Afghanistan-Pakistan: dalla guerra a bassa intensità al rischio di incendio regionale

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Esplosioni a Kabul, raid pachistani su Kandahar e Paktia, scontri lungo la linea di Durand. Numeri contrastanti sulle vittime e accuse reciproche di terrorismo. Islamabad parla di “guerra aperta”, i talebani invocano il dialogo. Escalation pericolosa.

Afghanistan-Pakistan, nuova escalation

Kabul è tornata a tremare nella notte. Esplosioni violente, jet in sorvolo fino all’alba, vetri che vibrano nelle case. Non è un déjà-vu della guerra Nato-Taliban: questa volta i caccia arrivano da est. Il Pakistan ha colpito in profondità, non solo lungo la linea di Durand ma anche in province simboliche come Paktia e Kandahar, roccaforte storica dei talebani e presunto rifugio del loro leader, Haibatullah Akhundzada.

Da Islamabad il ministro della Difesa, Khawaja Asif, ha dichiarato che “la pazienza è finita” e che si entra in una fase di “guerra aperta”. Parole pesanti, pronunciate poche ore dopo un’offensiva talebana contro truppe pachistane lungo il confine montuoso che separa – o dovrebbe separare – i due Paesi per oltre 2.600 chilometri. La linea di Durand, tracciata in epoca coloniale, resta una ferita mai rimarginata.

Le versioni sulle vittime divergono in modo quasi grottesco. L’esercito pachistano parla di 297 talebani uccisi e 12 propri soldati caduti. Kabul replica sostenendo che i morti sarebbero 55 militari pachistani e 13 afghani. Ognuno esibisce cifre come trofei, in un braccio di ferro aritmetico che rivela più propaganda che trasparenza. Islamabad afferma di aver distrutto 16 postazioni talebane e un deposito di munizioni; i talebani dichiarano di aver neutralizzato basi e postazioni nemiche. In mezzo, i civili: secondo i talebani, un raid missilistico pachistano avrebbe ferito 13 persone in un campo profughi a Nangarhar. L’Onu, in precedenti attacchi del 21 febbraio, ritiene credibile la morte di almeno 13 civili.

Confine coloniale, guerra permanente

Gli scontri tra Afghanistan e Pakistan non sono una novità. Ma l’intensità di questi giorni segna un salto di qualità. Giovedì sera si sono registrati combattimenti “intensi” lungo la frontiera, con artiglieria e colpi di mortaio. Un residente di un villaggio pachistano vicino al confine ha raccontato al New York Times che vivere lì è diventato quasi impossibile, tra spari e bombardamenti che scandiscono la quotidianità.

Il Pakistan accusa Kabul di non controllare i gruppi armati che considera “terroristi anti-Pakistan”, in particolare i talebani pachistani e la branca locale dell’Isis, Khorasan. I raid aerei di febbraio sull’Afghanistan orientale sarebbero stati diretti contro queste milizie, con Islamabad che rivendica “almeno 80” combattenti uccisi. Kabul, dal canto suo, presenta la propria offensiva come risposta alle “ripetute violazioni” del confine da parte dell’esercito pachistano.

La linea di Durand è molto più di un tracciato geografico: è il simbolo di una contesa identitaria, in particolare nei territori pashtun divisi tra i due Stati. Ogni leadership eredita questo dossier avvelenato. E ogni leadership, prima o poi, lo riattiva quando la pressione interna aumenta.

Dialogo obbligato, escalation rischiosa

Paradossalmente, mentre Islamabad parla di guerra aperta, il governo talebano si dice disponibile al “dialogo” e a una “soluzione pacifica”. Non è improvvisa conversione diplomatica: è calcolo. I talebani sono inferiori sul piano convenzionale rispetto all’esercito pachistano. Una campagna militare su larga scala metterebbe in discussione una delle poche certezze che il nuovo regime può rivendicare: il controllo della sicurezza interna.

Anche per Islamabad un’invasione massiccia sarebbe un azzardo. Rovesciare la leadership talebana significherebbe riaprire il vaso di Pandora della destabilizzazione afghana, con ripercussioni dirette sul Pakistan stesso. Le ostilità dell’ottobre scorso, che hanno causato oltre 70 morti, si erano concluse con un fragile cessate il fuoco. Fragile, appunto.

La comunità internazionale – da Londra a Pechino fino a Istanbul – invita alla de-escalation. Ma questo conflitto, per anni oscurato dalla presenza Nato, è sempre stato lì: scontri di frontiera, blocchi economici, chiusura dell’accesso al mare per Kabul. Una guerra a bassa intensità che ora rischia di cambiare scala.

La domanda è semplice e scomoda: a chi conviene davvero trasformare una tensione cronica in guerra dichiarata? In una regione già attraversata da crisi multiple, un conflitto aperto tra Kabul e Islamabad sarebbe un moltiplicatore di instabilità. E quando le leadership parlano di pazienza finita, spesso significa che la politica ha smesso di cercare soluzioni e ha iniziato a cercare consenso. Con i mortai come argomento finale.

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