Lo Scudo di Achille e il Patto della Mecca: due facce della stessa mappa

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Lo stesso 31 agosto, Grecia e Israele firmano lo Scudo di Achille da 3,1 miliardi mentre a Istanbul debutta il Patto della Mecca tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Dietro le due intese, la stessa partita: chi controllerà le rotte energetiche tra Golfo e Mediterraneo.

Nel Golfo si spara, in Grecia si firma: il vero fronte è economico

Il 31 agosto, mentre a Istanbul si teneva il primo incontro operativo del Comitato strategico politico e di difesa previsto dal Patto della Mecca, siglato il 7 agosto da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan con una clausola di mutua difesa modellata sull’articolo 5 della Nato, a Tel Aviv veniva firmato l’accordo più grande nella storia delle relazioni militari tra Israele e Grecia. Il valore dell’intesa, denominata “Scudo di Achille“, si aggira intorno ai 3,1 miliardi di euro secondo le agenzie di stampa, e prevede la costruzione di un sistema di difesa aerea multilivello basato interamente su tecnologie israeliane già collaudate sul campo, tra cui i sistemi David’s Sling e SPYDER prodotti da Rafael, il Barak MX di Israel Aerospace Industries e il Drone Dome per l’intercettazione dei droni.

A firmare per le due parti sono stati il direttore generale del ministero della Difesa israeliano Amir Baram e la sua controparte greca Ioannis Bouras, mentre il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha parlato ad Atene di interessi strategici comuni contro attori regionali con aspirazioni egemoniche, formula diplomatica che a Ankara è stata inevitabilmente letta come un riferimento neanche troppo velato alla Turchia.

La coincidenza temporale tra le due riunioni non è casuale quanto la loro genesi comune. Entrambi gli accordi nascono infatti dall’ombra lunga della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata il 28 febbraio scorso e tuttora in corso, con Teheran che continua a colpire con missili e droni obiettivi statunitensi in Giordania e nel Golfo, e con il Pentagono che sostiene di aver sventato un tentativo iraniano di disseminare nuove mine nello Stretto di Hormuz partendo dall’isola di Larak, senza però riuscire a evitare che una petroliera riportasse danni seri nell’area.

Su questo scenario si innesta la corsa regionale a blindarsi per tempo. Il Patto della Mecca, che riunisce la seconda forza militare della Nato, l’unico Paese musulmano dotato di arsenale nucleare e il principale esportatore mondiale di petrolio, e lo Scudo di Achille, che consolida l’ingresso di Grecia e Cipro nell’orbita tecnologico-militare israeliana, rispondono entrambi alla stessa domanda: chi controllerà, nei prossimi anni, le rotte energetiche e commerciali che collegano il Golfo al Mediterraneo.

Chi controlla il mare controlla anche la coscienza

Qui la cronaca lascia spazio a un ragionamento che i comunicati stampa dei ministeri della Difesa si guardano bene dal fare esplicitamente. Il triangolo Grecia-Cipro-Israele non è soltanto un’alleanza militare, è una rotta energetica marittima alternativa verso i mercati europei, complementare al tanto propagandato corridoio Imec che dovrebbe collegare l’India all’Europa passando per il Medio Oriente.

La posta in gioco, in altre parole, non riguarda solo droni turchi da intercettare sulle isole dell’Egeo, riguarda chi incasserà i dividendi del prossimo assetto energetico regionale, che si tratti della rotta marittima mediterranea o dell’alternativa terrestre attraverso Siria e Turchia, contesa su cui Ankara, Damasco e Gerusalemme si confrontano da mesi con la disinvoltura di chi gioca a scacchi su una scacchiera che brucia.

Ed è qui che il realismo politico mostra il suo lato più indigesto. La Grecia, paese europeo che formalmente dovrebbe mantenere una posizione critica verso le operazioni militari israeliane, sigla il più grande accordo di difesa della propria storia proprio con lo Stato che sta conducendo a Gaza una devastazione sistematica documentata da mesi, e lo fa mentre nelle piazze di Atene e su parte della stampa greca critica al governo Mitsotakis si moltiplicano le domande sul confine tra pragmatismo strategico e complicità morale.

Bruxelles, dal canto suo, preferisce non vedere: lo stesso Israele che ha convinto Washington a intervenire militarmente contro l’Iran nel Golfo è diventato nel giro di pochi mesi un fornitore militare decisivo per un pezzo importante d’Europa mediterranea, e nessuna cancelleria europea sembra trovare la questione degna di un comunicato stampa.

La verità, spogliata della retorica sulla sicurezza collettiva, è che il Mediterraneo orientale si sta ridisegnando attorno a un’unica variabile, l’accesso privilegiato a rotte, energia e tecnologia bellica, mentre i principi che dovrebbero orientare le alleanze occidentali restano, come sempre, un lusso da tirare fuori solo quando non costa nulla.

 

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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