USA conti alla mano: la superpotenza a corto di missili

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La guerra contro l’Iran sta prosciugando le scorte USA: 11.000 munizioni in 16 giorni e intercettori in esaurimento. Il Pentagono ridistribuisce risorse dall’Ucraina e valuta un maxi finanziamento. Intanto Washington prova a far pagare il conto ai paesi del Golfo.

La guerra che prosciuga Washington: missili finiti, conto aperto

C’è una narrazione rassicurante che accompagna ogni conflitto: la potenza tecnologica compenserà tutto. Precisione, superiorità, deterrenza. Poi arriva la realtà, che ha un difetto strutturale: consuma risorse. E lo fa più in fretta di quanto i comunicati stampa riescano a raccontare.

La guerra israelo-statunitense contro Iran sta mettendo a nudo un limite che a Washington preferirebbero non discutere: la sostenibilità materiale della guerra. Non quella teorica, ma quella fatta di munizioni, produzione industriale e tempi.

Secondo il Royal United Services Institute, nei primi sedici giorni di operazioni sono state utilizzate oltre 11.000 munizioni, per un costo complessivo stimato attorno ai 26 miliardi di dollari. Una cifra che non colpisce solo per l’entità, ma per la velocità con cui viene bruciata. Il punto, sottolineano gli analisti, non è quanto si spende. È quanto si riesce a rimpiazzare.

Missili finiti, industria lenta

Il vero collo di bottiglia non è il budget. È la produzione. I sistemi di difesa missilistica – dagli intercettori ai complessi più avanzati – richiedono tempi lunghi, filiere complesse, componenti difficili da reperire. Non sono proiettili da catena di montaggio. Sono oggetti industriali ad alta intensità tecnologica.

Secondo le stime del RUSI, le scorte di intercettori statunitensi potrebbero esaurirsi nel giro di pochi mesi. E soprattutto, non esiste oggi una capacità industriale in grado di ricostituirle rapidamente. I nuovi ordini, inclusi quelli di alleati europei come la Germania, non produrranno effetti concreti prima del 2027-2028.

Nel frattempo, il Pentagono ha già iniziato a riorganizzare le priorità. Le forniture destinate a Ucraina vengono progressivamente dirottate verso il Medio Oriente, a sostegno di Israele e delle operazioni nel Golfo. Una redistribuzione che dice molto più di mille dichiarazioni ufficiali perché le guerre non si combattono in parallelo senza costi, si scelgono.

Il prezzo della guerra (e chi deve pagarlo)

A questo punto entra in scena il tema più delicato: il finanziamento. Secondo fonti interne al Dipartimento della Difesa, la Casa Bianca starebbe valutando una richiesta al Congresso superiore ai 200 miliardi di dollari per sostenere il conflitto. Una cifra che, in un contesto politico già polarizzato, rischia di incontrare resistenze significative. E allora emerge una soluzione che definire creativa sarebbe riduttivo: far pagare la guerra ad altri.

L’idea, ventilata pubblicamente da esponenti dell’amministrazione, è quella di trasferire il costo del conflitto alle monarchie del Golfo. In particolare all’Arabia Saudita, che dispone di enormi fondi sovrani e di un interesse diretto nella stabilità regionale.

La proposta non è stata presentata in forma diplomatica. Anzi. Durante un evento a Miami legato al Future Investment Initiative, Donald Trump ha adottato un linguaggio che definire diretto è un eufemismo, invitando pubblicamente il principe ereditario Mohammed bin Salman a “essere gentile”. Una formula che, tradotta, significa contribuire.

La guerra come modello economico

Qui il discorso si fa più interessante e meno rassicurante perché ciò che emerge non è solo una difficoltà contingente, è un modello. La guerra come sistema economico che deve essere sostenuto, finanziato, distribuito.

Gli Stati Uniti restano la principale potenza militare globale. Ma non sono più nella condizione di sostenere conflitti prolungati senza ridefinire le proprie priorità e senza coinvolgere altri attori nel costo. Il problema è che questo coinvolgimento non è neutrale. Cambia i rapporti di forza. Trasforma gli alleati in finanziatori. E i finanziatori, prima o poi, chiedono qualcosa in cambio.

Nel frattempo, la realtà operativa continua a fare il suo lavoro. Missili che finiscono, linee produttive lente, scelte strategiche sempre più vincolate dalla disponibilità materiale. La superiorità tecnologica resta ma non è infinita. E soprattutto non è indipendente dall’industria.

La guerra contro l’Iran sta mostrando che anche la macchina militare più avanzata al mondo ha un limite. Non ideologico, ma fisico. Fatto di tempo, produzione, logistica. E quando quel limite si avvicina, le opzioni si restringono. Non perché manchi la volontà ma perché manca il materiale.

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Sira Beker
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