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Dopo mille giorni di guerra, l’ONU parla di “tratti di genocidio” per la presa di El Fasher da parte delle RSF. Uccisioni etniche, fame usata come arma, violenze sistematiche. La più grave crisi umanitaria al mondo resta ai margini dell’attenzione globale.
Sudan, mille giorni di silenzio
Mille giorni di guerra. E quasi mille giorni di distrazione internazionale. Mentre le telecamere del mondo oscillano tra Ucraina e Medio Oriente, il Sudan sprofonda in una delle peggiori catastrofi umanitarie contemporanee. Ora, per la prima volta, le Nazioni Unite usano una parola che pesa come una sentenza: genocidio.
Il rapporto presentato al Consiglio ONU per i diritti umani si concentra su uno degli episodi più sanguinosi del conflitto: la conquista di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, da parte delle Rapid Support Forces (RSF), tra il 26 e il 27 ottobre 2025. Una missione internazionale indipendente, composta da esperti di diritto, ha ricostruito i fatti parlando di un’operazione pianificata con tratti distintivi genocidari contro le comunità non arabe.
Non è un’espressione retorica. È un inquadramento giuridico che richiama direttamente la Convenzione del 1948 per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.
Secondo quella definizione, il crimine si configura quando esiste l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, attraverso atti come uccisioni, gravi lesioni fisiche o mentali, o la sottoposizione deliberata a condizioni di vita volte alla distruzione del gruppo. Nel caso di El Fasher, le ultime tre fattispecie risultano documentate.
El fasher, l’assedio e la distruzione
La presa della città non è stata un evento improvviso. È stata preceduta da un assedio di circa un anno e mezzo. Fame, deprivazione sistematica, bombardamenti e isolamento hanno progressivamente logorato la popolazione civile. La missione ONU parla esplicitamente dell’uso della fame come arma.
Tra novembre e gennaio, gli esperti hanno raccolto 320 testimonianze tra sopravvissuti e vittime indirette, documentando uccisioni su base etnica, violenze sessuali, torture e distruzioni sistematiche di abitazioni. Il rapporto sottolinea che l’intento genocidario emerge come “l’unica conclusione ragionevole” di fronte alla natura coordinata degli attacchi e alle dichiarazioni pubbliche delle RSF che invocavano l’eliminazione di gruppi specifici, in particolare Zaghawa e Fur.
Non è un dettaglio. Nel diritto internazionale, l’intenzione è l’elemento decisivo. Senza intenzione, non c’è genocidio. Con l’intenzione, cambia tutto.
La missione, però, ha potuto indagare esclusivamente sui fatti di El Fasher, in base al mandato conferito dal Consiglio ONU per i diritti umani con la risoluzione S-38/1 del 14 novembre 2025. Le accuse rivolte nei mesi scorsi anche contro l’esercito regolare sudanese non rientravano nel perimetro dell’indagine. E il governo di Khartoum, da parte sua, non ha collaborato.
Un silenzio istituzionale che pesa. Soprattutto in un conflitto in cui entrambe le parti sono state accusate di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Genocidio senza telecamere
La guerra in Sudan, iniziata nel 2023 come scontro di potere tra esercito regolare e RSF, ha prodotto milioni di sfollati e decine di migliaia di morti. Secondo le Nazioni Unite, si tratta oggi della più grave crisi umanitaria al mondo. Eppure, l’attenzione globale resta intermittente.
Rosemary DiCarlo, sottosegretaria generale dell’ONU, è stata chiara: nessuna area del Sudan è al sicuro. Il conflitto si è frammentato, regionalizzato, intrecciato con interessi esterni che attraversano il Corno d’Africa e il Medio Oriente. Armi, milizie, finanziamenti: il teatro sudanese è tutt’altro che isolato.
Ma la parola genocidio introduce un salto di qualità. Non solo per le implicazioni morali, ma per quelle legali. La Convenzione del 1948 impone agli Stati l’obbligo di prevenire e punire. Non di osservare. Non di deplorare. Di agire.
E qui emerge l’altra faccia del silenzio. Se la qualificazione giuridica è corretta, l’inazione diventa complicità indiretta. Il diritto internazionale non è un repertorio di parole solenni da utilizzare nei comunicati stampa: è un vincolo.
Il caso sudanese ricorda che il genocidio non è un residuo del Novecento. Non è confinato nei manuali di storia. Può riemergere, con modalità nuove ma con logiche antiche: distruggere un gruppo identificato come nemico assoluto.
La differenza, oggi, è la saturazione informativa. Il mondo sa. I rapporti esistono. Le testimonianze sono raccolte. Le immagini circolano. Eppure l’indignazione è selettiva.
El Fasher non è un’eccezione isolata. È un simbolo. Di un conflitto che ha superato i mille giorni senza suscitare una mobilitazione politica proporzionata alla sua gravità. E di un sistema internazionale che reagisce con lentezza quando la tragedia non coincide con i propri interessi strategici immediati.
Il Sudan brucia. E per una volta, la parola giusta è stata pronunciata. Resta da capire se resterà solo una parola.

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