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martedì 18 Gennaio 2022
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Il ‘disinteressato’ consiglio del Corriere della sera per Roma: il comune affidi tutto ai privati

Con un articolo affidato a Chicco Testa il Corsera si chiede: perché mantenere la gestione pubblica, quando il Comune di Roma ha la possibilità di affidare tutto ai privati?

Roma: il profitto non si rifiuta mai

Anno nuovo vita nuova, verrebbe da augurarsi alla fine di un anno difficile da ogni punto di vista. Purtroppo, però, la produzione giornalistica nostrana continua a regalarci una visione del mondo stantia e ricette appartenenti a un passato che rappresenta la prima causa dei problemi attuali.

È il caso di un pezzo uscito qualche giorno fa sulle pagine del Corriere, dal titolo “Rifiuti a Roma, con la gestione affidata ai privati molti i vantaggi” e firmato dall’impareggiabile Chicco Testa.

L’articolo in questione parte dalla strutturale carenza di impianti dedicati al trattamento e allo smaltimento dell’immondizia nel territorio romano e regionale. Fermo restando che una buona gestione della questione rifiuti, e più in generale quella dell’inquinamento a Roma e ovunque, non può che partire da un potenziamento della raccolta differenziata, l’insufficienza di impianti di trattamento dei rifiuti è un problema vero, messo in luce anche nel nostro approfondimento sulla Capitale.

Tale carenza implica ogni anno la necessità di esportare verso altre regioni o fuori dal paese una quota molto importante dei rifiuti indifferenziati e, ancor di più, differenziati.

Il problema è che la soluzione offerta dal Presidente di Assoelettrica a questo problema confligge apertamente con la tutela della salute pubblica e dell’ambiente, che dovrebbero rappresentare la stella polare delle politiche pubbliche in questo ambito. Vediamo perché.

In breve, Testa critica l’affidamento ad Ama della realizzazione di alcuni degli impianti necessari, attraverso le risorse del Piano nazionale di Ripresa e resilienza. Tale approccio, infatti, non rappresenterebbe “la soluzione meno costosa e più veloce”.

Foto Ansa

A una lettura superficiale, dunque, quelli di Testa potrebbero essere visti come semplici consigli ricchi di buonsenso. L’idea di evitare spese inutili e ridurre i tempi legati agli iter autorizzativi e alla completa realizzazione dell’opera non ha, in sé, nulla di male.

Tuttavia, è nel prosieguo dell’articolo che si coglie il nocciolo della questione: l’insofferenza dell’autore per l’affidamento di tali servizi a società pubbliche. In questo segmento di mercato – sostiene Chicco – “vi è una larga presenza di soggetti privati, anche di società quotate con presenza di capitale pubblico, disponibili a finanziarli visto che essi si ripagano tranquillamente grazie alle tariffe di conferimento, cioè a quanto pagano i Comuni per consegnare i loro rifiuti, e nel caso di impianti più complessi anche con gli incentivi associati alla produzione di gas e di metano che ne può derivare”.

In poche parole, perché mantenere la gestione pubblica, quando il Comune di Roma ha la possibilità di affidare tutto ai privati?

Quest’ultima scelta consentirebbe di risparmiare preziose risorse pubbliche, che potrebbero così essere indirizzate altrove, dal momento che i margini di profitto di settore sono in grado di attirare gli investimenti necessari dal settore privato o tramite il ricorso al modello misto delle multiutility: si tratta, come la denominazione suggerisce, di società che si occupano dell’erogazione di una molteplicità di servizi pubblici.

Un esempio è quello di Acea, società a partecipazione mista pubblica e privata, che opera nel settore idrico, in quello dei rifiuti e in quello della fornitura di energia elettrica.

Insomma, scrive Testa, “insistere su una filiera tutta pubblica nel trattamento dei rifiuti è una strategia perdente e che produce più inefficienze che benefici”.

Le parole di Testa sono rivelatrici di un modo di pensare che, pur essendosi dimostrato fallimentare e avendo fatto danni incalcolabili negli ultimi decenni, attraverso i processi di privatizzazione, l’arrogante classe dirigente continua a riproporre senza vergogna.

Foto FQ

Dopo aver sovrinteso la privatizzazione di ENEL alla fine degli anni ’90, Chicco Testa ripropone la solita teoria della superiorità del privato e dell’inefficienza del pubblico. Peccato che lo faccia dopo anni di esperienze concrete che hanno dimostrato l’estrema debolezza di tali convincimenti.

Come se non bastasse, Chicco sembra del tutto ignorare la situazione specifica dei rifiuti di Roma, dove qualsiasi addetto ai lavori di settore è consapevole delle responsabilità dei privati, che si celano dietro l’attuale disastro.

