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L’Occidente è in preda alla più estrema bizzarria comunicativa mentre le autocrazie restano (apparentemente) sobrie. Mattarella, in toga e tocco all’estero, si lancia in assurdità storiche, degne di uno scolapasta in testa mentre le si pronuncia, confermando l’allineamento atlantista del Quirinale.
Mattarella e la pantomima del togato
– Fausto Anderlini*
Ci dev’essere qualcosa nell’aria che inclina alla bizzarria, e già gli antichi greci vedevano nel vento un fomento della follia. Un fenomeno che forse a causa del mutamento climatico sembra imperversare nell’Occidente collettivo, assai di più di quanto accada in oriente.
L’autocrazia (cosiddetta) sobriamente sta, mentre la ‘democrazia’ sbarella e delira ai limiti della surrealtà, spazzata da venti contrastanti e impetuosi che ne scombinano le menti. Una disgrazia che non risparmia le più illustri fra le persone anziane (sembra anzi che proprio da queste giungano le performances più clamorose) perforando l’aura di saggezza che per natura, in sovrappiù del ruolo, dovrebbe circondarle.
Nel centro dell’impero un tycoon dall’esuberanza sospetta ha appena preso il posto di un rimbambito in ciglio di demenza che ne ha combinate di ogni tipo. E come tutti gli alienati soggetti a bipolarismi alterna in via random intuizioni realistiche ad altre allucinatorie, oltre a strampalerie che lasciano basiti.
E anche se diversi predecessori non ne andarono esenti (basta pensare a Bush figlio) non v’è dubbio che si sia davanti a un’ondata straripante di libido dominandi, quantomeno come arbitrio oralistico ed egotismo infantile. Imponderabilità. Una sindrome ormai comune alle cariche monocratiche, di per sè esposte alla megalomania, ma cui non vanno esenti anche vasti parlamenti (vedasi quello europeo) nei quali almeno la numerosità dovrebbe favorire la tara e che invece si ergono all`unisono a tribunali storico-morali con la sconcertante faciloneria di una scolaresca di apprendisti invasati.
Ma in questo turbillon non ci sono solo pagliacci con la motosega. Ci sono anche versioni aggiranti e meno dirette, improntate a una gravità solenne e sussiegosa. Si entra qui in quella che potrebbe essere definita come la ‘pantomima del togato‘: l’epistocrate, il dignitario d’alto rango, che sciorina verità rivelate con scarso fondamento se non letteralmente inventate in una nebulosa di banalità politicamente corrette.
Una posa che vorrebbe sostituire con una ponderata fermezza intrisa di responsabile moralità le sceneggiate più maramaldesche degli homines novi, ad esse contrapponendosi, ma che scade in risultati altrettanto grotteschi.
Ed è proprio la toga il dettaglio che tradisce l’ostentazione. Vediamo così un presidente della Repubblica che si presenta bardato di toga e tocco (se decontestualizzato, quanto di più prossimo alla nota feluca ammiragliale se non del bicorno napoleonico o allo scolapasta) nell’ateneo di una città oltre confine, cioè all’estero, per quanto prossimo, e che ivi si abbandona a un discorso in sè condivisibile sulle istituzioni sovranazionali, ma infiltrandolo ripetutamente di spunti russofobici, paragonando Putin a Hitler e paragonando l’occupazione del Donbass all’annessione nazista dei Sudeti.
Enormità madornali, esorbitanti ogni senso della misura storica, prima ancora del ruolo ascritto di garante costituzionale. Con ciò rivelando il segno politico di un mandato: la succursale locale del partito americano democrat, ora costretto all’esilio nel ridotto del mainstream europeo (peraltro anch’esso residuale) causa l’avvento di Trump.
Un discorso concepibile all’Eliseo, viste le prerogative del presidente francese, ma del tutto eccepibile e avventuroso abitando al Quirinale (sia pure con contratto 7 più 7).
Non è qui il caso di approfondire una linea di lettura, se non limitandosi a una notazione. Non è la prima volta che esponenti di origine democristiana debordano dal seminato una volta saliti al soglio presidenziale. Segni e Cossiga i casi più eclatanti, mentre il povero Leone fu fatto segno di una campagna a sfondo razzista e lombrosiano. In sede parlamentare e come regime di partito la Dc era una oligarchia a rotazione in sé renitente a ogni personalizzazione smisurata del potere.
Una regola che trovava evidentemente il suo limite, e il suo contrappasso, nel caso della presidenza. Forse essa stessa causa della tentazione, come gusto del proibito, di indossare tocco e feluca una volta superato il soglio del Quirinale. Trasformando grigi oligarchi allineati alla medietà conforme in leoni da esternazione. L’onnipotenza perversa, colorita e impicciona che può prendere l’arbitro.
L’Occidente collettivo si è sfarinato nel più paradossale scompisciamento, proprio all’apice nella sua lotta all’ultimo sangue con le cosiddette autocrazie orientali. Sta infatti accadendo (anzi è già accaduto) che esso abbia finito per incorporare i caratteri impressi nella parodia demonologica dell’autocrazia come potere sregolato e retto dall’arbitrio.
Un male dilagante che non si esprime solo nella stravaganza delle personalità, nello screditamento dell’autorità e nello strapotere delle plutocrazie, ma che imperversa anche nelle tecnostrutture onniscienti del deep state, perno della razionalità di sistema (basti pensare alla scoperta delle spese destinate a fomentare la cultura woke nei posti più impensati).
Bulimia, infantilismo, dismisura, approssimazione e occasionalismo sono diventate regola. Il mondo surreale di Ubu roi partorito dal genio di Jarri s’è incarnato nella realtà. Come conseguenza necessaria di una promessa di libertà individuali illimitate sotto la vigile copertura di un potere neutro innervato dalla tecnica. Tutte balle sesquipedali.

* Questo articolo riprende le riflessioni ‘social’ di Fausto Anderlini
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