessent, in conferenza stampa, ha definito la Cina il Paese con il più grande e insostenibile surplus di conto corrente al mondo, aggiungendo che spetta a Pechino lavorare a una soluzione per lo Stretto di Hormuz. Il Tesoro americano ha comunque pubblicato una dichiarazione del presidente di turno del G20, gli Stati Uniti, con una nota a piè di pagina che registra formalmente il dissenso cinese, in luogo del comunicato unanime che sarebbe stato la prassi.
La replica cinese, arrivata nelle ore successive attraverso i canali diplomatici ufficiali, ribadisce il rispetto della libertà di navigazione e sorvolo nelle acque internazionali in conformità alla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, la Unclos, ma contesta duramente l’uso che Washington ne fa: non una reale tutela del commercio globale, sostiene Pechino, bensì un pretesto per legittimare pattugliamenti provocatori, operazioni di spionaggio e ingerenze militari nei pressi delle coste di Stati sovrani. Il rifiuto arriva pochi giorni dopo un’altra presa di posizione cinese, quella con cui Pechino ha escluso di voler aderire alla guerra commerciale ed economica che gli Stati Uniti intendono condurre contro l’Iran.
Chi ha bisogno di chi, e chi lo sa
C’è qualcosa di squisitamente comico, se non fosse in gioco l’equilibrio energetico planetario, nel vedere il segretario al Tesoro di Washington chiedere alla Cina di farsi carico della soluzione di Hormuz, come se Pechino avesse in qualche modo contribuito ad affondare le petroliere che l’amministrazione americana e i suoi alleati regionali hanno impantanato in un conflitto aperto contro l’Iran. Scaricare sugli altri le conseguenze di scelte fatte altrove, pretendendo però di trattenerne per sé i benefici quando la situazione si stabilizza, è una costante della diplomazia statunitense che la Cina, questa volta, ha semplicemente rifiutato di firmare con un sorriso di circostanza.
Dietro la disputa formale su una singola frase di un comunicato si nasconde una posta ben più ampia. Pechino teme, non a torto, che una clausola sulla libertà di navigazione approvata in sede G20 possa trasformarsi in futuro in una base retorica per giustificare operazioni militari nello Stretto di Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale, esattamente con lo stesso linguaggio oggi speso per Hormuz.
Da qui la linea difensiva cinese, secondo cui sovranità nazionale e sicurezza vengono prima di principi astratti confezionati da blocchi che perseguono interessi propri travestiti da valori universali, e secondo cui il G20 dovrebbe restare un forum di coordinamento economico e finanziario, non un cavallo di Troia per introdurre formulazioni a carattere militare.
Il calcolo cinese non è ideologico ma aritmetico. Pechino scommette che Washington non avrà mai davvero il coraggio di colpirla con la forza minacciata contro chi continua a commerciare con l’Iran, perché escludere la Cina dal circuito SWIFT significherebbe accelerare proprio quel processo di internazionalizzazione dello yuan che gli Stati Uniti dicono di voler scongiurare, e perché un’economia globale che dipende da Pechino per le terre rare troverebbe comunque il modo di continuare a comprarle, semmai regolando gli scambi in un’altra valuta.
In un momento in cui l’economia statunitense mostra già segnali di affaticamento, privarsi di uno dei maggiori utilizzatori del dollaro nel commercio internazionale equivarrebbe ad autoinfliggersi una ferita che nessun comunicato del Tesoro, per quanto ben scritto, potrebbe rimarginare. Chi minaccia sanzioni che non può permettersi di applicare, alla lunga, insegna soltanto al proprio avversario quanto poco pesino davvero le proprie minacce.

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