Il Qatargate scoppia dopo gli accordi firmati con Cina e Germania: la lunga mano USA?

Doha stringe accordi con due rivali commerciali degli USA e pochi giorni dopo accade il finimondo con il cosiddetto Qatargate.

Il Qatargate e il retroscena degli accordi con Cina e Germania

Il 23 novembre 2022, QatarEnergy e Sinopec (la società pubblica cinese che si occupa di petrolio, gas e petrolchimico) hanno firmato un accordo per la fornitura di gas a partire dal 2026 (4 milioni di tonnellate per 27 anni).

Al di là degli allarmismi sul freddo in casa e le boutade sulla fusione nucleare (che arriverà forse tra trenta anni a salvarci dalla catastrofe climatica e da un neo-feudalesimo attorno a pozzi di petrolio e giacimenti di carbone), il gas sarà l’energia che forse ci permetterà una transizione verso fonti rinnovabili.

Il 4 dicembre 2022, QatarEnergy firma un accordo con ConocoPhillips: a partire dal 2026 fornirà alla Germania 2 milioni di tonnellate di gas per un contratto di 15 anni rinnovabile.

Il 9 dicembre a Bruxelles avviene una perquisizione presso lo studio di Eva Kaili (eurodeputata socialista greca).

Da qui si dipana una matassa che tra borsoni pieni di denaro e centri studi marocchini conduce al Qatar, al Marocco e qualcuno insinua anche all’Iran.

Quindi, pochi giorni dopo che il Qatar stringe accordi con due rivali commerciali degli USA, accade il finimondo.

Non solo, la vicenda si allarga e coinvolge il Marocco che nei mesi passati: ha visto salire la rivalità con l’Algeria per via di quanto accade in Sahara occidentale (sponsor USA), aperture a Israele (sponsor USA), spionaggio ai danni degli europei (in particolare Spagna) tramite programmi spia (sponsor Israele).

L’Iran, a parte un rapporto di odio-amore con il Qatar, non capisco come ce lo buttino dentro, ma di questi tempi fa sempre bene mostrizzare nemici (ci butteranno dentro anche i russi). Rapporto di odio-amore Iran-Qatar, perché?

Il Qatar è tra i pochi paesi della penisola araba a non avere una minoranza sciita significativa e questo lo rende meno sensibile ai richiami della rivoluzione di Teheran.

Inoltre, i due condividono giacimenti di gas (divisi al centimetro, per carità), ma perché farsi la guerra quando con le infrastrutture si possono fare affari? E quando il Qatar con il suo enorme fondo ha i soldi necessari a costruirle quelle infrastrutture?

Al contempo è un rapporto di odio, perché il Qatar dal 2002 ospita la più grande base aerea USA dell’area, che all’epoca fu usata contro Saddam, domani chissà.

Lo sgarbo della base non piacque molto ai sauditi -nel 2017 chiusero spazio aereo, frontiere e commerci (spingendo anche Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Egitto a fare altrettanto); le cose sono semi-tornate alla normalità nel 2021-.

Il Qatar, inoltre, è sede di Al-Jazeera che gli altri paesi del Golfo considerano fonte di instabilità. Dietro questa polemica sull’emittente, si nasconde il sostegno qatariota ai Fratelli Musulmani, l’amicizia con la Turchia e la cogestione del feudo libico turco-qatariota (altro petrolio!).
Non possiamo continuare a guardare il mondo con un paraocchi.

Dagli anni ’70, gli USA hanno un enorme problema: una passività commerciale che li ha resi un paese vorace di capitali. La guida del capitalismo internazionale (che dovrebbe essere la locomotiva) è diventata un pozzo. Tutto ciò da dopo il biennio 1971-1973, con il tentativo USA di contenere questo tracollo.

Negli anni ’70, era chiaro che gli USA stavano agendo contro gli alleati (Europa occidentale, all’epoca CEE; Giappone), cosa che diventò palese nel corso degli anni ’80 e ’90.
L’attuale gestione della crisi ucraina serve a spostare capitali europei verso gli USA (dalla periferia al centro, sempre).

Con un solo colpo hanno costretto l’Europa a comprare gas USA (a un prezzo maggiore) e hanno reso le aziende UE meno competitive. Dove finiranno quei capitali?

Quindi:
– Chi ha interesse a non far comprare gas economico alla Germania?
– Chi vuole punire il Qatar per le aperture a Iran e Cina?
– Chi sarà il prossimo a venir cannibalizzato nella catena globale?

Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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