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Mario Monti torna a parlare come ventriloquo del Quirinale: più Europa, più tecnici, meno politica. Dietro il culto dei mercati e della governabilità si prepara un sistema sempre più impermeabile al conflitto democratico e sempre più subordinato all’atlantismo.
Il messaggero del Presidente: Mario Monti e la sponda con il Pd.
Nella sua ramanzina mensile sul “Corriere della Sera”, Mario Monti evoca un passo unitario delle forze politiche per ciò che concerne le questioni inerenti all’integrazione europea. C’è da dire subito che dal 2011, da quando insomma servì il colpo di stato ordito dall’allora presidente/monarca Giorgio Napolitano, Mario Monti è un vero e proprio ventriloquo del Quirinale. Ogni sua uscita pubblica accondiscende alla volontà presidenziale che, sovversivamente, ha il dovere di proteggere i Trattati e non più la Costituzione.
Come sempre il totalitarismo europeista mette a confronto la maturità dei mercati rispetto all’ingenuità della politica. Un ragionamento di certo facilitato dall’insipienza della classe politica contemporanea, così inespressiva proprio perché calca una scena che non decide più nulla. Ma Mario Monti, e con lui Mattarella, non evoca gli anni dei partiti pesanti, del conflitto ideologico. Anzi. Si rammarica del tempo che i partiti si prendono per non affrontare l’inevitabile ricorso alla sapiente collaborazione dei tecnici. E del ritardo che questa affannata cocciutaggine comporta per la realizzazione delle beneamate riforme.
L’alibi del totalitarismo è sempre lo stesso: l’affidabilità dei mercati. Un ricatto dal quale non si scappa. Il tutto per edificare un’Europa non più condizionata dall’unanimità; quel marchingegno voluto a suo tempo per rendere irreversibile l’economia di mercato ma che oggi risulta d’ostacolo alla preparazione definitiva della guerra alla Russia. In questo crogiuolo di spunti antipopolari, Mario Monti ammette che l’Unione Europea serve da rifugio politico per i democratici statunitensi. Una corsa all’integrazione che equivale al “passo più americano”, in attesa della defenestrazione di Trump.
Ancora una volta non c’è spazio per una ridefinizione della democrazia. Non è un caso che si vogliano cancellare ancora di più i tratti proporzionalistici del nostro sistema invocando più governabilità e più premi di maggioranza. Il grande capitale deve chiudere ancora di più il fortino. Questo il non detto quirinalizio. Ed è a questo fine ultimo che obbedisce l’iper-visibilità mediatica di Mattarella, ormai onnipresente negli ultimi giorni. Un’operazione simpatia, come qualcuno ha già fatto notare, che nasconde l’impermeabilità della Seconda Repubblica, come ha ampiamente dimostrato il caso Nicole Minetti.
La partita per il sistema sarà la scelta del prossimo inquilino del Quirinale. Le prossime elezioni politiche misureranno la muscolarità degli schieramenti in vista di quell’appuntamento. Questo è il motivo per cui il Partito democratico appare meno determinato sulla leadership del cosiddetto Campo Largo. Fino alla seduta comune il profilo potrà anche essere basso, pur mantenendo il suo europeismo e il suo infaticabile filo-atlantismo clintoniano. Il vero obiettivo sarà sostituire Mattarella con un altro volto amico. Perché é quello il vero vertice del nostro ordinamento. A Palazzo Chigi si divertono i ragazzini.

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