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Il caso Vannacci rivela la crisi della politica italiana: guerre culturali, polarizzazione permanente e dibattiti identitari sostituiscono le questioni strategiche. Più che un fenomeno politico, il generale è il sintomo di una società in cerca di nuovi salvatori.
Vannacci, le guerre cognitive e la crisi della politica italiana
Nell’estate del 2023 il nome di Roberto Vannacci esplose nel dibattito pubblico italiano grazie al successo editoriale de Il mondo al contrario, libello di scarse pretese e ancor meno contenuti, assuntoa gli onori delle cronoche grazie al solito laovoro – al contrario – di Repubblica, ormai specializzata nel creare “fenomeni politici emergenti” per poi additarli come “la grande prossima paura”. Da allora il generale, già comandante della Brigata Folgore, veterano di missioni nei Balcani, in Iraq e Afghanistan e successivamente eletto al Parlamento europeo, è diventato uno dei personaggi più divisivi della scena politica nazionale. Il dibattito che lo riguarda, tuttavia, dice molto meno su Vannacci di quanto non dica sull’Italia contemporanea.
Il fenomeno Vannacci è infatti emerso in un momento storico particolare. La guerra in Ucraina ha riportato la dimensione militare al centro della politica europea; la crisi economica ha eroso il potere d’acquisto della classe media; la polarizzazione culturale ha trasformato ogni tema identitario in un terreno di scontro permanente.
Il generale è stato presentato alternativamente come un pericoloso estremista, un eroe antisistema o addirittura un possibile riferimento politico per una destra in cerca di nuovi simboli. La realtà è probabilmente più complessa.
Il successo di Vannacci non può essere compreso limitandosi ai contenuti dei suoi libri o delle sue dichiarazioni. Le idee che esprime, infatti, non rappresentano una rivoluzione culturale. Sono piuttosto la rielaborazione di convinzioni diffuse in una parte consistente dell’Italia conservatrice: critica del multiculturalismo, diffidenza verso le politiche identitarie, difesa di valori tradizionali e opposizione alla cultura woke. Posizioni che possono piacere o meno, ma che difficilmente possono essere considerate innovative. La vera domanda è un’altra: perché queste idee hanno prodotto una tale reazione?
La politica sostituita dalla guerra culturale
Negli ultimi quindici anni il dibattito pubblico occidentale ha progressivamente sostituito il conflitto sociale con il conflitto culturale. Questioni come salari, delocalizzazioni, precarietà, politica industriale e distribuzione della ricchezza hanno ceduto spazio a battaglie simboliche sempre più accese su linguaggio, identità, rappresentazione e diritti. In Italia questo processo è stato particolarmente evidente.
Da una parte si è consolidato un progressismo fortemente influenzato dalle dinamiche culturali anglosassoni. Dall’altra si è sviluppata una reazione conservatrice che trova nel rifiuto della cultura woke il proprio principale collante ideologico. Vannacci si colloca esattamente dentro questa dinamica. Non ne è la causa. Ne è il prodotto.
Per questo motivo la sua figura ha assunto una rilevanza sproporzionata rispetto ai contenuti effettivi delle sue opere. Egli è diventato un simbolo utile a entrambe le parti: ai suoi sostenitori per denunciare l’egemonia culturale progressista, ai suoi oppositori per rappresentare il ritorno di pulsioni reazionarie.
Il risultato è una gigantesca guerra culturale che occupa televisioni, giornali e social network mentre le questioni strategiche vengono spesso relegate sullo sfondo.
La società della polarizzazione
Esiste però un elemento raramente approfondito nel dibattito pubblico. Vannacci è un ufficiale che ha operato per decenni all’interno di strutture militari complesse, maturando esperienza in contesti dove la dimensione informativa e psicologica del conflitto è diventata centrale.
Negli ultimi vent’anni le principali dottrine militari occidentali hanno attribuito crescente importanza alle cosiddette operazioni cognitive: campagne destinate a influenzare percezioni, comportamenti e orientamenti delle popolazioni. Il concetto di psy-op, un tempo confinato agli ambienti specialistici, è ormai parte integrante delle strategie contemporanee.
Naturalmente sarebbe improprio sostenere che ogni intervento pubblico di Vannacci risponda a una precisa operazione psicologica. Sarebbe una semplificazione complottista. Tuttavia appare legittimo osservare come la sua figura produca esattamente ciò che una moderna operazione cognitiva tende a generare: polarizzazione, schieramento emotivo e radicalizzazione del dibattito.
Mentre gli italiani discutono ossessivamente di identità, linguaggio inclusivo o simboli culturali, restano spesso in secondo piano questioni ben più rilevanti. La guerra in Ucraina continua a produrre costi economici enormi per l’Europa. La spesa militare cresce in quasi tutti i paesi NATO. Le tensioni globali si intensificano dal Medio Oriente all’Indo-Pacifico. Eppure il dibattito pubblico sembra sempre attratto da polemiche che dividono molto e spiegano poco.
È qui che emerge la vera fragilità della politica italiana. Una società impaurita e impoverita cerca continuamente figure salvifiche: ieri tecnocrati, oggi generali, domani forse influencer o manager. Cambiano i protagonisti ma non il meccanismo. Nel frattempo, la discussione sulle grandi scelte strategiche resta confinata ai margini.

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