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Putin chiude il ciclo aperto a Monaco nel 2007: al forum SPIEF di San Pietroburgo, davanti a 130 paesi, dichiara chiusa la fase del dialogo con l’Occidente. D’ora in poi l’esercito è il principale diplomatico russo.
Putin a San Pietroburgo: il discorso che chiude un ciclo
Il 5 giugno 2026, Vladimir Putin ha tenuto la sessione plenaria della ventanovesima edizione del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo — SPIEF — svoltosi dal 3 al 6 giugno sotto il tema “Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile”. Alla sessione hanno partecipato oltre 20.000 persone provenienti da 130 paesi. Tra i presenti, il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, la presidente tanzaniana Samia Suluhu Hassan, il vicepresidente cinese Han Zheng e il ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman — una composizione che riflette plasticamente il peso crescente del Sud Globale nei nuovi equilibri internazionali.
L’intervento di Putin è durato 55 minuti, il più lungo degli ultimi anni per una sessione plenaria SPIEF. Non era un discorso economico: era una rendicontazione geopolitica. E aveva un preciso riferimento storico che nessuno dei commentatori occidentali ha ritenuto utile richiamare con la dovuta attenzione.
Nel febbraio 2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Putin aveva pronunciato quello che sarebbe diventato uno dei discorsi più citati e meno compresi della politica internazionale contemporanea. Aveva detto che il sistema unipolare era instabile e ingiusto, che il diritto internazionale veniva progressivamente sostituito dalla forza, che la NATO si espandeva in violazione degli accordi post-1991, e che la Russia non avrebbe accettato indefinitamente questa traiettoria. L’Occidente aveva risposto con l’equivalente diplomatico di una scrollata di spalle. Diciannove anni dopo, Putin è tornato a fare i conti: non con avvertimenti, ma con dati.
Il mondo che è cambiato mentre l’Occidente guardava altrove
Il messaggio centrale del discorso è che il paradigma stesso dello sviluppo globale sta cambiando: la quota dei BRICS sul PIL globale a parità di potere d’acquisto si attesta intorno al 40%, mentre quella del G7 è scesa sotto il 29%. Non è propaganda: sono i dati del Fondo Monetario Internazionale. Il fulcro del commercio globale si sta spostando, i pagamenti in valute nazionali si moltiplicano, nuovi corridoi di trasporto si aprono al di fuori dei circuiti tradizionalmente dominati dall’Occidente. La Russia non ha compiuto alcuna “svolta” improvvisa verso l’Asia come reazione alle sanzioni: la proiezione eurasiatica di Mosca precede l’attuale fase di scontro con l’Occidente e si inserisce in una strategia di lungo periodo. Il volume commerciale russo-cinese si attesta intorno ai 250 miliardi di dollari, con una forte diversificazione.
Putin ha strutturato il discorso su cinque direttrici per la trasformazione economica russa: aumento dell’attività economica e sostegno alle PMI, miglioramento del clima per gli investimenti, rinnovamento tecnologico verso la “sovranità produttiva”, espansione del commercio verso Asia, Medio Oriente, Africa e America Latina, integrazione delle innovazioni del settore difesa nell’economia civile. Ha respinto i timori di recessione, definendo il rallentamento dell’economia russa una scelta deliberata per evitare l’iperinflazione. Non è la narrazione di un paese sotto assedio che arranca: è la narrazione di un paese che ha deciso di giocare una partita diversa su un campo che ha contribuito a ridisegnare.
La chiave politica del discorso non è economica, però. Putin ha indicato con chiarezza che l’esito della guerra in Ucraina sarà deciso sul campo di battaglia e non al tavolo dei negoziati, e il ministro Lavrov aveva già dichiarato che le forze armate russe stanno passando ad “attacchi sistematici consecutivi” contro obiettivi a Kiev. Putin ha chiarito a margine del forum di non vedere alcun senso in incontri con Zelensky. La fase della persuasione — quella che era cominciata a Monaco nel 2007 con gli avvertimenti e si era protratta attraverso Minsk, le trattative di Istanbul del 2022, i vari formati negoziali — è dichiarata chiusa. D’ora in poi, come ha sintetizzato il testo circolato nei canali russi dopo il discorso, «l’esercito sarà il principale diplomatico della Russia».
Vale la pena fermarsi su questa conclusione, perché non riguarda solo la Russia. L’architrave dell’ordine internazionale post-1945 era l’idea che i conflitti tra grandi potenze potessero essere gestiti attraverso istituzioni, negoziati e norme condivise.
La Russia non ha abbandonato questa idea per cinismo o aggressività congenita: l’ha abbandonata dopo aver verificato, per quasi vent’anni, che l’Occidente applicava quelle norme selettivamente — alle proprie convenienze — e che ogni tentativo di dialogo veniva usato come tempo guadagnato per avanzare nei propri obiettivi strategici. Il cosiddetto “ordine basato sulle regole” significa semplicemente che gli Stati Uniti stabiliscono le regole e gli altri obbediscono. Quando una potenza nucleare decide di non obbedire più, le regole del gioco cambiano per tutti.
Lo SPIEF 2026 con i suoi 130 paesi rappresentati non è la dimostrazione che la Russia ha vinto: è la dimostrazione che l’isolamento non ha funzionato. E che il discorso di Monaco del 2007, liquidato all’epoca come retorica da Guerra Fredda, stava invece descrivendo con precisione la traiettoria che il mondo avrebbe preso. Riconoscerlo non è filoputinismo: è onestà analitica, categoria sempre più rara nel dibattito pubblico occidentale.

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