www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Un’inchiesta di Haaretz svela come Israele finanzi, arma e addestri almeno cinque milizie palestinesi anti Hamas a Gaza, coinvolte in decine di attacchi e circa ottanta morti. Mentre Tel Aviv delega il lavoro sporco a bande locali, l’ultimo raid a Katiba ha ucciso quattro civili, tra cui due bambini.
La rete dei collaborazionisti: chi sono i miliziani pagati da Tel Aviv
Martedì 1° settembre a Katiba, quartiere occidentale di Gaza City affollato da famiglie sfollate, un commando dello Shin Bet ha catturato Muin al Arabid, indicato dalle autorità israeliane come capo dell’apparato di sicurezza interna e controspionaggio di Hamas. L’operazione, coperta da raid aerei che secondo testimoni oculari hanno riversato almeno dodici missili sulla zona, ha causato almeno quattro morti, tra cui due bambini, e diversi feriti.
Una fonte di sicurezza palestinese ha contestato ad Al Jazeera la versione israeliana sul rango del prigioniero, sostenendo si trattasse di un funzionario di grado inferiore, e ha collegato il blitz a un precedente attacco israeliano contro l’abitazione di al Arabid, in cui sarebbe rimasta uccisa la moglie. Il ministro della Difesa Israel Katz ha rivendicato pubblicamente l’operazione come un successo dell’intelligence.
L’episodio non è isolato ma si inserisce in una cornice più ampia, ricostruita da un’inchiesta di mesi del quotidiano israeliano Haaretz basata su testimonianze di soldati e ufficiali dell’esercito, immagini satellitari, fonti palestinesi e dati delle Nazioni Unite. Secondo il giornale, Israele ha costruito una rete di almeno cinque milizie palestinesi armate, finanziate e addestrate, attive a Beit Hanoun, Shuja’iyya, Deir al Balah, Khan Yunis e Rafah, alcune delle quali contano ormai centinaia di uomini.
Già nel giugno 2025 lo stesso Netanyahu aveva ammesso pubblicamente la fornitura di armi a clan locali contrari ad Hamas, giustificando la scelta con l’argomento che avrebbe salvato vite di soldati israeliani. L’organizzazione Acled ha calcolato che, dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, questi gruppi sono stati coinvolti in oltre quaranta scontri armati che hanno provocato circa ottanta morti palestinesi, mentre secondo Haaretz alcuni membri delle milizie avrebbero anche espulso residenti, saccheggiato abitazioni e sparato su civili.
L’aritmetica coloniale del massacro delegato
Il meccanismo descritto da Haaretz non ha bisogno di grandi sforzi interpretativi per essere compreso. Israele ha smesso di voler mandare i propri soldati dentro i quartieri più densamente popolati di Gaza e ha scelto, con la freddezza contabile di chi ottimizza un bilancio, di appaltare la sporcizia del conflitto a bande locali armate, addestrate e coperte da artiglieria e droni israeliani. Un ufficiale dell’aviazione israeliana intervistato da Haaretz ha riassunto la vicenda con una lucidità che dovrebbe far riflettere chiunque continui a definire questa guerra un conflitto simmetrico tra due eserciti: lo Stato, l’esercito e i servizi segreti mandano milizie armate a commettere crimini di guerra, ha detto, e sono io che devo proteggerle mentre lo fanno.
Il capostipite di questo modello, Yasser Abu Shabab, capo delle cosiddette Forze popolari della tribù beduina Tarabin di Rafah, ucciso lo scorso dicembre, era stato più volte accusato di traffici criminali prima di diventare l’interlocutore palestinese privilegiato della strategia israeliana di occupazione della Striscia. La sua eredità politica, ora nelle mani di Ghassan Duhine, è destinata a un ruolo ancora più strutturale: la sorveglianza dei cinquantamila palestinesi che dovrebbero trasferirsi nella cosiddetta Green Rafah, l’enorme recinto orientale dove Israele e il Board of Peace di Donald Trump prevedono di installare abitazioni prefabbricate per gli sfollati, previo screening di accesso. Un campo recintato, sorvegliato in parte da miliziani pagati dallo stesso Stato occupante, non è esattamente il modello di autodeterminazione che la comunità internazionale ama evocare nei propri comunicati sulla soluzione a due Stati.
Non è la prima volta nella storia che una potenza occupante scopre il valore strategico della frammentazione interna del nemico, e non serve scomodare troppi paragoni storici scomodi per capire perché queste dinamiche vengano descritte con termini severi quando si parla di collaborazionismo in altri contesti geopolitici, salvo diventare “clan contrari ad Hamas” quando a orchestrarle è Israele.
La verità meno confortevole, quella che l’inchiesta di Haaretz mette nero su bianco senza sconti, è che la distinzione tra vittime e carnefici a Gaza si è fatta più torbida proprio nel momento in cui Tel Aviv ha smesso di sporcarsi direttamente le mani, delegando il lavoro peggiore a chi, tra le macerie, aveva un’arma da offrire e un padrone disposto a pagarla.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













