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Mentre l’Europa soffoca nel caldo record, il clima è sparito dalla campagna elettorale. Vannacci sostiene che l’inquinamento “fa bene” perché coincide con l’aumento dell’aspettativa di vita. Ma a pagare il prezzo del riscaldamento globale saranno soprattutto i più deboli.
Il caldo record e il silenzio elettorale: come il cambiamento climatico è sparito dal dibattito pubblico
Mentre l’Europa boccheggia sotto ondate di calore record, con mari trasformati in vero e proprio brodo termico e temperature che stanno ridisegnando la geografia estiva del continente, la campagna elettorale in corso ha compiuto un’operazione tanto sorprendente quanto istruttiva: ha fatto sparire il cambiamento climatico dall’agenda pubblica.
Non si tratta di una rimozione casuale o di semplice disattenzione mediatica, ma dell’affermazione compiuta di una linea culturale — quella inaugurata da Trump e sposata con entusiasmo dai movimenti che si autodefiniscono antisistema — secondo cui parlare di clima equivale ormai a un marchio di infamia intellettuale.
Chi solleva il tema viene liquidato con l’etichetta di “gretino”, termine che nella sua stessa costruzione lessicale trasforma la preoccupazione ambientale in una posa salottiera da intellettuale radical chic. Roberto Vannacci ha portato questa retorica a un livello che definire paralogistico è persino generoso: in diverse occasioni pubbliche, l’ultima delle quali a Frosinone — non a caso una delle città più inquinate d’Italia — il generale ha sostenuto che, poiché nell’ultimo paio di secoli l’aumento dell’inquinamento è coinciso con il raddoppio dell’aspettativa di vita media (passata secondo le sue stesse cifre da circa 33-36 anni nell’Ottocento agli oltre 80 di oggi), l’inquinamento debba considerarsi, sostanzialmente, un fattore positivo.
Un ragionamento che ignora con disinvoltura la distinzione più elementare tra correlazione e causalità — l’aumento dell’aspettativa di vita si deve a vaccini, igiene, medicina moderna e riduzione della mortalità infantile, non certo alle polveri sottili — ma che, evidentemente, funziona benissimo come slogan da comizio, al punto da fruttargli decine di migliaia di preferenze elettorali.
Quando l’antisistema riproduce lo stesso sistema che dice di combattere
Il fenomeno, però, non si limita ai confini dell’estrema destra dichiarata. Si è consolidata una saldatura paradossale tra ambienti sovranisti e settori che si presentano come critici del sistema, ma che finiscono per riprodurne fedelmente il messaggio ideologico dominante. L’ecologia e la riflessione sul riscaldamento globale hanno subito, negli ultimi anni, una manipolazione tale da essere ormai configurate come argomento sospetto, riconducibile alle fisime di un mondo benestante e progressista — bersaglio preferito dei nuovi populismi di ogni colore politico.
A questo esito si è arrivati anche per responsabilità della cosiddetta area moderata europea, che nel senso comune viene etichettata come progressista ma che, ideologicamente, resta saldamente ancorata al neoliberismo.
Questi settori hanno sposato la causa climatica senza mai mettere realmente in discussione la radice strutturale del problema: il modello di produzione capitalistico, con la sua logica di crescita indefinita, la cementificazione selvaggia del territorio e l’uso sconsiderato delle risorse energetiche.
La lotta al cambiamento climatico è stata così tradotta, quasi esclusivamente, in un pacchetto di comportamenti individuali da modificare sotto minaccia sanzionatoria: cambia la caldaia, sostituisci l’auto, ristruttura la casa secondo nuovi standard energetici, altrimenti paghi.
Chi paga davvero il conto della transizione ecologica mal gestita
Qui si annida il cortocircuito più pericoloso dell’intera vicenda. Per quanto imperfette e ideologicamente compromesse, queste misure hanno prodotto risultati concreti sul piano ambientale. Il problema è che il loro impatto è tutt’altro che uniforme tra le diverse classi sociali.
Un nucleo familiare benestante assorbe con relativa facilità i costi di una ristrutturazione energetica o l’acquisto di un veicolo elettrico; chi vede invece il proprio potere d’acquisto eroso anno dopo anno da un’inflazione persistente e da salari stagnanti si trova a dover affrontare imposizioni normative percepite, non a torto, come ulteriori vessazioni economiche imposte dall’alto.
Non dovrebbe allora sorprendere che proprio dalle classi sociali più fragili economicamente arrivi oggi la resistenza più aspra verso chiunque sollevi il tema del riscaldamento globale, né che Vannacci e Trump riescano a monetizzare politicamente messaggi scientificamente insostenibili quanto retoricamente efficaci.
Ma il problema climatico, per quanto rimosso dal dibattito elettorale, non scompare per decreto propagandistico: resta lì, misurabile in gradi centigradi e mari sempre più caldi, e saranno ancora una volta i più deboli — gli stessi che oggi trovano nel negazionismo climatico un rifugio identitario contro un’élite percepita come ostile — a pagarne il conto più salato quando gli effetti strutturali del riscaldamento globale smetteranno di essere un argomento rimovibile dall’agenda politica e diventeranno, semplicemente, la cronaca quotidiana da cui nessuno slogan elettorale potrà più proteggerli.

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