Iraq, il fronte che nessuno vuole guardare nella guerra mediorientale

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La guerra contro l’Iran sta trasformando l’Iraq nel nuovo epicentro del conflitto regionale. Milizie sciite attaccano obiettivi USA, Washington minaccia Baghdad e la crisi politica interna rende il paese sempre più instabile. Il Medio Oriente si avvicina a un’escalation difficile da controllare.

Il vero fronte della guerra contro l’Iran potrebbe essere l’Iraq

Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sul confronto diretto tra Iran, Stati Uniti e Israele, un altro teatro della crisi mediorientale si muove in modo inquieto e potenzialmente esplosivo: l’Iraq. Non è una novità storica. Ogni volta che il Medio Oriente entra in una fase di turbolenza strategica, Baghdad finisce per diventare il luogo dove le tensioni regionali si trasformano in conflitto concreto.

Nelle ultime settimane la dinamica è diventata più evidente. Dopo gli attacchi occidentali contro l’Iran e la conseguente escalation militare, diverse milizie sciite attive sul territorio iracheno hanno intensificato le operazioni contro obiettivi statunitensi nella regione. Missili e droni sono stati lanciati contro installazioni militari e infrastrutture legate alla presenza americana.

Tra gli episodi più significativi c’è stato anche un attacco missilistico contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad, segno di quanto il paese stia rapidamente scivolando verso un coinvolgimento diretto nel conflitto.

La risposta del governo iracheno è stata prudente, quasi imbarazzata. Il primo ministro ad interim Mohammed Shia al-Sudani ha condannato formalmente gli attacchi alle missioni diplomatiche, ribadendo che il territorio nazionale non dovrebbe essere utilizzato come campo di battaglia. Ma la realtà politica irachena rende queste dichiarazioni più aspirazioni che decisioni operative.

Il problema è strutturale: l’Iraq è uno Stato fragile, costruito nel Novecento attraverso equilibri etnici e confessionali sempre precari. Sciiti, sunniti, curdi e minoranze varie convivono in un sistema politico dove il potere è continuamente negoziato e raramente stabilizzato.Basta poco perché le tensioni regionali si trasformino in un incendio interno.

La strategia iraniana: aumentare i costi della guerra

Le fazioni più dure del sistema politico iraniano — oggi rafforzate attorno alla figura della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei — sembrano seguire una strategia piuttosto semplice nella sua brutalità: allargare il conflitto e renderlo economicamente e militarmente insostenibile per gli avversari.

Il principio non è nuovo nella storia delle guerre asimmetriche. Se non puoi competere direttamente con la superiorità tecnologica di una potenza militare, puoi però moltiplicare i fronti di instabilità. Più attori coinvolti, più costi, più imprevedibilità.

In questo schema l’Iraq diventa una leva fondamentale. Le milizie sciite presenti nel paese — molte delle quali legate all’“Asse della Resistenza” sostenuto da Teheran — rappresentano uno strumento ideale per colpire indirettamente gli Stati Uniti e i loro alleati senza un coinvolgimento diretto dell’esercito iraniano.

Il risultato è una zona grigia dove la distinzione tra attori statali e non statali diventa quasi impossibile. Alcune di queste milizie fanno formalmente parte delle Unità di Mobilitazione Popolare (PMU), forze integrate nel sistema di sicurezza iracheno e finanziate dallo Stato. Allo stesso tempo mantengono autonomia operativa e legami strategici con l’Iran.

È una configurazione politica che rende ogni escalation difficile da controllare. Quando un gruppo armato lancia missili contro una base americana, non è mai completamente chiaro se si tratti di una decisione autonoma o di un segnale strategico più ampio.

Il caos politico di baghdad

A complicare ulteriormente la situazione c’è la crisi politica interna irachena. Le elezioni dello scorso autunno hanno lasciato il paese senza una leadership stabile, e la scelta del prossimo primo ministro è diventata un terreno di scontro geopolitico.

La coalizione sciita denominata Coordination Framework ha indicato come possibile premier l’ex primo ministro Nouri al-Maliki, figura politicamente vicina all’Iran. La prospettiva non entusiasma affatto Washington.

Donald Trump ha già criticato pubblicamente la candidatura, definendola “una pessima scelta” e minacciando conseguenze economiche. Secondo diverse ricostruzioni diplomatiche, gli Stati Uniti avrebbero persino fatto sapere a Baghdad che un ritorno di Maliki al potere potrebbe portare a restrizioni sull’accesso iracheno ai proventi delle esportazioni petrolifere, attualmente gestiti tramite conti presso la Federal Reserve di New York. Tradotto in termini meno diplomatici: se scegliete il candidato sbagliato, rischiate di perdere accesso ai vostri stessi soldi.

Nel frattempo il Parlamento iracheno non è ancora riuscito a eleggere il presidente, passaggio necessario per la formazione del governo. E qui entrano in gioco i curdi, che detengono una posizione chiave nel processo istituzionale e possono bloccare l’intero sistema politico.

In altre parole, l’Iraq si trova esattamente dove non vorrebbe essere: tra l’incudine iraniana e il martello americano.

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