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Mentre l’Italia discute di simboli e identità, casa, lavoro e sanità crollano. I governi tecnici e l’Europa hanno svuotato la democrazia, alimentando disillusione e povertà. La politica si limita a gestire ciò che altri decidono, mentre il dissenso viene neutralizzato come “populismo” o “irrazionalità”.
Il declino dei diritti fondamentali: la distrazione come metodo politico
Negli ultimi trent’anni anni la classe politica italiana sembra aver perso ogni legame con le esigenze concrete della popolazione. Mentre il dibattito pubblico si è spostato su questioni di rappresentanza e identità, i fondamenti stessi del vivere civile – lavoro, casa, sanità, istruzione e sicurezza – si sono progressivamente erosi. Discutere di altro, ignorando questi temi, equivale a rimuovere le cause profonde della crisi sociale e democratica che attraversa il Paese.
La moltiplicazione di polemiche su questioni culturali o morali ha finito per distrarre l’opinione pubblica dal vero terreno di scontro: la progressiva demolizione dello Stato sociale. Sotto la copertura di dibattiti etici e ideologici, sono passate riforme che hanno smantellato tutele, privatizzato servizi e reso sempre più debole la voce dei lavoratori.
Chi provava a riportare la discussione sul terreno dei diritti reali veniva accusato di “benaltrismo”, come se chiedere attenzione per i problemi strutturali fosse un atto di diserzione politica. In verità, quella critica rappresentava un richiamo alla realtà: senza una base solida di diritti economici e sociali, qualsiasi altra battaglia resta priva di senso.
Governare senza popolo: l’illusione tecnocratica
Il progressivo allontanamento degli italiani dalla politica coincide con la trasformazione del potere democratico in un meccanismo controllato dall’alto. A partire dagli anni Settanta, con l’esperimento del governo Andreotti e poi con i successivi esecutivi “tecnici”, si è affermata una tendenza costante: ogni volta che l’instabilità politica cresceva, veniva invocata la competenza dei “tecnici” per salvaguardare la stabilità finanziaria. Ma dietro quella parola neutra – tecnica – si nascondeva un disegno preciso: sottrarre al voto popolare la possibilità di incidere davvero sulle scelte economiche del Paese.
Questa deriva è diventata più evidente dagli anni Novanta in poi, con la stagione delle privatizzazioni, la svendita del patrimonio pubblico e l’ingresso sempre più vincolante nei meccanismi europei. Il potere decisionale è passato progressivamente dalle sedi politiche a quelle economiche: non più il Parlamento, ma i consigli d’amministrazione; non più il cittadino, ma il mercato. L’illusione di una “governabilità” sopra le parti ha finito per cancellare la sovranità popolare, rendendo le urne un rito sempre più vuoto.
I numeri dell’affluenza elettorale raccontano meglio di qualsiasi analisi questo declino. Dalla partecipazione massiccia degli anni Settanta – oltre il 90% – si è arrivati, nel 2022, a un misero 64%. Ogni governo tecnico ha lasciato dietro di sé una ferita di sfiducia più profonda, come se gli elettori avessero intuito che il proprio voto non determina più la direzione del Paese. Le scelte decisive vengono prese altrove, spesso in sedi non elette, dove contano i vincoli di bilancio più dei bisogni sociali.
Dal 1992, anno simbolico della fine della Prima Repubblica e dell’inizio della stagione neoliberista, l’Italia ha visto sgretolarsi le sue conquiste sociali. I diritti del lavoro sono stati compressi, il welfare ridotto a mera sopravvivenza e la grande industria nazionale ceduta a capitali stranieri. L’adozione dell’euro ha completato il processo, trasformando l’indipendenza economica in una forma di dipendenza regolata da Bruxelles.
Oggi, la politica si limita a gestire ciò che altri decidono, mentre il dissenso viene neutralizzato come “populismo” o “irrazionalità”. Ma il disincanto degli italiani non nasce dal disinteresse: nasce dalla consapevolezza che la democrazia è stata progressivamente esautorata da logiche contabili e da una tecnocrazia che parla di numeri, non di persone.
Un Paese esausto e disilluso
Il panorama odierno restituisce l’immagine di un Paese in profonda crisi sociale. L’emergenza abitativa, per anni sottovalutata, si è trasformata in una frattura strutturale: interi quartieri sono stati assorbiti da fondi d’investimento stranieri, gli appartamenti convertiti in alloggi turistici e il mercato degli affitti è ormai fuori dalla portata della maggior parte dei cittadini. Ciò che un tempo era diritto alla casa è diventato un privilegio di pochi.
Parallelamente, il sistema sanitario pubblico – un tempo simbolo di efficienza e universalità – si è svuotato di risorse e di fiducia. Ospedali sovraffollati, visite rimandate per mesi, pronto soccorso al collasso e personale insufficiente: la logica del profitto ha sostituito quella della cura. Sempre più italiani, pur pagando tasse elevate, sono costretti a rivolgersi al privato per ottenere assistenza tempestiva.
Anche la scuola ha perso la sua funzione di ascensore sociale. Istituti in difficoltà, programmi obsoleti e docenti precari hanno trasformato l’istruzione in un semplice contenitore di ragazzi da sorvegliare. Manca un progetto culturale, manca l’idea di cittadinanza: le nuove generazioni crescono disorientate, educate più al consumo che al pensiero critico.
La questione della sicurezza, infine, riflette l’abbandono generale. Città un tempo vivibili mostrano oggi segni di degrado diffuso, tensioni sociali e crescente senso di vulnerabilità. Ma invece di interrogarsi sulle cause – disuguaglianza, precarietà, marginalità – buona parte dell’élite culturale continua a indulgere in battaglie simboliche, incapace di riconoscere la gravità della realtà materiale.
Di fronte a questo scenario, la responsabilità ricade su chi oggi detiene ruoli di rilievo – dirigenti, professionisti, accademici tra i quaranta e i sessant’anni – generazioni cresciute nel benessere e ora chiamate a custodire ciò che resta della coesione sociale. Non è più tempo di rifugi ideologici o di nostalgie giovanili: occorre ricostruire un senso di comunità, trasmettere memoria, restituire alla politica la sua dimensione originaria, quella della tutela concreta dei cittadini e dei loro diritti essenziali.
Solo recuperando questa consapevolezza sarà possibile evitare che la dissoluzione del presente diventi una condizione permanente.

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