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Sudan, l’inferno in terra del tutto invisibile ai media europei

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Dal 2023 il Sudan è devastato dal conflitto tra esercito e RSF. Le RSF hanno firmato un accordo a Nairobi per la pace e un governo civile, ma Khartoum accusa il Kenya di sostenere un’amministrazione parallela. Intanto, 50.000 morti, milioni di sfollati e crisi umanitaria incombente.

Sudan: guerra ignorata e accordi fragili

Sudan: da aprile 2023 è in corso un conflitto estremamente duro e sanguinario tra l’esercito sudanese (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). La posizione strategica del Sudan, confinante con altri sette Paesi africani e con il Mar Rosso, oltre alle ricchezze naturali di cui il Paese è ricco (secondo maggior produttore di oro nel continente africano) attirano naturalmente gli appetiti di buona parte dei soliti noti.

Sembrerebbe che negli ultimi giorni le Forze di sostegno veloce (RSF) sudanesi, abbiano formalizzato un protocollo d’intenti a Nairobi con le formazioni politiche loro associate.

L’intesa, autografata nei giorni scorsi, rappresenta l’epilogo di quasi una settimana di dibattiti strategici, duramente criticati dall’establishment di Khartoum, che incolpa le autorità keniane di patrocinare una “macchinazione finalizzata all’instaurazione di un’amministrazione parallela” compiacente verso le milizie RSF.

La cerimonia ha visto apporre la propria sottoscrizione al documento da parte di Abdel-Rahim Dagalo, portavoce delle RSF e consanguineo del comandante Hemedti; Joseph Toka, delegato del Fronte popolare per la liberazione sudanese-settentrionale capeggiato da Abdel Aziz al-Hilu; e Al-Hadi Idris, esponente del Movimento di emancipazione sudanese.

Presenti alla sessione anche dignitari di primo piano quali il coordinatore dell’Alleanza nazionale Umma, Fadlallah Burma Nasser, e Ibrahim al-Mirghani dell’Unione democratica, evidenziando un ampio schieramento contrapposto alla giunta guidata dal generale al-Burhan.

Il memorandum, stando a comunicati riprodotti dalle testate regionali, puntualizza numerose finalità essenziali: anzitutto la conclusione delle azioni belliche che devastano il territorio, l’edificazione di uno scenario pacifico, l’erogazione di soccorsi alle popolazioni, la sicurezza dei residenti e la salvaguardia dell’integrità nazionale.

Il documento sollecita inoltre la ricostituzione di organi istituzionali democratici sotto guida civile, il reintegro delle garanzie fondamentali per i cittadini, la dissoluzione degli apparati militari vigenti e la genesi di un rinnovato corpo armato condiviso.

La dichiarazione caldeggia una configurazione statale plurale e partecipativa con autonomie territoriali, legittimando la gestione indipendente delle questioni socioeconomiche e identitarie a livello locale.

Il quadro umanitario appare drammatico: il confronto armato ha mietuto circa 50.000 esistenze tra i non combattenti secondo dati ONU, con abusi sessuali adoperati quale tattica intimidatoria, particolarmente nella regione darfuriana.

La destabilizzazione ha sradicato oltre quattro milioni di individui dalle proprie dimore, costringendo circa un milione alla migrazione verso stati confinanti quali Ciad, Sud Sudan ed Egitto, configurando una delle più consistenti ondate migratorie continentali recenti.

Istituzioni sovranazionali quali OMS e PAM segnalano imminenti emergenze sanitarie e penuria alimentare con probabili carestie in svariate province, mentre i convogli umanitari incontrano ostacoli nell’accesso alle comunità isolate causa insicurezza e ostruzioni deliberate.

Il Sudan, nazione dall’immenso potenziale inesplorato, custodisce abbondanti giacimenti auriferi, riserve petrolifere significative (soprattutto nelle regioni meridionali e orientali), oltre a cospicui depositi di ferro, rame, cromo e uranio. La fertile valle del Nilo potrebbe trasformare il paese in granaio regionale, mentre le estese pianure offrono possibilità zootecniche straordinarie. Questa ricchezza naturale ha spesso alimentato competizioni tra potenze internazionali e regionali per influenza e controllo economico sul territorio.

Il mosaico sociale sudanese comprende oltre 500 gruppi etnici distinti, con predominanza araba nel nord e popolazioni nubiane, begia e fur nelle regioni periferiche. La diversità linguistica annovera, oltre all’arabo ufficiale, numerosi idiomi afro-asiatici, nilo-sahariani e niger-congolesi. Tale eterogeneità culturale, se valorizzata, rappresenterebbe una ricchezza inestimabile, ma storicamente è stata strumentalizzata per divisioni settarie dal centro politico di Khartoum.

Analisti internazionali mantengono riserve sulla concreta attuabilità del protocollo, considerata la stratificazione del dissidio e la pluralità di soggetti coinvolti, alcuni beneficiari di appoggio esterno da parte di attori regionali con interessi contrastanti nell’area del Corno d’Africa e del Mar Rosso, crocevia strategico di rotte commerciali globali.

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Eugenio Cardi
Eugenio Cardi
Scrittore, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato ad oggi dodici romanzi, pubblicati in Italia e all’estero

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