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domenica 23 Gennaio 2022
PanIncendi e piogge torrenziali: è allarme sul consumo del suolo in Italia

Incendi e piogge torrenziali: è allarme sul consumo del suolo in Italia

Lo spreco e il consumo del suolo continua ad avanzare nelle aree a rischio idrogeologico e sismico e tra le città italiane. Il rapporto annuale dell’ISPRA è impietoso.

Allarme sul consumo del suolo in Italia

I danni ambientali, anno dopo anno sempre di più, occupano il ruolo di protagonista delle cronache estive. La scena mediatica di luglio ha presto ceduto lo spazio occupato dalle devastazioni delle piogge torrenziali nel Centro Europa alle immagini degli incendi in Sardegna.

Puntuale ad accompagnare tali distruzioni è stato lanciato da più parti l’allarme sui cambiamenti climatici in atto. E proprio nel mese di luglio è arrivato il rapporto annuale dell’Istituto Italiano per la protezione ambientale (ISPRA) sullo stato di salute del nostro territorio, per quel che riguarda il consumo del suolo.

Nonostante i proclami in difesa dell’ambiente, la percezione di una diffusa sensibilità verso le tematiche della sostenibilità e dell’importanza della preservazione della natura, la nostra società, dati alla mano, continua imperterrita il suo percorso suicida verso il depauperamento delle risorse e la distruzione della natura.

Nell’ultimo anno oggetto dell’analisi, il 2020, mentre per lo più eravamo bloccati in casa dalle misure anticovid, non si è minimamente arrestata l’edificazione di aree naturali e agricole che ha riguardato altri 57 km q. di superficie, pari per intenderci a 15 ettari di territorio al giorno mangiato dal cemento o, per rendere ancora più realistico ed impressionante il dato, 2 m q. di suolo ogni secondo.

La copertura artificiale del territorio interessa in Italia una zona quasi doppia rispetto alla media europea, già pesantemente alta.

Incendi e piogge torrenziali: è allarme sul consumo del suolo in Italia

Il fenomeno non appare omogeneo e, ovviamente, si è diffuso nelle aree a maggiore valore immobiliare del paese, nelle grandi città, lungo i principali assi viari e nelle zone litoranee.

Nell’indifferenza generale dei media e della politica è stato in questi anni edificato un vero e proprio muro di cemento tra la costa e il mare, che isola gli ecosistemi e genera danni incalcolabili.

Il consumo del suolo con strutture artificiali non ha poi risparmiato neanche le aree vincolate dalla tutela paesaggistica con più di 1000 ettari di edificazioni e persino zone classificate come a media pericolosità idraulica e a rischio frane.

Tutto questo aumento delle superfici edificate non è funzionale alle necessità della popolazione e anzi ne aggrava spesso le condizioni di vita.

Pensiamo solo alla pioggia che scorrendo sulle superfici impermeabilizzate dalle costruzioni non è disponibile per la ricarica delle falde e aggrava la pericolosità idraulica dei nostri territori.

Inoltre l’Italia seguendo questa china si allontana dall’autosufficienza agricola, dipendendo economicamente sempre più dalle importazioni di prodotti alimentari, con buona pace delle teorie ambientaliste del chilometro zero e rendendo più dispendioso l’accesso ai generi di prima necessità.

Ma sarebbe sufficiente osservare la stagnazione del mercato immobiliare per comprendere come non ci sia l’esigenza di ulteriori immobili ad uso residenziale.

I mutamenti climatici? Indebite appropriazioni di spazi ecologici

Ad ogni modo gli stessi dati anagrafici del nostro paese dimostrano come sia fin troppo ampia la disponibilità di superficie edificata rispetto al numero di residenti, raggiungendo la cifra pro capite di ben 359 mq. per ciascun abitante. Rapporto mai avuto in passato. La tendenza è infatti all’aumento di un mq. per anno, un raddoppio solo rispetto a pochi decenni fa.

D’altra parte è notoria una maggiore diffusione dei nuovi stanziamenti sul territorio in ordine sparso, con una popolazione dislocata in spazi più ampi, specialmente alla periferia delle grandi città, dove nascono quartieri satellite che tendono a saturare lo spazio periurbano, generalmente sfruttato per un’agricoltura di tipo intensivo ma pur sempre in grado di ospitare quelle funzioni ecosistemiche che allentano la pressione dell’inquinamento sulle metropoli.

La politica sia a livello locale che a livello nazionale non sembra porre il problema tra le priorità.

Dal 2014 giace in parlamento un disegno di legge per la valorizzazione delle aree agricole e contenere il fenomeno, di cui non è più stata calendarizzata la discussione.

Le regioni più ricche, Lombardia e Veneto in primis, non affrontano in modo organico la questione, che in quelle zone assume proporzioni preoccupanti, visti i livelli di inquinamento e considerato che vantano la maggiore superficie di suolo consumato.

Mentre Roma, nonostante una delle preoccupazioni maggiori manifestate della giunta Raggi è stata di preservare il territorio dal degrado ambientale, raggiunge il primato di 271 ettari edificati solo nel 2020. Di pari passo negli ultimi anni risultano costantemente in crescita anche i dati relativi ai comuni limitrofi, riducendo sempre più per i cittadini romani le possibilità di fruire di spazi verdi per un raggio di chilometri e chilometri.

Un ritmo che ci allontana da ogni concetto di sostenibilità e che rischia di aggravarsi con i progetti legati alla diffusione degli impianti industriali per le energie rinnovabili del PNRR, che sacrificherebbero ulteriore suolo con altri danni sulla biodiversità.

Fino ad oggi la politica europea non è stata in grado di integrare i diversi interventi per ricondurre ad un’unica disciplina, tramite ad esempio una direttiva, le regole nazionali alla base delle concessioni edilizie, così da arrestare i processi di degrado del suolo e tutelare efficacemente questa fondamentale risorsa ambientale, sottoposta a crescenti pressioni.

Ma la strategia potrebbe cambiare sulla base di una consapevolezza complessiva che sembra radicarsi anche nelle istituzioni.

Lo stesso PNRR menziona il tema del contrasto al consumo del suolo con riferimento alla rigenerazione urbana. Il tema non sarà eludibile nei prossimi anni e dovrà essere affrontato considerando illusoria l’aspettativa per cui si può difendere il mondo vivente applicando la stessa mentalità che lo sta distruggendo, che vede nella natura un ulteriore strumento al servizio di un’economia per pochi.

 

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Emanuele Bruschi
Laureato in lettere, ha lavorato come educatore, insegnante, e nell'ambito della comunicazione social.

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