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lunedì 6 Settembre 2021
PanDall’Antropocene al Capitalocene: alle radici della crisi climatico-ambientale

Dall’Antropocene al Capitalocene: alle radici della crisi climatico-ambientale

Dall’Antropocene al Capitalocene: i guasti ambientali non sono prodotti dall’umanità in genere, ma dal modo di produzione capitalistico. Il 10% della popolazione produce il 50% delle emissioni di CO2, ma il 75% delle ricadute negative graverà sui popoli del sud.

Antropocene e Capitalocene: l’evoluzione dei paradigmi interpretativi della crisi climatico-ambientale

L’inesorabile incedere della crisi climatico-ambientale degli ultimi decenni ha indotto la comunità accademica internazionale ad ampliare e approfondire il campo di studi al fine di comprenderne cause, portata e sviluppi futuri. Un’imponente attività di ricerca, trasversale a varie discipline, che ha generato anche l’elaborazione di nuovi paradigmi teorici e terminologici. In tale ambito, particolare interesse sta rivestendo il concetto di Antropocene, da qualche anno a questa parte oggetto di un crescente numero di pubblicazioni nell’ambito delle scienze geografiche e non solo.

Il lemma Antropocene, proposto per la prima volta negli anni Ottanta dal biologo Eugene Stroener, ha iniziato a diffondersi, travalicando i confini disciplinari e accademici, ad opera del premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen, per rimarcare l’intensità e la pervasività che l’attività umana aveva assunto nei confronti del processi biologici terrestri (Crutzen, 2005).

In ambito ambientalista il concetto evidenza invece il passaggio di stato del nostro pianeta, causato dal manifestarsi su scala globale della crisi climatico-ambientale di origine antropogenica, assurta a elemento caratterizzante di una nuova era geologica. Tale accezione del concetto di Antropocene risulta tuttavia avulsa da significative connotazioni storico-politiche poiché rapporta il cambiamento climatico all’azione umana nel suo complesso senza distinzioni di sorta.

Dall’Antropocene al Capitalocene: alle radici della crisi climatico-ambientale

Una corrente accademica di pensiero e alcuni contesti scientifici sostengono che la crisi climatico-ambientale in atto sia, invece, il frutto del sistema economico dominante a livello mondiale, nel cui ambito la volontà di una parte nettamente minoritaria di popolazione mondiale di perpetrare lo sfruttamento delle risorse nell’intento di salvaguardare il proprio, ormai insostenibile, livello di consumi, [1] si concretizza in un forte deficit ecologico che, sotto varie forme, finisce per impattare soprattutto nelle aree geografiche economicamente e socialmente meno sviluppate.

Attribuire indistintamente all’intera umanità le cause della crisi climatico-ambientale, di fatto rimuove il ruolo e le responsabilità del sistema dominante di produzione e consumo, che secondo quest’area di studiosi, può assumere più opportunamente una denominazione di matrice geologica diversa: il Capitalocene (Moore, 2017).

Tale paradigma interpretativo sembra essere confermato dal rapporto Disuguaglianza da CO2, pubblicato da Oxfam, in collaborazione con lo Stockholm Environment Institute, il 21 settembre 2020 alla vigilia dell’annuale Assemblea Generale della Nazioni Unite, nell’intento di indurre la leadership politica mondiale a varare e implementare efficaci misure di contrasto alla crisi in atto.

Dal report emerge, infatti, che nel venticinquennio compreso fra il 1990 e il 2015, durante il quale le emissioni di CO2 in atmosfera sono più che raddoppiate, l’1% più ricco della popolazione mondiale, pari a 63 milioni di abitanti, ha emesso nell’atmosfera il doppio di CO2 rispetto al 50% più povero del pianeta, corrispondente a 3,1 miliardi di persone. E che il 10% più ricco è stato responsabile del 52% delle emissioni totali di CO2 tra il 1990 e il 2015, mentre il solo 1% più ricco del 15%.

Da questi dati, e da numerosi altri, risulta evidente come le responsabilità della crisi del pianeta non possono essere attribuite genericamente all’essere umano, bensì più opportunamente all’oligarchia mondiale, cioè al vertice del capitalismo globalizzato che negli ultimi decenni ha accumulato enormi ricchezze, [2] con attività produttive estremamente impattanti, dilatando inesorabilmente la forbice delle disuguaglianze e spingendo la crisi climatico-ambientale verso l’irreversibilità.