Dalla nostra analisi, infatti, è emerso con chiarezza che l’indifferenziata trattata in loco si è fermata all’80% della capacità autorizzata degli impianti di trattamento romani – i quattro TMB di Rocca Cencia, Salario, Ettore Giovi 1 e 2 – a causa di tecnologie arretrate e inadeguate, su cui i gestori privati non investono a sufficienza, fissando la capacità effettivamente sfruttata dei propri impianti non in funzione della salute pubblica e di una gestione efficiente del servizio, ma sulla base di interessi contingenti e delle continue trattative con l’AMA sul prezzo a tonnellata del rifiuto trattato.

In altre parole, la gestione privata degli impianti di trattamento e la massimizzazione dei profitti da parte dei gestori hanno dato luogo a un perenne ricatto nei confronti delle autorità pubbliche e a un costante peggioramento del servizio. La necessità di impianti pubblici gestiti nell’interesse dei cittadini romani è ormai lampante.

È dunque chiaro, a questo punto, il vero significato delle parole di Testa quando parla di “soluzione meno costosa e più veloce”.

“Risparmiare risorse pubbliche” si traduce nell’affidamento dei servizi ai privati, con l’obiettivo e il risultato di estendere le aree nelle quali questi ultimi possono ottenere profitti.

Per l’autore, dunque, utilizzare le risorse del PNRR per permettere ad AMA di realizzare gli impianti necessari è una iattura. Le risorse, nel ragionamento di Testa, vanno evidentemente utilizzate altrove, di certo non dove possono contribuire a sottrarre spazi e profitti ai privati.

Peccato che lungi dall’alleggerire il costo sulle tasche dei consumatori e dei contribuenti, la posizione dominante degli impianti privati unita alla perenne situazione di emergenza rifiuti perenne spinga in alto i prezzi del trattamento e imponga un prezzo altissimo alle casse pubbliche: l’esatto contrario di ciò che Chicco Testa vorrebbe farci credere.

Per quanto riguarda l’altra preoccupazione di Testa, invece, ovvero quella di “velocizzare la realizzazione degli impianti”, è adesso chiaro che ciò significa aumentare la discrezionalità delle amministrazioni pubbliche nella selezione dell’affidatario dei servizi e l’annacquamento dei requisiti legati alla qualità del servizio e alla salute pubblica.

Privatizzare, dunque, non è la soluzione al problema dei rifiuti, ma rappresenta uno degli ostacoli che si frappongono alla tutela della salute delle persone e dell’ambiente.

Queste ultime sono gli unici elementi che contano nell’equazione e si perseguono spendendo, in primis, nel potenziamento della raccolta differenziata e, in seconda battuta, nella messa a punto di impianti a gestione rigorosamente pubblica, che minimizzino l’impatto sul territorio e che si collochino sulla frontiera tecnologica.

Quest’ultimo punto è particolarmente importante. La ricerca di nuove soluzioni tecnologiche, che consentano di trattare i rifiuti nel rispetto dell’ambiente e della salute della popolazione, dovrebbe essere la priorità di un operatore che abbia a cuore il benessere della collettività.

Ciò consentirebbe di mitigare le conseguenze di un fenomeno, quello del trattamento e dello smaltimento dei rifiuti indifferenziati, con cui vanno fatti i conti nel breve periodo. Il problema è che il privato non ha alcun interesse a ricercare o ad adottare tali soluzioni tecnologiche, a meno che esse non garantiscano maggiori profitti.

Di conseguenza, l’operatore interessato al profitto preferirà continuare a utilizzare tecnologie obsolete e dannose, ma più profittevoli, piuttosto che passare a tecnologie più rispettose dell’ambiente e della salute, ma con minori margini di profitto.

L’eterno ritorno delle stantie ricette liberiste richiede, da un lato, la capacità di riconoscerle dietro affermazioni che si presentano sotto la forma di considerazioni oggettive; dall’altro, la consapevolezza che esse si sono dimostrate essere fallimentari, almeno dal punto di vista della stragrande maggioranza dei cittadini e dei lavoratori (di certo non per i privati, che hanno visto aumentare le proprie occasioni di profitto).

Denunciare e combattere il continuo tentativo da parte del capitale di estendere le proprie mani sui servizi più basilari (acqua, sanità, trattamento dei rifiuti, scuola, giustizia), reclamando a gran voce l’intervento pubblico, significa ribadire la priorità degli interessi dei lavoratori su quelli degli speculatori.

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Collettivo di economisti per resistere alla crisi, per maturare complicità verso chi si oppone alle scelte “dei mercati”.

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