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A Bishkek Xi e Putin rilanciano la Sco davanti a Modi, Erdogan e Pezeshkian, puntando sul Sud globale. Negli Usa il G20 economico resta chiuso nel proprio recinto. Mentre l’Occidente parla di guerra, Mosca e Pechino corteggiano chi è stato lasciato fuori dal tavolo.
Bishkek non è un vertice di circostanza
Il 31 agosto e il 1° settembre Bishkek, capitale del Kirghizistan, ha ospitato il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai nell’anno del suo venticinquesimo anniversario, con la partecipazione di Xi Jinping, Vladimir Putin, Narendra Modi, Recep Tayyip Erdogan e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, tra gli altri capi di Stato.
Non un incontro qualsiasi tra due leader isolati che si consolano a vicenda, ma il secondo faccia a faccia dell’anno tra Xi e Putin dopo la visita del presidente russo a Pechino di maggio, quando i due Paesi avevano già prorogato il Trattato di buon vicinato del 2001 e firmato una serie di intese sul coordinamento strategico globale. Dal 2013 i due leader si sono incontrati di persona oltre quaranta volte, una frequenza che difficilmente si concilia con l’immagine di un’alleanza tenuta insieme solo dalla convenienza del momento.
Nei colloqui bilaterali di lunedì, secondo la ricostruzione del South China Morning Post, Putin ha elogiato la relazione tra Mosca e Pechino come un modello per le relazioni tra Stati, indicando commercio, energia, industria, trasporti, scienza e tecnologia come i settori su cui intensificare la cooperazione.
Tra i dossier discussi resta centrale il gasdotto Power of Siberia 2, progetto ancora bloccato dalla mancanza di un accordo sulla joint venture finanziaria, che dovrebbe portare fino a cinquanta miliardi di metri cubi di gas russo in Cina attraverso la Mongolia, offrendo a Mosca una valvola di sfogo per l’export energetico colpito dalle sanzioni occidentali. Sul fronte commerciale, gli scambi tra i due Paesi sono tornati a crescere dopo il calo del 2025, con un aumento di circa il 25% su base annua nel primo semestre e un volume complessivo vicino ai 159 miliardi di dollari nei primi sette mesi dell’anno, dato ufficiale cinese ripreso dal quotidiano di Hong Kong.
Su Xi e Putin ha soffiato anche il New York Times, che nel suo editoriale di apertura ha osservato come gli incontri simultanei in corso nel mondo riflettano la competizione più ampia su chi definirà la prossima fase dell’ordine globale, mentre Pechino usa la solidarietà con Russia e Iran per rafforzare la propria posizione negoziale in vista del vertice con Trump previsto entro fine mese.
Un pianeta che si divide senza dichiararlo
L’aspetto più interessante di questi giorni non sta tanto nella retorica ormai familiare della multipolarità, quanto nel confronto silenzioso tra due immagini che raccontano strategie opposte. Mentre a Bishkek Xi e Putin insistevano sulla necessità di rafforzare l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai come piattaforma di coordinamento per il Sud globale e i Paesi non allineati, dall’altra parte dell’oceano, ad Ashley, in North Carolina, i ministri economici del G20 discutevano tra loro in una sessione che il New York Times descrive come tesa, senza che nessuno sentisse il bisogno di allargare lo sguardo oltre il proprio recinto di alleanze consolidate.
Qui si apre il vero paradosso della crisi politica planetaria in corso. L’Occidente, che dovrebbe teoricamente vantare superiorità economica e istituzionale, parla sempre più apertamente il linguaggio della guerra e del riarmo, mentre chi viene sistematicamente dipinto come il blocco autoritario in difficoltà investe tempo, diplomazia e risorse nel corteggiare esattamente quei Paesi che l’Occidente ha smesso da tempo di considerare interlocutori politici a pieno titolo. Non è un dettaglio da relegare in nota, è la differenza tra chi costruisce consenso e chi lo dà per scontato.
La narrazione di una Russia disperata e di una Cina che la sostiene solo per calcolo opportunistico, ripetuta con la costanza di un mantra nei principali media occidentali, fatica a reggere di fronte ai numeri del commercio bilaterale in crescita e alla frequenza quasi ossessiva degli incontri tra i due leader. Certo, la Sco non è un blocco monolitico, e la richiesta di Modi di passare dalla guerra senza fine alla cessazione delle ostilità in Ucraina dimostra che al suo interno convivono interessi tutt’altro che allineati. Ma proprio questa capacità di tenere insieme membri con posizioni divergenti, dall’India che dialoga con Washington al Pakistan suo rivale storico, è ciò che rende il progetto più insidioso di quanto una lettura superficiale voglia far credere. Ci sono molti modi di perdere l’egemonia. Uno di questi è continuare a parlare di guerra mentre qualcun altro, con pazienza, si prende cura di tutti quelli che si è deciso di ignorare.

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