Il concetto di Capitalocene risulta particolarmente funzionale a focalizzare le dinamiche in atto in quanto riesce a individuare gli aspetti degenerativi della struttura capitalistica che, in modo sempre più “classista”, polarizza le vulnerabilità non solo intergenerazionali, in ottica futura, ma, soprattutto quelle odierne all’interno e fra società diverse (Amato, 2019). In relazione a queste ultime, gli studi prevedono che il sud del mondo, responsabile del solo 10% delle emissioni globali, dovrà subirne il 75% delle ricadute negative, precipitando di fatto in una situazione di apartheid ambientale.

Il sistema economico globalizzato, neoliberista e sviluppista, funziona da garanzia per il capitale transnazionale nell’ambito di un modello di sviluppo lineare fondato sul ciclo estrazione-produzione-consumo, sulla concentrazione di immensi profitti e la socializzazione dei costi ambientali. Tuttavia, l’adozione di politiche indirizzate verso un modello economico circolare (Circular economy) in grado parzialmente di rigenerarsi riducendo l’impatto sull’ecosistema terrestre può, a nostro avviso, non essere sufficiente a risolvere la triplice crisi in atto (ambientale, economica e sociale), in quanto non vengono messi in discussione i paradigmi della crescita economica infinita e dell’accumulazione capitalistica.

La questione del superamento delle strutture economiche e sociali del Capitalocene, con i suoi insostenibili modelli di produzione, di consumo e di ripartizione della ricchezza, si propone, alla luce della crisi ambientale sull’orlo del punto del non ritorno e delle disuguaglianze sociali, sempre più marcate, in modo ancor più pressante, a causa dei suoi crescenti effetti degenerativi, arrivati, ormai, a mettere a repentaglio il futuro del pianeta e, soprattutto, dell’intera umanità.

Dall’Antropocene al Capitalocene: alle radici della crisi climatico-ambientale

 

Postfazione di Rodrigo Andrea Rivas

Spesso non sono necessari lunghi discorsi e, tantomeno, aggettivazioni fiorite. I dati sono semplici: il 10% della popolazione produce oltre il 50% delle emissioni nocive per l’ambiente. Le conseguenze ricadono soprattutto sui più poveri. Nulla di nuovo sotto il sole? In astratto no, in concreto si. Alle tradizionali fame e malattie si sono aggiunte cicloni, tsunami, tifoni, aridità dei suoli, progressione dei deserti, razzismi assortiti e, in generale, una minaccia concreta di sterminio per buona parte dell’umanità.

Le alluvioni di questi giorni in Sardegna ci dicono che, oltre ogni dubbio, i poveri del mondo povero non sono, né saranno, le sole vittime. L’idea di essere nati dalla “parte giusta del mondo” come garanzia di sopravvivenza non basta, non basterà, poiché più fame, più precarietà più malattie sono la regola in espansione per quasi il 90% della popolazione. Nella fase neoliberista, che ormai ha superato il mezzo secolo, l’espansione della ricchezza del 10% ha portato la capacità di sopportazione del pianeta a limiti insopportabili.

Quanti abitanti bastano in aggiunta al 10% costituito da lor signori? Da servi va da sé. Detto altrimenti, quante donne, uomini, bambini, animali avanzano? L’ipotesi di decimazione degli umani, ammessa o meno, è ormai una possibilità realistica. Conseguentemente, malgrado la scomparsa dei soggetti politici che lo proponevano, il vecchio dilemma, socialismo o barbarie, è perennemente sul tavolo, è nello stato delle cose.

Fino a quando perdurerà questa situazione? Fino all’ultimo africano, all’ultimo indiano, all’ultimo popolo originario, all’ultimo “meridionale”? Fino all’estinzione, azzardiamo, dell’80% “inutile” degli abitanti? O fino a quando la ribellione incipiente dei popoli, diversificata, complessa, spesso confusa, modifichi radicalmente la situazione?

Note:

[1] Come certificano i dati dell’impronta ecologica. L’impronta ecologica media procapite mondiale sostenibile è 1,8 ha, mentre quella effettiva è invece di 2,7 ha. Fra i singoli paesi: Qatar (11,68) Kuwait (9,72) Eau (8,44) Usa (8,1).

[2] Oxfam 20 gennaio 2020. Davos 2020: la terra delle disuguaglianze; a metà 2019 l’1% della popolazione più ricca è arrivata a detenere più del doppio della ricchezza posseduta da 6,9 miliardi di persone.

 

Andrea Vento è su La città futura

 

 


Andrea Vento
Promotore e membro del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

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