Caduto il bluff Berlusconi, per il Quirinale resta la candidatura implicita di Draghi, ma il presidentissimo resta ostile a qualsiasi dialettica politica: è l’espressione della pura forza del capitale dentro le istituzioni.
Draghi il presidentissimo in pectore
Berlusconi non è mai stato della partita. Non ha mai avuto i numeri per salire al colle. La sua candidatura è stata tenuta in piedi solo per prendere tempo, per animare un dibattito fasullo e far vendere a Repubblica qualche copia ai suoi lettori in astinenza di indignazione da divano.
L’unica candidatura in campo per il momento è solo quella di Draghi. L’uomo, che gode di appoggi potentissimi, ha del resto manifestato in più occasioni – e anche con una certa impudenza – la volontà di abbandonare Palazzo Chigi per il Quirinale. Del resto si sa, quando la nave affonda il primo a lasciare la barca è il peggiore di tutti. E chi ha dei dubbi chieda ai greci.
Nei prossimi mesi il governo dovrà affrontare il malcontento generale causato dalla nuova ondata di licenziamenti e di sofferenza prodotti dal caro energia, che sta mettendo in ginocchio imprese e cittadini meno abbienti.

A questo poi si aggiungono le difficoltà della gestione della pandemia. Con le regole attuali non se ne viene a capo: la campagna vaccinale è giusta ma non è sufficiente. Occorrono anche misure strutturali che però il governo non vuole approvare.
Meglio allora lasciare il timone ad altri. Su questo Draghi è stato esplicito in occasione dell’ultima conferenza stampa del ’21. Ieri ha addirittura partecipato degli incontri sul futuro del governo, insieme ad alcune personalità del padronato: Bonomi, Elkan e naturalmente Franco, candidato a Palazzo Chigi.
Il messaggio di Draghi è chiaro: “sono io il Presidente della Repubblica in pectore e ho intenzione di mantenere le redini del governo dal Quirinale, senza più sporcarmi le mani”.
Si è trattato di un grave sgarbo istituzionale contro il parlamento, contro Mattarella e narturalmente contro gli italiani. Non esistono però in Italia forze capaci di contrastare questi atti di forza espressi dal peggiore autocrate che l’Italia abbia mai avuto da quando è una Repubblica.

A questo proposito credo che si debba abbandonare la domanda posta da più parti circa l’identità politica di Draghi. È di centrodestra o è di centrosinistra? Le politiche di Draghi sono naturalmente di destra, ma nell’attuale contesto politico la sua posizione trascende ogni posizionalismo.
Il nostro futuro presidentissimo è infatti ostile a qualsiasi dialettica politica: è l’uomo del non-confronto, del non-dialogo, della disintermediazone, del vincolo esterno, del presidenzialismo di fatto, è l’espressione della pura forza del capitale dentro le istituzioni.
Le forze sociali dovrebbero battersi contro la sua candidatura alla presidenza della Repubblica e invece ostentano le propria debolezza o in qualche caso persino la propria colossale subalternità con dichiarazioni di ammirazione e di sostegno.
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