Siria, la guerra invisibile: il prezzo nascosto dell’attacco all’Iran

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La guerra contro l’Iran sta destabilizzando la Siria: milizie sciite, attacchi mirati e pressioni esterne trasformano il Paese in un campo di battaglia permanente.

Siria, il fronte invisibile

C’è un paradosso che attraversa il Medio Oriente e che la retorica occidentale continua a ignorare: si bombarda un Paese pensando di contenerlo, e si finisce per incendiarne cinque. La Siria è oggi il caso più evidente di questo effetto domino, il laboratorio dove le conseguenze non dichiarate della guerra all’Iran prendono forma concreta.

Dopo anni di conflitto civile, interventi esterni e frammentazione territoriale, Damasco si ritrova ancora una volta al centro di una tempesta che non controlla. Il nuovo assetto di potere guidato da Ahmed al-Sharaa non nasce da stabilità, ma da un equilibrio precario tra forze interne ed esterne. Un equilibrio che l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran ha appena fatto saltare.

Il punto è semplice, ma raramente esplicitato: la Siria non è un attore, è un campo di battaglia. E come ogni campo di battaglia, non decide chi entra, ma subisce chi combatte.

Il ritorno della guerra per procura

La caduta di Bashar al-Assad non ha prodotto un nuovo ordine. Ha aperto una fase più fluida, dove il potere centrale esiste formalmente, ma si regge su una costellazione di equilibri instabili: gli ex jihadisti, riconosciuti dai governi occidentali, si sono già macchiati di crimini contro la minoranza alawita e il conflitto con l’Iran agisce da ulteriore detonatore.

Teheran considera Damasco un nodo essenziale del proprio sistema strategico: il cosiddetto “corridoio sciita” che collega Iran, Iraq, Siria e Libano, fino alle aree operative di Hezbollah. Interrompere questo asse significa ridurre la profondità strategica iraniana. Difenderlo significa mantenere un’influenza regionale.

Ecco perché la nuova leadership siriana, percepita come più vicina agli Stati Uniti e a Israele, è diventata un bersaglio politico e militare. Non si tratta di un’invasione classica. Piuttosto, di una guerra a bassa intensità ma ad alta diffusione: attacchi mirati, droni, sabotaggi, milizie. Un conflitto senza dichiarazione formale, ma con effetti reali.

Milizie sciite provenienti dall’Iraq, operazioni indirette riconducibili a Hezbollah, incursioni israeliane e tensioni con le forze statunitensi presenti nel Paese :il risultato è un mosaico di conflitti sovrapposti, dove ogni attore combatte la propria guerra, spesso nello stesso territorio.

Damasco tra diplomazia forzata e sopravvivenza

Ahmed al-Sharaa si muove come un equilibrista su una corda già logora. Da un lato, deve garantire una minima stabilità interna. Dall’altro, è costretto a negoziare con potenze che non hanno alcun interesse a stabilizzare davvero il Paese.

Washington e Tel Aviv chiedono allineamento. Teheran risponde attraverso le sue reti locali. Ankara osserva e interviene quando conviene. Mosca mantiene una presenza militare ridotta ma significativa. I curdi difendono i propri territori. L’Isis, dato per sconfitto troppe volte, resta una variabile latente.

Le aperture diplomatiche verso gli Stati Uniti e Israele – lette come tentativi di uscire dall’isolamento – vengono interpretate da Teheran come un tradimento. Le conseguenze sono immediate: intensificazione degli attacchi indiretti, pressione militare, delegittimazione politica.

Fonti come Al Monitor segnalano un aumento significativo delle operazioni transfrontaliere, inclusi attacchi con droni e lanci missilistici dalle aree irachene verso obiettivi in Siria, in particolare nella provincia di Hasakah.

Parallelamente, canali vicini alle milizie sciite, come Sabereen News, hanno rivendicato azioni contro basi statunitensi, confermando un’escalation che coinvolge direttamente anche le forze occidentali presenti nel Paese.

E poi c’è il linguaggio, sempre più esplicito: le accuse di “tradimento” rivolte ad al-Sharaa da gruppi come Kataib Hezbollah non sono semplici dichiarazioni propagandistiche. Sono segnali operativi. Quando una milizia annuncia che “il campo di battaglia si apre”, significa che lo considera già attivo.

La Siria, oggi, non è solo instabile. È sistemicamente vulnerabile.

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