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domenica, Agosto 14, 2022

Il protagonismo assoluto della Turchia di Erdogan, il dittatore “necessario”

Le azioni della Turchia di Erdogan sembrano una partita di scacchi in cui il giocatore cerca di ottenere il massimo, dando il minimo. Ma chi è l’avversario?

Il protagonismo assoluto della Turchia di Erdogan

Sono anni che assistiamo all’affermazione della Turchia. In pochi mesi i turchi, hanno:

– Recuperato influenza e terreno in Siria e Iraq;
– Raggiunto un’intesa dopo anni di gelo con l’Arabia Saudita;
– Coltivato la rivalità tra Armenia e Azerbaigian (dopo aver armato gli azeri fino ai denti);

– Coltivato ambizioni centro-asiatiche tramite i moti prima in Kazakistan (gennaio) e poi in Uzbekistan (odierni);
– Il tiro alla fune su Svezia e Finlandia nella NATO, conclusosi col sacrificio curdo;

– Come secondo atto, i turchi hanno aderito al Trattato delle Svalbard e probabilmente amplieranno la base artica poco più che nominale (ufficialmente, non rientra nelle trattative).

– Intanto la Turchia si è infilata nel corridoio sino-pakistano;
– Il tentativo di trattare sull’Ucraina (mentre vendevano droni agli ucraini);
– L’attivismo nel continente nero: dalla Libia, al Sudan, alla Somalia;

– Il 10 giugno, diplomatici turchi e indiani si sono incontrati ufficialmente di nuovo (non succedeva da quattro anni).

Le azioni di Erdogan sembrano un’ottima partita di scacchi in cui il giocatore cerca di ottenere il massimo, dando il minimo. Ma chi è l’avversario?

Siamo davanti a tante interpretazioni, prendiamo ad esempio il caso scandinavi-NATO.
Erdogan ha giocato a favore di Putin? Ha forse puntato tutto sulla questione curda?

Ha fatto un favore agli USA? Facendo fuori ospiti poco graditi (i curdi), dividendo ulteriormente l’Europa (di cui la Turchia non è parte) e distendendo un conflitto che a marzo/aprile stava assumendo toni preoccupanti? Chissà.

Barattare una vera stazione artica permette di affermarsi come attore artico, uscendo dal tradizionale buco medio orientale.

Sono decenni che Ankara cerca di non farsi confinare negli angusti confini anatolici.
Vista così sarebbe avversario naturale della Russia, ma qualcosa non torna.
La Russia intrattiene rapporti pragmatici con Erdogan, la Cina lo corteggia (attraverso il Pakistan: la vicenda del corridoio).

Qualche crepa nell’alleato della NATO?

Dobbiamo aspettarci una Turchia pronta ad avvicinarsi all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (di cui ha ottenuto il titolo di “compagna di dialogo” qualsiasi cosa voglia dire)? Dubito.

La Turchia è paese legato a doppio nodo alla NATO. I soldati sanno di essere armati e addestrati da colleghi USA, sanno che a Cipro sono rimaste due vestigiali basi della marina inglese, conoscono la lunga storia di colpi di stato del paese (come quello tentato nel 2016).

L’esercito non lascerà mai uscire la Turchia dalla NATO pacificamente (non crederete mica che il secondo esercito della NATO, non sia controllato?)

C’è poi il nodo della rivalità con Iran e Russia nel Caucaso per cui la NATO fa anche comodo.
E quindi Erdogan dove sta andando? Potete giurarci che ha in mente dove vorrebbero arrivare.

Ha definito la Turchia: “uno stato afro-euroasiatico”

Posso capire perché euroasiatico, ma perché africano?
Investimenti (tanti in edilizia e armi), basi militari, accordi diplomatici e commerciali, scambi culturali.

Tra le compagnie di volo, Turkish Airlines è quella che compie più voli verso l’Africa e Erdogan ha fatto oltre 50 viaggi nel continente da quando è al potere.

La rivalità turco-cinese in Africa è la partita più sottovaluta.
Hanno una strategia molto simile, basata su non ingerenza nei fatti interni, allusioni generiche al colonialismo, una strategia definita win-win.
Non a caso, inatteso aiuto ai turchi è arrivato dagli acerrimi rivali della Cina: i giapponesi.

Le banche di investimento e le organizzazioni di aiuto regionale giapponesi hanno incontrato i loro equivalenti turchi per sostenere il settore edile turco (da solo con un potenziale economico nettamente inferiore a quello cinese).

Erdogan, in forma brillante, ne ha per tutti e rinfocola sulla NATO: “Non ripeteremo l’errore fatto con la Grecia” (la Grecia si era ritirata dall’organizzazione nel 1974, dopo la crisi cipriota. Nel 1980, aveva ripreso a partecipare senza che la Turchia ponesse veto).

Quindi la Turchia compete con la Cina in Africa, ma ci fa affari via Pakistan; collabora con i russi ovunque, ma arma gli azeri contro gli armeni armati dai russi; è nella NATO, ma non pone sanzioni per l’Ucraina, dove tratta la pace, ma vende droni.
Nell’Impero Ottomano, nacque e prosperò l’ordine derviscio dei Mevlevi (Mawlawiyya).

Si legarono ai sultani, di cui furono poeti, ministri, consiglieri e abili diplomatici.
I dervisci girano su se stessi, nel rituale della ‘sama’, durante la quale vorticano in gruppo per arrivare alla verità finale, l’amore perfetto dell’Uno.

Le danze permettono un’unione mistica col divino che richiede anni di preparazione per raggiungere un perfetto equilibrio intellettuale ed emotivo.

Che la Turchia stia eseguendo una propria danza attorno a se stessa fuori dai blocchi?
Che la Turchia sia l’unico attore non catalogabile nelle agende altrui e quindi (per natura) anti-coloniale sul palco?

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Si è occupato di storia, geopolitica e psicologia a livello universitario. Pubblica di storia e antropologia latinoamericana. Condivide riflessioni in libertà sul suo profilo Facebook.

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