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Il ministro della Difesa estone Pevkur si dimette dopo lo scandalo Datasel: 70 milioni di fondi Ue anticipati a un’azienda con sede a La Spezia per munizioni mai arrivate in Ucraina. Indagine penale aperta, causa all’arbitrato di Strasburgo. Il riarmo europeo mostra le sue crepe.
Pevkur, settanta milioni di euro per zero proiettili in Ucraina
Il ministro della Difesa estone Hanno Pevkur si è dimesso il 3 settembre dopo che l’Ufficio nazionale di controllo di Tallinn ha reso pubblico un rapporto su un contratto da circa settanta milioni di euro affidato nell’agosto 2024 a Datasel Srl, azienda con sede legale a La Spezia ma di proprietà di una famiglia di imprenditori indiani, che prima di quell’accordo non aveva mai venduto un proiettile d’artiglieria.
Il centro estone per gli investimenti nella difesa, Rkik, aveva stipulato l’intesa utilizzando fondi del Fondo Europeo per la Pace, lo strumento comunitario nato per finanziare l’assistenza militare all’Ucraina, con l’obiettivo di far arrivare le munizioni al fronte entro novembre 2024. Le consegne non sono mai rispettate le scadenze, e quando nel 2025 un carico è stato finalmente ispezionato, i tecnici estoni hanno trovato proiettili difettosi e incompleti: nessuna munizione, alla fine, ha mai raggiunto le linee ucraine.
Datasel, dal canto suo, si dichiara parte lesa nella vicenda contrattuale, sostenendo attraverso i propri legali di aver rispettato gli accordi. La procura estone ha intanto aperto un’indagine penale, mentre Tallinn ha portato la disputa davanti alla Corte europea di arbitrato di Strasburgo. Pevkur, ministro della Difesa dal 2022 e membro del Partito Riformatore del premier Kristen Michal, ha dichiarato di non essere stato a conoscenza dei problemi specifici del contratto ma di assumersi comunque la responsabilità politica dell’accaduto, mentre l’ex direttore generale del Rkik ha affermato che i vertici del ministero conoscevano invece perfettamente i rischi legati all’affidamento.
Un continente che si riarma senza saper contare
C’è una lezione, in questa storia, che vale molto più della caduta di un singolo ministro baltico, ed è precisamente quella che i cantori europei del riarmo continuano a evitare: si può moltiplicare i budget della Difesa quanto si vuole, ma se la classe dirigente che gestisce quei fondi è la stessa che affida settanta milioni di euro pubblici a un’azienda senza alcun precedente nella produzione di munizioni, il problema non è la quantità di soldi stanziati, è la qualità di chi li amministra.
L’Estonia si presenta da anni come prima linea di difesa della Nato contro un’eventuale aggressione russa, il paese che dovrebbe insegnare al resto d’Europa la serietà con cui si prepara un fronte orientale credibile. Eppure il suo ministero della Difesa si è fatto convincere ad anticipare cifre a otto zeri a un fornitore privo di curriculum, ripetendo l’errore con contratti successivi anche dopo i primi ritardi, fino a quando la faccenda non è finita, inevitabilmente, in tribunale.
Il paradosso più indigesto riguarda però la provenienza dei fondi. Non si tratta di denaro estone bruciato per leggerezza domestica, ma di risorse del Fondo Europeo per la Pace, l’ennesimo esercizio di eufemismo linguistico comunitario che usa la parola “pace” per finanziare l’acquisto di armi, alimentato dai contributi di tutti gli Stati membri, Italia compresa.
Quando un funzionario di Tallinn firma un assegno sbagliato, a pagarne il conto reale non è soltanto il contribuente baltico, ma l’intera architettura di sostegno militare europeo all’Ucraina, già fragile di suo, che si trova con settanta milioni di euro in meno e zero proiettili in più sul fronte. Ed è qui che la retorica sull’urgenza esistenziale del riarmo continentale mostra la sua crepa più profonda: si chiede ai cittadini europei sacrifici di bilancio in nome di una minaccia imminente, mentre gli apparati incaricati di trasformare quei sacrifici in capacità militare reale dimostrano di non saper distinguere ( nella versione “buonista”, nell’altra, quella di non voler distinguere…) un fornitore affidabile da un’azienda improvvisata con sede in un capannone della Spezia.
La Russia, per invadere l’Europa, avrebbe bisogno di eserciti e missili. Al modo con cui l’Europa gestisce i propri appalti militari, potrebbe bastarle aspettare.

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